
Fermare i cantieri per fermare i costi
Secondo il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti Edoardo Rixi, le mobilitazioni contro il Tav costerebbero allo Stato oltre 200 milioni di euro ogni anno. Una cifra che, a suo dire, deriverebbe dai mesi di fermo dei cantieri, dai costi della sicurezza e da tutte le spese «a cascata» legate alle proteste.
Una cifra enorme, che però Rixi utilizza per costruire un racconto molto semplice: ci sono i cantieri, ci sono le proteste e quindi il conto sarebbe da presentare al Movimento No Tav.
Peccato che, anche prendendo per buona la cifra fornita dal viceministro, il ragionamento possa essere tranquillamente rovesciato. Quei costi esistono perché esistono i cantieri Tav. Senza i cantieri non ci sarebbe bisogno di proteggerli con un imponente dispositivo di sicurezza. Non ci sarebbero le spese straordinarie necessarie a presidiare le aree di lavoro, né quelle legate alle interruzioni. Non ci sarebbe, soprattutto, la necessità di continuare a spendere denaro pubblico per gestire le conseguenze di un’opera che da oltre trent’anni incontra una forte opposizione sul territorio. Il punto, quindi, non è soltanto quanto costa una protesta, ma quanto costa continuare a costruire il Tav. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché sposta l’attenzione dalla conseguenza alla causa.
Il Governo Meloni continua a raccontare la Torino-Lione come un’opera strategica, necessaria e indispensabile per il futuro delle Alpi, dell’Italia e dell’Europa tutta. Nel frattempo, i lavori procedono tra ritardi, cantieri militarizzati e una presenza permanente delle forze dell’ordine sul territorio. E mentre si continua a scavare, si continua a spendere.
C’è però un aspetto che le dichiarazioni di Rixi sembrano voler rimuovere: se oggi i lavori accumulano ritardi, è anche grazie alle mobilitazioni del Movimento No Tav, che in oltre trent’anni ha ostacolato l’avanzamento dei cantieri e impedito che l’opera procedesse indisturbata secondo i programmi dei suoi sostenitori. Una lotta che ha saputo mettere in discussione il progetto non soltanto sul piano politico, ma anche attraverso l’opposizione concreta sul territorio. Non ci troviamo, dunque, davanti ad un semplice costo collaterale da mettere a bilancio, ma di fronte ad un agire collettivo che ha contribuito a rallentare la realizzazione dell’opera e che continua a contestarne le ragioni, mentre le istituzioni cercano di portarla avanti nonostante un’opposizione mai venuta meno.
Esiste però un modo molto semplice per eliminare quei costi: non realizzare l’opera.
Mentre il Governo continua a investire nella Torino-Lione, il territorio indica altre priorità. A inizio ottobre, migliaia di persone hanno attraversato la Valle di Susa nella marcia da Sant’Ambrogio ad Avigliana, insieme ad amministratori locali, cittadini e realtà territoriali, ribadendo la necessità di mettere in discussione il progetto e di destinare le risorse a infrastrutture réellement utili, a partire dal trasporto pubblico locale. Quella mobilitazione racconta una realtà molto diversa da quella che, generalmente, si prova a rappresentare. La Valle di Susa non è semplicemente un territorio che protesta contro un’opera imposta: da trent’anni mette in discussione la necessità stessa della Torino-Lione.

Ed è proprio su questo terreno che il racconto ufficiale mostra le sue contraddizioni. Un’infrastruttura di queste dimensioni dovrebbe essere valutata sulla base dei bisogni reali di mobilità, dei traffici che dovrà sostenere e dei benefici che produrrà rispetto alle risorse necessarie per realizzarla. Non basta ripetere che collegherà l’Italia all’Europa o che farà viaggiare le merci sulle rotaie: la sua utilità deve essere dimostrata attraverso dati concreti. Eppure si continua a costruire un’opera gigantesca mentre la linea ferroviaria storica esistente dispone di capacità ancora largamente inutilizzata e mentre il traffico merci attraverso le Alpi non giustifica, secondo il Movimento No Tav, la necessità di un’infrastruttura di queste dimensioni.
Il risultato è un’enorme quantità di denaro pubblico impegnata in un progetto la cui utilità viene presentata come un atto di fede, più che dimostrata sulla base delle necessità effettive del territorio. Le risorse destinate alla Torino-Lione potrebbero invece essere impiegate per affrontare problemi molto più concreti e immediati: scuole, sanità, trasporto pubblico, manutenzione del territorio e servizi.
È qui che la discussione sui 200 milioni diventa ancora più surreale. Si insiste sul costo delle proteste per difendere un’opera della cui utilità si dovrebbe continuare a discutere, dati alla mano, evitando che una scelta politica venga presentata come inevitabile.
C’è poi un’altra contraddizione nelle parole di Rixi: pensare di portare avanti quest’opera aumentando progressivamente le risorse destinate alla sicurezza, come se fosse possibile neutralizzare con uomini e mezzi una mobilitazione.
Finché qualsiasi Governo continuerà a imporre la Torino-Lione, il Movimento No Tav continuerà a opporsi.
Non saranno le dichiarazioni dei ministri né la militarizzazione dei cantieri a cancellare le ragioni di una lotta radicata nel territorio. Pretendere di proseguire a ogni costo significa mettere in conto il protrarsi di una gestione dei cantieri sempre più onerosa per le casse pubbliche. Una conseguenza della quale il Governo deve assumersi la responsabilità politica.
Non è il Movimento No Tav ad aver deciso di trasformare la Valle di Susa in un enorme cantiere, a destinare miliardi di euro alla Torino-Lione o a militarizzare il territorio per proteggerla. È una scelta precisa, che continua a produrre costi economici, ambientali e sociali.
Prima di presentare il conto a chi resiste, dunque, bisognerebbe riconoscere chi ha deciso di aprire quei cantieri e continuare a finanziarli. Perché il modo più semplice per non spendere 200 milioni all’anno per difendere i cantieri Tav è anche il più ovvio: fermare i cantieri.
Dopo trent’anni di opposizione, mobilitazioni e lotte, la Valle di Susa continua a dirlo con chiarezza. Non è la resistenza a essere un costo. È il Tav.
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