Per la prima volta in modo così esplicito e condiviso, una parte significativa delle amministrazioni locali della Valle di Susa rompe la narrazione ufficiale e mette radicalmente in discussione il progetto della nuova linea ferroviaria Avigliana–Orbassano, chiedendone il ritiro immediato.
Con un comunicato congiunto diffuso il 18 giugno, l’Unione Montana Valle Susa ei Comuni di Avigliana, Caselette e Sant’Ambrogio di Torino mettono nero su bianco quello che dall’inizio di questa vicenda viene denunciato sui territori: un progetto privo di utilità reale, scollegato dai bisogni concreti e fondato su ipotesi mai dimostrate.

La richiesta è chiara: stop immediato all’opera e riallocazione delle risorse verso ciò che da anni viene sistematicamente ignorato — il trasporto pubblico locale, le linee 1 e 2 dellametropolitana e il potenziamento delle infrastrutture esistenti. Non nuove grandi opere, ma servizi che funzionano.
Il comunicato rappresenta una rottura politica evidente rispetto alla propaganda delle “infrastrutture strategiche”, che da anni giustificati interventi miliardari senza mai dimostrare la loro reale necessità. E proprio qui sta il punto centrale: a cosa serve davvero questa linea ferroviaria?
Secondo gli enti locali firmatari, il progetto definitivo di RFI non solo non risponde a una domanda di mobilità reale, ma si regge su un vuoto di giustificazione che diventa sempre più imbarazzante a ogni passaggio tecnico. Non esiste infatti alcuna dimostrazione concreta dell’utilità dell’opera, se non scenari ipotetici costruiti a posteriori per legittimarla.
Il nodo politico è evidente: se continua a progettare una nuova infrastruttura tra Avigliana e lo scalo merci di Orbassanomentre esiste già una linea ferroviaria attiva , che potrebbe essere potenziata e migliorata. Ma invece di investire sull’esistente, si insiste su nuove colate di cemento e scavi, con impatti pesanti e irreversibili sul territorio.
Ancora più grave, secondo i Comuni, è il fatto che l’intero impianto progettuale si basi su studi vecchi di oltre quindici anni, mai aggiornati rispetto ai cambiamenti radicali della domanda di mobilità e della struttura territoriale. Un tempo infinito che racconta bene la distanza tra pianificazione reale e propaganda infrastrutturale .
Le criticità tecniche diventano così politiche: documentazione lacunosa, incongruenze evidenti, analisi incompleta e una gestione dei cantieri affrontata in modo superficiale, come se si trattasse di un dettaglio secondario e non di un elemento centrale per un’opera di questa portata.
Ma il punto più pesante riguarda il metodo. Il ricorso sistematico a procedura straordinarie, commissariali ea strumenti come la Legge Obiettivo e lo Sblocca Cantieri viene denunciato come un meccanismo di espropriazione democratica: meno trasparenza, meno confronto, meno potere agli enti locali, più decisioni calate dall’alto.
Un modello in cui il territorio diventa semplice area di passaggio, sacrificabile in nome di una presunta modernizzazione che non regge né sul piano tecnico né su quello sociale.
La Avigliana–Orbassano si inserisce così in uno schema ormai evidente: grandi opere giustificate da previsioni indefinite, mentre il trasporto pubblico quotidiano resta sottofinanziato e insufficiente. Un sistema in cui le priorità vengono rovesciate: prima le opere, poi, forse, i bisogni delle persone.
La questione che emerge, e che oggi viene posta apertamente da amministratori locali e territori, è la denuncia di un modello che continua a consumo suolo pubblico, risorse e territorio per infrastrutture private di reale utilità, mentre i servizi essenziali restano sistematicamente sottofinanziati e al collasso. In questa cornice si colloca il no netto, esplicito e senza margini di ambiguità espresso dalle amministrazioni firmaterie e dall’Unione Montana, che chiedono il ritiro immediato del progetto Avigliana–Orbassano e di “ di rimettere in ordine le priorità e di rispondere alle reali esigenze dei cittadini e delle cittadine ”.



