
Follie prefettizie: Val di Susa, Zona Rossa Unica

In Valsusa, a partire da quest’estate, c’è qualcosa che è diventato sempre più difficile da ignorare.
Il Movimento No Tav non ha improvvisamente cambiato le proprie modalità e le proprie pratiche, ma la controparte ha messo in campo un apparato di ordinanze enorme, sproporzionato e strutturato per riproporsi qualsiasi cosa accada, senza che nessuno si interroghi sulla legittimità (anche normativa). Questo apparato questura-prefettura (e ci viene da dire, qualche volta anche avvallato dai sindaci) non sembra più limitarsi ad essere reazione a ciò che succede, ma interviene prima, sulla base della possibilità che qualcosa possa accadere. Oseremmo affermare, vista anche l’ultima ordinanza di settembre che ha inficiato anche i vignaioli di Via dell’Avanà, addirittura anche quando niente deve accadere.
Lo abbiamo visto a partire dalla Marcia del 25 luglio scorso. Prima ancora che migliaia di persone si mettessero in cammino, la Valle era attraversata da una presenza imponente delle forze dell’ordine: strade e stazioni controllate, accessi presidiati, mezzi schierati e un sistema di difesa dentro e attorno i cantieri. Controlli e limitazioni, questa volta, non riguardavano soltanto le immediate vicinanze delle aree dei lavori per la Torino-Lione, ma hanno investito l’intera viabilità e gli spazi attraverso cui migliaia di persone stavano raggiungendo la Valle per partecipare al Festival Alta Felicità (la cui sede, Borgata VIII Dicembre a Venaus è lontana una decina di chilometri dal cantiere di Chiomonte).
Questo il primo elemento da mettere a fuoco:non è stata la mobilitazione No Tav a determinare la militarizzazione sproporzionata della Valle. Era già lì, prevista e studiata a tavolino. E da quel momento, fino ad oggi, non se n’è più andata.
Nelle settimane successive la Marcia, a suon di ordinanze e provvedimenti di diverso tipo, per cercare di chiudere il recinto quando i buoi ormai erano già scappati, il Governo ha dato ordine di riproporre esponenzialmente lo stesso schema di controllo: non solo attorno ai cantieri, ma anche ai luoghi nei quali il Movimento si organizza, si incontra e costruisce le proprie iniziative. La crescita esponenziale non è soltanto nella quantità di forze dell’ordine impiegate, ma nella pervasività con cui viene organizzato il rapporto tra il cantiere e il territorio che lo circonda. Se Telt già parla da tempo di Valsusa come un Cantiere Unico, prefettura e polizia estendono su tutto il territorio la sua sporca difesa.
Viene stabilito preventivamente dove si può andare, come ci si può muovere (guai a muoversi a piedi in gruppo!), quali percorsi possono essere attraversati, quali spazi possono essere utilizzati e quali forme di presenza collettiva possono essere esercitate e, addirittura, cosa puoi comprare al supermercato! Insomma, quali diritti valgono, quali no, e per chi.
Un sentiero viene chiuso. Un’area diventa inaccessibile. Una strada viene controllata. Uno spostamento organizzato viene impedito. Il campeggio libero o un prodotto di consumo vietato. E così la sicurezza straordinaria dell’opera, che tanto costa sulle tasche dei cittadini, finisce per diventare un criterio attraverso cui si possa attraversare l’intero territorio.
Val di Susa, Zona Rossa Unica.
Non è più ciò che succede – e se succede – a determinare la risposta. È la possibilità, o la presunzione e il presentimento, che qualcosa possa succedere a determinare preventivamente la risposta. Minority Report in confronto era una favola per bambini.
Non importa che si tratti di iniziative, presidi No Tav, aperitivi in compagnia, campeggi o grigliate, per tutta l’estate fino alla settimana scorsa, sono stati affrontati attraverso un apparato che intervenisse prima ancora che esistesse una situazione concreta da gestire. L’ esempio più lampante e assurdo senso è stata, appunto, l’ulitma ordinanza emanata, che si basava su un presunto campeggio studentesco che secondo loro avrebbe potuto aver luogo prima dell’inizio delle lezioni. Inutile dire che il campeggio che non è mai stato fatto e neanche mai annunciato.
Ormai non c’entra più il fatto che il Movimento organizzi i propri spazi di iniziativa, la Valsusa si trova davanti misure e schieramenti delle forze dell’ordine predisposti a interdire enormi porzioni del territorio prossime ai cantieri e a limitare gli spostamenti nelle loro vicinanze.
Non è un dettaglio.
Questo significa che il controllo non si ferma più al perimetro del cantiere, ma si allarga al territorio circostante e, con esso, alla possibilità stessa di attraversarlo, viverlo e utilizzarlo dall’intera popolazione valsusina.
