Negli ultimi anni ci hanno raccontato la Torino-Lione come un’opera ormai irreversibile, destinata semplicemente ad andare avanti, tra comunicati stampa, passerelle istituzionali e cronoprogrammi continuamente posticipati. Eppure, è bastata una visita a favore di telecamere al cantiere della Maddalena perché quel racconto mostrasse, ancora una volta, tutte le sue crepe.
Il sopralluogo al cantiere, avvenuto nei giorni scorsi, ha visto entrare nel fortino alcuni parlamentari ed esponenti del Movimento 5 Stelle insieme ai deputati francesi Gabriel Amard e Jean-François Coulomme de “La France Insoumise” (partito legato a Jean-Luc Mélenchon). Una visita che, nelle intenzioni di Telt, avrebbe probabilmente dovuto confermare l’immagine di un’opera in pieno sviluppo e non contestabile, in piena collaborazione con le istituzioni di entrambi i paesi.
Ma, ahimè, è accaduto l’esatto contrario: all’uscita dal cantiere, la delegazione italo-francese ha rilanciato pubblicamente la richiesta di recesso dagli accordi internazionali sulla Torino-Lione, denunciando la crescita incontrollata dei costi, l’assenza di una reale sostenibilità economica dell’opera e la necessità di destinare quelle risorse al trasporto pubblico locale e alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Questa posizione inevitabilmente ha riportato il Tav al centro del dibattito politico nazionale e piemontese, dimostrando come perfino il luogo simbolo dell’avanzamento dell’opera possa trasformarsi, ancora una volta, in un terreno di contestazione politica, oltre a livello popolare, anche a livello parlamentare e istituzionale.
La visita, organizzata con autorizzazione di Telt e dentro il perimetro controllato del cantiere, si inserisce senza ombra di dubbio dentro una precisa strategia comunicativa – decisamente früsta, come si dice da queste parti – dell’ente gestore: mostrare dall’interno la normalità e l’avanzamento dell’opera. Eppure proprio questo dispositivo gli si è ritorto contro. L’apertura dei cancelli, pensata come momento di legittimazione e consolidamento della narrazione ufficiale, ha fatto emergere in conferenza stampa una serie di dichiarazioni che hanno rimesso in discussione l’intero impianto propagandistico e politico della Torino-Lione, spostando il dibattito fuori dal solito perimetro pseudo-tecnico e narrativo, fin dentro quello dello scontro politico.
Il dibattito si è spostato dal cantiere di chiomonte agli equilibri politici dei palazzi. Quotidiani e commentatori hanno iniziato a interrogarsi principalmente sulle conseguenze della presa di posizione di Chiara Appendino e del Movimento 5 Stelle per il cosiddetto “campo largo”, descrivendola come un elemento capace di scavare un nuovo solco di contraddizioni con il Partito Democratico. C’è chi vi ha letto una mossa tattica, chi un ritorno alle origini, chi un tentativo di rilanciare una leadership interna e chi, ancora, un ostacolo alla costruzione delle alleanze future.
Ma per chi ormai è un po’ disilluso rispetto a quelle che poi potrebbero essere gli effetti reali di questi dibattiti, la domanda più interessante è un’altra.
Com’è possibile che un’opera definita da anni inevitabile, strategica e necessaria, continui a essere capace di far saltare gli equilibri politici da trent’anni a questa parte? Se davvero la Torino-Lione fosse ormai una partita chiusa, difficilmente basterebbero una visita al cantiere e alcune dichiarazioni tonanti per riaprire una discussione tanto aspra.
La questione non è solo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Riguarda soprattutto il fatto che il Tav, e la sua sostanziale inutilità e inconsistenza, continua a rappresentare una delle principali linee di faglia della politica italiana. Da una parte c’è chi considera l’opera un simbolo del modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul consumo di risorse pubbliche e sulla subordinazione dei territori agli interessi economici e finanziari; dall’altra emerge, anche dentro le istituzioni, la difficoltà di sostenere senza contraddizioni un progetto che negli anni ha visto lievitare i costi, accumulare ritardi e perdere progressivamente quella narrazione di inevitabilità costruita dai suoi promotori e avere pure effetti disastrosi sui territori (vedi l’acqua in Val Maurienne).
