Ripubblichiamo volentieri questo scritto di Nicoletta Dosio che ripercorre la storia e le conseguenze che ha avuto l’acciaieria sul nostro territorio, per prepararci all’ assemblea che si terrà domani al polivalente di San Didero alle 20.30.
Il primo fu Cravetto
Campi di granoturco coperti di polvere gialla; gialla la terra del cortile, la caligine che sporcava l’azzurro del cielo; gialla la patina che, nonostante le spolverature, tornava invariabilmente a ricoprire i mobili di casa, i libri accumulati sul tavolo; giallo il respiro che ti restava in gola e ritrovavi nel fazzoletto…..giallo di un giallo rossastro e bruciato il fumo che, giorno e notte si alzava dal tetto e tracimava dalle pareti della acciaieria Cravetto, al confine tra Bruzolo e San Didero, per allargarsi lungo la Valle, la mattina portata in alto dalla brezza di valle e, la sera, schiacciata in basso dalla brezza di monte, senza uscirne mai. Si lavorava ventiquattr’ore su ventiquattro. Di notte il cielo intorno all’edificio riverberava dell’inquietante bagliore della colata continua.
Finivano gli anni settanta. Mi ero trasferita in Valle per lavoro e per passione. Avevo trovato casa a Bruzolo, in una specie di garage riadattato, poco più che una stanza con vista sulla fonderia e sul viavai dei treni che, dalla stazione vicina, attraverso un apposito binario, portavano ai forni vagoni di rottami. Infatti l’impianto era di seconda fusione, alimentato dagli scarti delle rottamazioni, per questo più pericoloso e inquinante.
La vita degli operai era grama, pericolosa, tra l’inferno arroventato del forno a colata continua e il gelo che entrava dai grandi portali aperti, l’unico sistema adottato per lo smaltimento-fumi.
Alcuni degli addetti al forno appartenevano al collettivo che avevo cominciato a frequentare. Da loro giungevano notizie sull’alto numero di infortuni, i danni alla salute, la fatica che rendeva invivibile il tempo di lavoro e non si smaltiva mai, i salari bassi. Fu organizzato uno sciopero, i forni spenti. La risposta? Licenziamenti in tronco e denunce per sabotaggio. Col tempo e la mediazione dei sindacati, alcuni dei licenziati furono riassunti, ma con un pesante ricatto: l’impegno a rinunciare a scioperi e rivendicazioni.
Da Badò come in trincea
L’acciaieria Cravetto non era l’unica della Valle: nel Comune limitrofo di Borgone erano attive le ” Officine Ferriere Alpine Badò”.
Situazione simile, scioperi assenti. Nessun contatto con i lavoratori, inquadrati e legati al padrone da vincoli di fedeltà militare. Infatti Badò, ex ufficiale degli alpini, assumeva solo i suoi soldati e i loro figli: generazioni di “penne nere” che andavano agli altiforni come al “campo dell’onore”. Tanta dedizione non evitò i licenziamenti, quando, nei primi anni’80, la fabbrica chiuse, prendendo le compensazioni CEE per lo smantellamento della siderurgia italiana. Ricordo l’assemblea di chiusura, nel cortile dello stabilimento: la tarda mattinata di un giorno di pioggia, un gruppo nero di ombrelli, figure silenziose, consumate dalla fatica e dalla silicosi, fedeli fino all’ultimo.
Poi vennero Ferrero e la mina del mega-elettrodotto.
A metà anni ’80 la Cravetto fu messa in vendita e divenne l’acciaieria Ferrero.
Sì, proprio il colosso Ferrero, la radice di un vasto impero che nelle attività di famiglia, sia pure con società separate, può esibire colate di acciaio e colate di cioccolato….
Allargata e ristrutturata, la fabbrica aumentò la produzione e con essa l’inquinamento.
In una valle da cui se ne erano andate, delocalizzate altrove, le produzioni sostenibili ed era aumentata la disoccupazione, Ferrero assumeva e, col ricatto del posto di lavoro, teneva in pugno le amministrazioni pubbliche ed alimentava la guerra tra poveri, contrapponendo operai e popolazione, diritto al lavoro e diritto alla salute, produzione sempre più inquinante e cura della terra e della vita. Essendo gli operai in buona parte abitanti della zona, le contraddizioni si incuneavano nelle famiglie, anzi, nella coscienza stessa di chi, ogni giorno tornava in fabbrica con rabbia e rassegnazione.
