Di Nicoletta Dosio
Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità.
Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta subendo direttamente. Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.
Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti energetiche.
In questo scenario di morte Tramp e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della crudeltà sfrenata del sistema.
Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino, voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso Oriente.
Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO – USA contro la Russia.
Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.
Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera.
E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:
“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre
e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.
E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest verso est e oltre i suoi confini” .
Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.
(li cito come da fonte ministeriale):
- Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è inserita la Torino-Lione.
- Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando per i valichi di Domodossola e Chiasso.
ed ecco il significato del Terzo Valico.
- Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine Cervignano.
- Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.
Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di Pontedera.
“Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e rimangono soltanto veleni e devastazione.
Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà impossibile.
Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello economico, politico, sociale che lo produce.
Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti d’armi.
Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana ferrovieri.
Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti, truppe e deportati.
Venticinque anni dopo, alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…).
Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.
Dunque, la lotta continua…



