Ancora una volta, le cronache che ci giungono da ogni dove ci danno ragione: i danni ambientali e lo spreco di denaro pubblico legati all’Alta Velocità sono sotto gli occhi di tutti.
Il “modello Tav” si mostra ovunque come l’intruglio di illegalità, disastri ambientali, narrazioni patinate e sicurezza ridicola a cui noi valsusini siamo ormai purtroppo abituati.
Partiamo dal sud.
Nel Casertano i Carabinieri del Gruppo Forestale, su ordine del Gip di Santa Maria Capua Vetere, hanno sequestrato una cava di calcare trasformata in una gigantesca discarica abusiva. Pensate un po‘, le indagini hanno rivelato che il titolare della cava, in concorso con il direttore dei lavori, ha ricevuto e interrato circa 340mila metri cubi di terre e rocce da scavo provenienti direttamente dai cantieri del Tav Salerno-Reggio Calabria.
Non si tratterebbe, secondo le accuse mosse, di innocui sottoprodotti come vorrebbero far credere i fautori dell’opera, ma di veri e propri rifiuti, dal momento che il loro utilizzo è avvenuto violando il progetto di ripristino ambientale, senza alcuna autorizzazione del Genio Civile di Caserta e in totale difformità rispetto a quanto approvato. E non è finita qui ovviamente: tutto questo è successo in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico e senza nemmeno il permesso di costruire, con la conseguenza di una trasformazione permanente del suolo e del sottosuolo che ha alterato per sempre la morfologia del territorio.
Non si tratterebbe, secondo le accuse mosse, di innocui sottoprodotti come vorrebbero far credere i fautori dell’opera, ma di veri e propri rifiuti, dal momento che il loro utilizzo è avvenuto violando il progetto di ripristino ambientale, senza alcuna autorizzazione del Genio Civile di Caserta e in totale difformità rispetto a quanto approvato. E non è finita qui ovviamente: tutto questo è successo in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico e senza nemmeno il permesso di costruire, con la conseguenza di una trasformazione permanente del suolo e del sottosuolo che ha alterato per sempre la morfologia del territorio.
La vicenda campana non è ovviamente un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto ben più ampio che in Val di Susa da sempre viene denunciato.
Salendo un pochino la penisola e arrivando a Firenze, ci troviamo in un altro, ennesimo, cantiere TAV, di recente al centro della cronaca a causa di un incendio doloso appiccato di notte nel cantiere di Campo di Marte. Un gruppo di ignoti avrebbe, infatti, utilizzato una coperta intrisa di kerosene per appiccare il fuoco ad una centralina elettrica. Fiamme spente dalla pioggia, senza che sia stato causato un danno di grandi – a giudicare dagli articoli nemmeno medie – dimensioni.
Tornando all’impatto ambientale e alle omissioni che vengono fatte dalla controparte a riguardo, ci spostiamo indietro al 2010, quando proprio a Firenze erano iniziate le indagini sui presunti reati ambientali connessi allo smaltimento dei fanghi di scavo del cantiere di sottoattraversamento ferroviario. L’inchiesta è culminata nel 2013 con il sequestro della povera talpa scavatrice Monna Lisa (di nuovo una donna morta, mamma mia, ma almeno stavolta c’è il dettaglio artistico) e che si è conclusa di recente con una sola condanna e una raffica di assoluzioni o prescrizioni (vorremmo dire pazzesco, ma ce lo aspettavamo tutti).
In Valsusa siamo abituati a questo genere di giochetti.
A più di vent’anni dall’8 dicembre 2005, di cantieri in Valsusa ne sono spuntati come funghi dopo la pioggia. A Chiomonte, San Didero, Susa e tutti quelli che stanno per nascere per la nuova tratta Avigliana Orbassano, nascente già in difetto. Questi cantieri formano un disegno chiaro: l’intera Val di Susa come un enorme cantiere unico, una zona militarizzata e soprattutto una zona e una popolazione che sono sacrificabili. Da anni denunciamo tra le altre problematiche, il problema dello smarino che resta centrale: rifiuti altamente pericolosi con rischi ambientali e per la salute che sono stati e sono tutt’ora ampiamente sottovalutati dalle istituzioni, dalla controparte. La mancanza di trasparenza e i metodi poco ortodossi sono ormai un tratto distintivo di ciò che accade nella nostra valle e in ogni cantiere di opere inutili. A questo si aggiunge la minimizzazione e la criminalizzazione del dissenso in qualunque sia forma e qualunque sia il grado di conflitto portato avanti da chi protesta.
Vorrebbero tenerci in silenzio, che stessimo buoni e in riga. Chiunque abbia appiccato quell’incendio, forse, lo ha fatto perché si è ritrovato in un contesto in cui non si viene ascoltati. In cui le decisioni vengono prese dall’alto e non c’è manovra di dialogo e di confronto, non c’è scelta per i comuni cittadini, non c’è scelta per chi non detiene il potere decisionale.
La realtà parla da sola.
Parliamo di illegalità, disboscamento, smaltimenti abusivi di rifiuti, territori saccheggiati nel silenzio generale, nella repressione del dissenso, mentre le comunità vengono lasciate da sole a difendere la propria salute, la propria terra e il proprio futuro.
Questi due fatti, il sequestro per discarica abusiva in Campania e l’incendio doloso a Firenze, non sono episodi isolati. Sono la prova che la logica è sempre la stessa.
Sono trent’anni che lo ripetiamo.
Mentre si continua a spendere miliardi di euro pubblici per un’opera che serve solo ai grandi interessi economici e non alle comunità locali, i nostri territori vengono svuotati e repressi, i rifiuti e i materiali di scarto provenienti dai cantieri avvelenano il suolo. Le comunità gridano e non vengono ascoltate.
La lotta al Tav e al sistema di cui è figlia, da quel lontano 8 dicembre che ha lasciato in eredità un’opposizione trasversale e determinata, non si è mai fermata. E’ cambiata, evoluta, si è radicata. Ma ha sempre portato avanti il desiderio di ottenere giustizia e trasparenza, riguardo per le persone e per i territori.
