
Torino, strategia contro il dissenso
Di Livio Pepino, Il Manifesto – Il copione si ripete. Ieri mattina, appena ventiquattrore dopo il terremoto elettorale che ha rimesso in discussione, a Torino, gli equilibri politici intorno alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, un ennesimo grappolo di misure cautelari si è abbattuto su esponenti del movimento No Tav. Ancora una volta le misure si riferiscono a fatti accaduti un anno prima (il 28 giugno 2015 intorno al cantiere della Maddalena di Chiomonte allorché un gruppo di dimostranti tentò e in parte riuscì ad agganciare e rimuovere, con un gesto di evidente significato simbolico, pezzi delle reti di recinzione).
Ancora una volta l’accusa è di resistenza a pubblico ufficiale (con l’appendice di alcuni reati minori). Ancora una volta gli indagati colpiti dalle misure sono, nella stragrande maggioranza, persone note nel movimento, ben conosciute dalle forze dell’ordine, non certo interessate a sottrarsi alle indagini con la fuga o a manomettere e inquinare le prove dei fatti.
Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Da oltre dieci anni i cittadini e le cittadine della Val Susa che si oppongono alla realizzazione del Tav sono oggetto di interventi repressivi di crescente gravità da parte della Procura della Repubblica e dei giudici per le indagini preliminari del Tribunale di Torino. Sono attualmente indagate in valle circa 1000 persone, di età compresa tra i 18 e gli 80 anni, per i reati più vari, a partire dalla mancata ottemperanza ai provvedimenti prefettizi che vietano la circolazione nella “zona rossa” prossima al cantiere della Maddalena di Chiomonte. In questo momento sono soggette a misure cautelari – di diversa intensità – poco meno di cinquanta persone, quasi tutte per il reato di resistenza a pubblico ufficiale.
Nulla di nuovo, ma il protrarsi di forzature che non hanno nulla a che fare con l’obbligatorietà e il sereno esercizio dell’azione penale. C’è una palese disparità di trattamento nei confronti degli indagati appartenenti al movimento No Tav, nei cui confronti si assiste a una dilatazione abnorme delle ipotesi di concorso di persone nel reato mentre pressoché tutte le denunce nei confronti delle forze dell’ordine per lesioni anche gravissime a manifestanti sono state archiviate, senza alcuna seria indagine, per l’asserita impossibilità di identificarne gli autori. C’è una corsia preferenziale per i processi nei confronti di esponenti No Tav, trattati con assoluta priorità anche se relativi a fatti lievissimi (come l’inottemperanza alle ordinanze prefettizie o il danneggiamento simbolico delle reti del cantiere), mentre per i reati da essi denunciati (persino quelli con prove documentali come le diffamazioni) sono per lo più trattati con tempi tali da assicurarne la prescrizione. C’è un ricorso massiccio – appunto – alla custodia cautelare in carcere anche nei confronti di incensurati e un’applicazione indiscriminata di misure non detentive per fatti di lieve entità (con prescrizioni vessatorie e motivate con pure clausole di stile, come il diniego del permesso per recarsi a colloquio con i difensori, la mancata concessione della possibilità di lavorare o di dare esami all’università, il divieto di recarsi a far visita ai genitori etc.).
Dopo avere perseguito la strada del maxiprocesso (per i fatti di fine giugno-primi di luglio 2011) e giocato la carta della fantasiosa contestazione del reato di attentato con finalità di terrorismo (escluso in modo tranchant sia dai giudici di merito che dalla Corte di cassazione) i pubblici ministeri e i giudici della cautela torinesi hanno scelto la strada di uno stillicidio di processi. Per anni magistrati, politici e giornalisti hanno gridato ai quattro venti che gli interventi repressivi disposti non riguardavano il movimento No Tav ma solo reati specifici commessi da frange estremiste e violente, per lo più estranee alla Val Susa. Ora anche la maschera è caduta. I destinatari delle misure cautelari sono per lo più vecchi e giovani valligiani imputati per fatti che in ogni altra parte d’Italia meriterebbero, al massimo, un dibattimento di routine al di fuori da ogni “corsia preferenziale”. L’evidente finalità è quella di intimidire, di dividere, di fiaccare il movimento secondo un modulo ben noto in varie parti del mondo e denunciato in una recente sentenza della Corte interamericana dei diritti dell’uomo, concernente esponenti del popolo Mapuche, laddove si censurano alcuni interventi di autorità giudiziarie cilene siccome diretti a «provocare paura in altri membri della comunità coinvolti in attività di protesta sociale e di rivendicazione dei loro diritti territoriali o che intendono eventualmente parteciparvi».
Lo abbiamo sottolineato altre volte ma merita ricordarlo. Queste vicende parlano all’intero Paese perché il livello di democrazia di un ordinamento si misura sul modo in cui vengono orientati, nella repressione del dissenso, l’azione delle forze di polizia e della magistratura, quando non anche – come avvenuto ripetutamente nell’Italia liberale e come avviene oggi in Val Susa – delle forze armate in funzione di ordine interno.
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