post — 19 Giugno 2026 at 10:17

Un miliardo e mezzo per 24 chilometri di TAV. E se li investissimo in ciò di cui la Valsusa ha davvero bisogno?

In questi giorni si sta riaccendendo il dibattito attorno alla tratta nazionale Tav Avigliana – Orbassano. All’incontro svoltosi questo sabato a Rivoli dal titolo “tratta ferroviaria Torino – Lione. Infrastrutture, impatti e opportunità per Torino ovest”, la discussione ha ruotato ancora una volta intorno alla necessità di accelerare la realizzazione dell’opera e di garantire il pieno utilizzo dei finanziamenti europei già disponibili, con l’obiettivo dichiarato di evitare che risorse strategiche vadano perse. In quell’occasione Paolo Foietta ha ribadito la centralità del progetto all’interno delle reti europee Ten -T e la necessità di procedere senza ulteriori rallentamenti, richiamando il ruolo infrastrutturale e geopolitico della Torino-Lione come asse prioritario per la competitività del continente.

Eppure, è proprio questo linguaggio della strategicità europea, dei corridoi Ten -T e della competitività continentale che rischia di produrre una rimozione sistematica dei bisogni reali dei territori attraversati. Quando un’opera viene descritta come infrastruttura prioritaria per l’Europa, il suo valore viene automaticamente separato dalle condizioni concrete delle comunità locali che la subiscono o la attraversano.

In Valle di Susa, però, le priorità hanno un altro nome: ospedali che funzionano, medici e infermieri sufficienti, scuole sicure e non accorpate, linee ferroviarie esistenti che garantiscano puntualità e frequenza, manutenzione del territorio per prevenire frane e alluvioni.

A questa narrazione si contrappone però una realtà molto più concreta e meno astratta, che nei giorni scorsi è tornata al centro dell’attenzione con le dichiarazioni legate agli abbattimenti delle abitazioni nell’area interessata dal tracciato. Case che vengono descritte come interferenze, ma che nella realtà sono luoghi di vita, storie familiari e radicamenti sul territorio che vengono cancellati in nome di un’infrastruttura definita strategica.

Anche qui lo scarto è evidente: ciò che nei documenti tecnici diventa una voce di costo o una criticità da risolvere, nella vita reale è perdita di abitazioni, relazioni e continuità sociale. È il punto in cui la retorica della grande opera smette di essere neutra e diventa scelta concreta su chi paga il prezzo del cosiddetto progresso.

Ed è proprio da questo insieme di contraddizioni che diventa necessario ripartire per rimettere in discussione la gerarchia delle priorità.

Una delegazione italiana è attesa nei prossimi giorni a Bruxelles per cercare di ottenere nuovi finanziamenti europei destinati alla tratta Avigliana-Orbassano della nuova linea Torino-Lione.

L’obiettivo di Foietta (che incontrerà a Chambery Matthieu Grosch, coordinatore del corridoio mediterraneo della rete Ten -T, insieme s Josiane Beaud, sua omologa francese) è reperire fino a 1,5 miliardi di euro di fondi europei per completare il finanziamento di un’opera che, per 24 chilometri di tracciato, supera ormai i 3 miliardi di euro di costo stimato.

Un miliardo e mezzo.

Una cifra che rischia di diventare astratta se non la si traduce in qualcosa di concreto.

Per questo proviamo a fare un esercizio semplice.

Immaginiamo che quei soldi fossero destinati alla Valsusa e alle necessità reali dei suoi abitanti.

Come potrebbero essere utilizzati?

Partiamo dalla sanità.

Da anni cittadini, amministratori e operatori denunciano le difficoltà della sanità nelle aree montane: carenza di personale, servizi ridotti, liste d’attesa sempre più lunghe e una progressiva centralizzazione delle prestazioni verso Torino. Con 1,5 miliardi di euro, ad esempio, sarebbe possibile finanziare per decenni il potenziamento dell’ospedale di Susa, rafforzare la medicina territoriale, aprire nuove strutture sanitarie di prossimità e assumere centinaia di medici, infermieri e operatori sociosanitari.

Secondo i costi utilizzati dal PNRR, con la stessa cifra si potrebbero addirittura costruire centinaia di Ospedali di Comunità in tutta Italia. Una quantità superiore all’intero piano nazionale previsto dal Governo.

Passiamo ai trasporti.

Da oltre trent’anni si sostiene che la Torino-Lione serva a migliorare la mobilità ferroviaria. Eppure, la linea storica esiste già, è stata ammodernata con investimenti miliardari e oggi viene utilizzata soltanto in minima parte delle sue capacità. Con una frazione di quei 1,5 miliardi si potrebbero aumentare le frequenze dei treni per pendolari e studenti, eliminare le criticità della linea storica, migliorare le stazioni della valle e garantire un trasporto pubblico locale realmente efficiente tra i comuni montani.

Poi c’è il territorio.

Negli ultimi anni la Valle di Susa ha visto aumentare gli eventi meteorologici estremi: frane, alluvioni, smottamenti, esondazioni e danni alle infrastrutture. Ogni amministrazione locale sa quanto sia difficile reperire risorse per la manutenzione di versanti, corsi d’acqua, reti viarie e opere di protezione civile. Con 1,5 miliardi si potrebbe avviare uno dei più grandi programmi di prevenzione del dissesto idrogeologico mai realizzati sull’intero territorio alpino piemontese.

E poi ci sono le scuole.

Molti edifici scolastici necessitano interventi di efficientamento energetico, manutenzione straordinaria e adeguamento sismico. Con una parte di quelle risorse si potrebbero rendere più sicuri e moderni gli edifici pubblici della valle, ridurre i costi energetici dei comuni e investire concretamente nelle nuove generazioni.

Naturalmente qualcuno obietterà che i fondi europei destinati alla Torino-Lione non potrebbero essere utilizzati direttamente per altre finalità.

È vero. Ma questo non cambia il punto della questione.

Perché ogni euro investito racconta una scelta.

Ogni finanziamento ottenuto racconta una gerarchia di priorità.

Quando per una nuova linea ferroviaria si trovano miliardi di euro senza particolari difficoltà, mentre per assumere personale sanitario, mettere in sicurezza il territorio o mantenere aperti servizi essenziali occorre ogni volta dichiarare l’emergenza, il problema non è soltanto economico.

È politico.

Da oltre trent’anni la Valle di Susa viene descritta come un corridoio da attraversare. Un territorio funzionale ai flussi delle merci, alle reti Ten -T, alla competitività europea e, sempre più spesso, alle esigenze strategiche e militari che l’Unione Europea attribuisce alle grandi infrastrutture di trasporto. Molto meno spesso viene considerata per ciò che è realmente: una comunità fatta di persone che chiedono servizi pubblici efficienti, sicurezza sociale e un territorio curato.

Per questo la questione da porre oggi non è se Bruxelles riuscirà a trovare un altro miliardo e mezzo per la Torino-Lione.

La domanda è un’altra.

Chi decide quali opere meritano miliardi di investimenti pubblici e quali bisogni, invece, possono essere rimandati?

Perché mentre si cercano nuove risorse per scavare gallerie e costruire infrastrutture destinate ai grandi corridoi europei, ospedali, scuole, trasporti locali e difesa del territorio continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti.

È questa gerarchia delle priorità che andrebbe discussa. Ed è proprio questa discussione che il dibattito sulla Torino-Lione da anni evita.