Da decenni i cantieri della Torino-Lione sono protetti da un sistema che li ha trasformati in fortini separati e avulsi dal territorio che li circonda. Ma oggi il rischio è che inglobi l’intero territorio: ciò che avviene fuori dal cantiere viene sempre più spesso ricondotto alla necessità di garantire la sicurezza dell’opera, anche quando nulla c’entra con esso, tutto diventa questione di sicurezza da contrastare con ordinanze sempre più “bislacche” per alcuni presupposti in esse contenuti.
Ogni volta l’ordinanza arriva prima: a volte addirittura in contemporanea ad un’iniziativa.
È questo il salto che leggiamo.
L’ordine pubblico viene utilizzato arbitrariamente per stabilire quali spazi possono essere attraversati e quali iniziative possono svolgersi, non siamo più di fronte soltanto alla gestione della sicurezza di un cantiere, che già di per sé è paradossale.
Questo è una precisa strategia di governo di un territorio che vuole decidere del proprio destino.
Continuiamo a sentir parlare della presunta violenza del Movimento No Tav, mentre viene taciuta e normalizzata la violenza concreta di un sistema che restringe progressivamente lo spazio di vita nel quale le persone possono muoversi, incontrarsi e manifestare.
Non è soltanto ciò che accade davanti a una recinzione, il problema è ciò che accade quando quella recinzione finisce per proiettare la propria ombra e logica ben oltre il cantiere. Perché se per muoverti in Valsusa devi prima verificare quali strade siano state chiuse, quale nuova ordinanza sia stata emessa, quali sentieri siano vietate, quali accessi siano presidiati e quali spostamenti siano impediti, significa che qualcosa nel rapporto tra cantieri, territorio, istituzioni e libertà collettive si è profondamente modificato. E non può diventare normale.
Non può diventare normale che in Valle di Susa la libertà di movimento sia così pesantemente condizionata dalla presenza delle forze dell’ordine messi a guardi dei cantieri; oltre che manifestare il proprio pensiero significhi prima di tutto verificare quali spazi siano ancora accessibili e che ogni iniziativa No Tav venga affrontata preventivamente come un’emergenza. E, soprattutto, non può diventare normale che tutto questo venga venduto all’opinione pubblica come una conseguenza inevitabile della mobilitazione contro la Torino-Lione.
Da luglio, in Valsusa, modalità di controllo e prevenzione vengono riproposte a macchinetta attorno a iniziative varie e variegate, ogni volta che queste vengono considerate potenzialmente pericolose per i cantieri. E non stiamo parlando di una misura eccezionale legata a una singola giornata, ma di una modalità che sta diventando ordinaria.
Il 25 luglio ha dimostrato un rifiuto esplicito dell’opera da parte di giovani (e non solo) di tutta quell’Europa che la Torino-Lione avrebbe la velleità di unire, e che invece si battono contro le politiche che questa ha intrapreso, dalle grandi opere alla guerra. Il Movimento No Tav è diventato parte di un sentimento molto più ampio di quello che già una Valle che continua a esistere, a organizzarsi, muoversi. A resistere.
Nelle settimane successive, quindi l’apparato di controllo (fuori tempo massimo) non viene acceso e spento in relazione a ciò che accade, ma assume i tratti di una modalità permanente con cui la controparte guarda alla Valle di Susa e a chi continua a organizzarvisi. Non c’entra che il Movimento assuma connotati abbastanza “buoni”, “pacifici” o innocui: ormai da anni il tentativo è minare il fatto di poter esistere.
Una lotta ambientale, sociale e politica non perde i propri diritti perché qualcuno decide di ricondurla a un problema di ordine pubblico. La libertà di manifestare non può essere subordinata alla tranquillità di un cantiere mortifero e il territorio non può essere trattato come uno spazio disponibile alle libertà solo quando non entrano in conflitto con le esigenze dell’opera.
È questa logica che va messa in discussione. Forse anche da un punto di leggitimità normativo-amministrativa, ma in primis da quello politico, a partire dalle sue amministrazioni che devono dare conto ai propri cittadini (ed elettori) perché una Valle nella quale per muoversi bisogna prima verificare quali spazi siano concessi, non è una Valle più sicura, ma una Valle nella quale vengono compresse indiscriminatamente le libertà delle persone.
E noi non intendiamo accettarlo.
La sicurezza dei cantieri non può diventare il criterio attraverso cui governare la vita di un territorio. Non è accettabile che l’eccezione costruita attorno alla Torino-Lione diventi la normalità della Valle di Susa.
È quando ci vorrebbero fermi, separati, prevedibili e confinati dentro gli spazi che ci vengono concessi che diventa ancora più importante continuare a muoversi, incontrarsi, organizzarsi e attraversare il proprio territorio.
Non perché ci venga concesso.
Ma perché è nostro.
Nessun cantiere, nessuna recinzione e nessun apparato di sicurezza può trasformare una libertà in un privilegio da concedere o revocare.
La Valle di Susa continuerà a muoversi.
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