
MILLION DOLLAR BABY – La TBM più costosa del ring
Come ben sappiamo, di recente è stata consegnata in Germania la nuova TBM che verrà portata in questi mesi a Chiomonte, per iniziare, all’alba del 2027, gli scavi del fantomatico tunnel di base.
Il costo di questa macchinina?
35 milioni di euro.
E la domanda, vista l’ingente somma, sorge spontanea: da dove vengono tutti questi soldini? E ancora: non potevano essere usati per altro? Magari qualcosa di più utile per la comunità, ad esempio.
Parte dei fondi utilizzati deriva dai programmi europei per le infrastrutture di trasporto, il CEF (Connecting Europe Facility), che viene utilizzato per progetti transfrontalieri come la nostra agognata Torino Lione, parte dallo stato italiano e parte da quello francese. La ripartizione approssimativa è 40% EU, 35% Italia e 25% Francia. Il contributo italiano è stato gestito attraverso TELT, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e le procedure di gara pubbliche.
Non è un mistero che pensiamo che questi soldi potrebbero sicuramente essere utilizzati in modo più efficace per rispondere ad esigenze più concrete e immediate della comunità valsusina e del territorio che la ospita.
Ma come al solito, la vita dei valligiani è su un ring; all’angolo destro la scintillante TBM, all’angolo sinistro sanità carente, edifici scolastici fatiscenti e un territorio fragile. Arbitro poco imparziale e di parte, accecato dalla brillantezza del vil denaro e del tanto citato progresso (sul quale si ha qualche dubbio), tutti coloro che impongono scelte sulle vite dei valsusini.
Abbiamo pensato quindi di fare qualche esempio su come in Val di Susa potrebbero essere spesi questi due spicci, perché magari potrebbe risultare utile in caso a qualcuno di quei mentecatti venisse mai di nuovo in mente di buttare 35 milioni.
Partiamo dalla sanità, tanto importante quanto appunto carente. L’ospedale di Susa mostra mancanze dal punto di vista dei reparti specialistici (e non solo di quelli). Le criticità sono documentate nei rapporti dell’ASL TO3 e del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR). In particolare, si parla in questi documenti della necessità di un reparto di cardiochirurgia e, aggiungiamo noi, magari un ripristino dell’ormai defunto reparto maternità (che se sto per partorire non devo prendere e andarmene ad Orbassano o Torino) e l’acquisto di nuove attrezzature mediche. Ma anche la costruzione di nuovi ambulatori di telemedicina a Bardonecchia e Chiomonte, per garantire servizi di base ai residenti delle zone montane più isolate. L’acquisto di nuove ambulanze medicalizzate, per migliorare i tempi di intervento nei comuni più distanti dall’ospedale, considerando anche che il territorio non sempre è agevole e, in alcuni casi, i soccorsi devono fare percorsi più lunghi che includono strade meglio assestate. Si potrebbe pensare alla creazione di un centro di prevenzione e screening oncologico, per diagnosi precoci e cure tempestive o al finanziamento di corsi di formazione per infermieri e operatori sanitari, per colmare la carenza di personale qualificato. Oltre a questo, sempre per una questione geografica e di agibilità delle strade, sarebbe opportuno ampliare il servizio di assistenza domiciliare per anziani e persone con disabilità, con l’assunzione di nuovi operatori e l’acquisto di dispositivi medici.
Per non infierire ulteriormente sull’argomento, passiamo all’ambiente, altro tasto dolente, di cui abbiamo capito da diverso tempo che alla controparte non frega proprio niente. Partiamo dalla messa in sicurezza da frane, con opere idrogeologiche ad esempio lungo il torrente Cenischia. Il risanamento del versante di Mompantero, soggetto a smottamenti ricorrenti nei periodi di forti piogge e la creazione di un sistema di monitoraggio con sensori e telecamere per prevenire frane in punti critici come Chiomonte e Gravere. Si potrebbe pensare al riforestamento dei pendii destabilizzati dagli incendi, specialmente nelle estati del 2017 e del 2021, che hanno causato erosione del suolo, perdita di biodiversità e degrado del paesaggio. E visto che la controparte si riempie spesso la bocca con le parole “ecologia” e “rispetto per l’ambiente”, un altro intervento che si potrebbe fare è quello per esempio di realizzare delle piste ciclabili più sicure e complete o il potenziamento del quasi inesistente trasporto pubblico, che alleggerirebbe il traffico sulle statali.
E ultima, ma non per importanza, l’istruzione. O meglio, la sicurezza a scuola, principalmente, potrebbe essere decisamente migliorata. Negli ultimi anni, ma non solo, si sono verificate situazioni di pericolo legate alla fatiscenza degli edifici scolastici, come finestre che si staccano dalla loro struttura e controsoffitti che cedono, crepe nei muri, infiltrazioni d’acqua e in alcuni casi impianti elettrici obsoleti. Gli edifici sono spesso risalenti agli anni 60-70 e le risorse per ristrutturarli sono insufficienti. Nel 2023, il Ministero dell’Interno stimava che solo il 30% degli edifici scolastici in Val di Susa è completamente antisismico (consideriamo che si tratta di una zona a rischio 3 o 4 a seconda dei comuni). Nei piccoli comuni, la situazione è in questo senso critica; eccetto le scuole nuove, che per una ragione o per l’altra sono state ricostruite, le altre in genere sono vecchi conventi o caserme o comunque edifici che non rispettano queste norme.
Queste sono solo alcune delle cose che si potrebbero fare. Nella maggior parte dei casi, con 35 milioni di euro se ne possono fare anche più di una delle idee elencate.
Queste alternative avrebbero un impatto immediato e tangibile sulla qualità della nostra vita, rispondendo a bisogni reali, promuovendo davvero la sostenibilità e coinvolgendo direttamente la popolazione.
Ma ormai sembra quasi assurdo sperare di non essere invisibili agli occhi di chi ha la possibilità (ingiustamente) di decidere sulle nostre vite. Anche perché è più che legittimo chiedersi appunto se questi fondi pubblici siano stati allocati nel modo più efficiente per il benessere collettivo (no).
All’elenco fatto in precedenza, vogliamo aggiungere che se proprio mancassero idee, 35 milioni equivalgono anche a 3,5 milioni di bandiere No Tav e più di 5.833.333 foulard. In alternativa, più di 1.166.666 bottiglie di genepy, circa 1750 mila bottiglie di Avanà e altrettante di grappa. Ma anche 875 mila forme di toma, 1500 tonnellate di paste di meliga e 5384 tonnellate di castagne (siamo pur sempre muntagnin).
Insomma le opzioni migliori sono tante e variegate. Sicuramente tutte più valide e più utili di una fresa da combattimento. Se per caso i lor signori volessero delle altre idee, noi siamo qui pronti a darle. Nel frattempo, continuiamo a lottare come sempre e a contestare le decisioni prese senza cognizione di causa e senza alcun riguardo e rispetto per chi in questa valle ci vive e ci sopravvive.
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