Che il tema sia tornato a dividere proprio nel momento in cui si tenta di costruire un’alternativa di governo alla destra non è un dettaglio. Significa che il Tav continua a essere una questione politica irrisolta, un nodo che nessuna formula elettorale riesce semplicemente a rimuovere.
Per anni si è provato a confinare la Torino-Lione in una dimensione esclusivamente tecnica o di ordine pubblico, affidandola agli esperti, ai commissari straordinari e ai cronoprogrammi dei cantieri, oppure alle procure e la polizia. Ogni volta, però, il conflitto tra interessi contrapposti riemerge. E quando riemerge costringe tutti a prendere posizione.
È qui che affiora un elemento che nessuna lettura interna ai partiti riesce a cogliere fino in fondo. Se la Torino-Lione continua a pesare nel dibattito politico è perché il Movimento No Tav non ha mai permesso che quest’opera venisse normalizzata. Trent’anni di mobilitazione, di studio, di presenza sul territorio, di iniziative popolari e di resistenza alla militarizzazione della Val di Susa hanno impedito che il Tav si trasformasse in un semplice dossier tecnico, amministrativo o giudiziario.
Non è un caso che la discussione torni ad accendersi proprio mentre continuano ad emergere criticità economiche e tecniche dell’opera, dai costi lievitati esponenzialmente rispetto alle previsioni iniziali, alle difficoltà che interessano il versante francese. Questioni che il Movimento denuncia da anni (decenni!!) e che oggi trovano spazio perfino nel confronto politico istituzionale.
Naturalmente questo non significa consegnare patenti di coerenza a chi oggi riscopre argomenti che in altri momenti ha accantonato o subordinato alle compatibilità di governo. La memoria del Movimento è lunga e non dimentica le responsabilità di chi, una volta nelle istituzioni, ha finito per accettare la prosecuzione dell’opera. Né tantomeno il futuro della lotta può dipendere dalle oscillazioni di questo o quel partito.
Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che questa vicenda mette in evidenza.
Quando la Torino-Lione torna a essere un tema capace di incrinare gli equilibri del cosiddetto campo largo, non è il successo di una forza politica. È il segnale che la resistenza popolare continua a produrre effetti ben oltre i confini della Valsusa. È la dimostrazione che anni di mobilitazione hanno impedito la costruzione, non solo dell’opera in sé, ma anche di un consenso pieno attorno alla sua necessarietà. Ogni volta che qualcuno prova a dichiarare chiusa la partita, la realtà dimostra il contrario: il Tav resta un terreno di scontro, di contraddizioni e di scelte che non possono essere rimandate alla prossima campagna elettorale.
Per questo le crepe che oggi attraversano il “campo largo” non devono essere lette con lo sguardo di chi tifa per una coalizione o per l’altra. Sono esattamente il riflesso di un conflitto sociale che continua a proiettare i suoi effetti dentro le istituzioni e ne fa emergere le contraddizioni. Se una possibile alleanza di governo si trova costretta a misurarsi ancora con la Torino-Lione, significa che il Movimento ha saputo mantenere viva e aperta una questione che in molti avevano interesse a considerare definitivamente archiviata.
Questo è il dato politico più significativo di questi giorni.
Mentre dentro il cantiere si continua a mettere in scena la rappresentazione di un’opera ormai destinata a compiersi, fuori da quelle recinzioni la Torino-Lione continua a dividere, a interrogare, a mettere in crisi narrazioni e alleanze. Segno che la partita è tutt’altro che conclusa. Per il Movimento No Tav non si tratta di schierarsi nelle dinamiche del nuovo campo largo né di affidare ad altri il proprio futuro. Si tratta di cogliere ogni contraddizione che contribuisca a rompere il consenso costruito attorno a un’opera tanto devastante quanto inutile. Perché ogni crepa nella narrazione dell’ineluttabilità restituisce spazio alla possibilità di fermarla. Ed è in quello spazio, conquistato in decenni di lotta, che continua a giocarsi la partita più importante.