A inizio anni ’90 scoppiò il caso del Mega-elettrodotto Grand Ile – Moncenisio – Piossasco, destinato a portare in Italia energia elettrica a 380 mila volt, proveniente dalla centrale nucleare francese a plutonio Superfenix. L’infrastruttura si sarebbe dovuta affiancare a media costa, lungo tutto il percorso, ad un elettrodotto già esistente, con tralicci fino a sessanta metri. Una bomba, dal punto di vista sanitario, ambientale e paesaggistico: i rischi per la salute creati dai campi elettromagnetici, la fragilità dei versanti montani soggetti a continui smottamenti, l’impatto paesaggistico di un mega-impianto svettante su boschi e rocce.
Il progetto trovò l’immediata opposizione delle Valle. Tra le ragioni anche il rifiuto ad un tipo di produzione energetica che dal nucleare traeva alimento.
La lotta, partita da un comitato spontaneo ed allargatasi, in Italia e in Francia, alle amministrazioni comunali dei territori interessati, si concluse nel 1994, con il NO del Ministero dell’ambiente, contrario all’opera.
Fu una vittoria faticosa, insidiata dalle ambiguità delle amministrazioni sovra-comunali, contrastata dalla lobby del nucleare, avversata apertamente dai potentati economici che coglievano nell’iniziativa popolare un allarmante segno di contro-potere.
Il momento più difficile ed insidioso è legato proprio all’acciaieria Ferrero.
Nel 1991, quando sembrano ormai prevalere le ragioni del NO, arriva, come un fulmine a ciel sereno, la notizia: senza l’elettrodotto, l’Enel non sarebbe più in grado di rifornire adeguatamente l’azienda. Ferrero preannuncia la chiusura.
E’ la prospettiva di licenziamento per quattrocento lavoratori. I dipendenti, col sostegno dei sindacati, si schierano a favore dell’opera. A chi, sospettando sporchi giochi sotterranei tra padroni, mette in dubbio la veridicità del problema energetico e vede nel ricatto occupazionale il cavallo di Troia per imporre alla valle la grande mala opera , si risponde: “Meglio morire di malattia domani che di fame oggi”.
Davanti al ricatto occupazionale, le amministrazioni comunali sono in difficoltà (e tuttavia, in Consiglio di Comunità Montana il NO vince, sia pur di stretta misura).
Non vogliamo perdere i contatti con la fabbrica ed organizziamo un volantinaggio davanti ai cancelli, a cambio turni, per ribadire le ragioni dell’opposizione. I volantini vengono rifiutati. Gli operai se ne vanno a testa bassa. Più che ostilità, c’è rassegnazione.
Il 18 gennaio 1993 tocca alla Regione esprimersi: è l’ultimo passaggio prima della decisione definitiva, che spetta al ministero dell’ambiente.
Per quel giorno i sindacati proclamano lo sciopero: uno sciopero inusuale, con il salario garantito e gli operai portati in pullman a manifestare davanti alla Regione. Nel pomeriggio la manifestazione si sposta a Bussoleno, con assemblea nell’aula consiliare della Comunità Montana. Decidiamo di partecipare: una delegazione minuscola, di due sole persone, e non per provocare, ma ancora una volta per denunciare i termini reali della situazione: non solo i rischi sanitari e ambientali, ma anche l’inverosimiglianza della penuria energetica dichiarata dall’Enel e sottoscritta dal padrone.
Ricordare quell’esperienza ancora mi fa male: l’ostilità degli operai, le accuse da parte dei delegati sindacali, l’invito ad uscire dalla sala…
Alla fine, i fatti ci danno ragione: niente elettrodotto e niente chiusura dello stabilimento. In compenso chiude l’acciaieria Ferrero di Settimo Torinese. Dipendenti e lavorazioni vengono trasferiti in blocco a San Didero.
Dentro la fabbrica le condizioni di lavoro si fanno critiche: turni massacranti, ritmi insopportabili, ambiente sovraffollato di uomini e lavorazioni, insufficienti misure di sicurezza, inquinamento fuori controllo.
Gli infortuni e gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno.
Di quell’inferno restano i titoli sui giornali dell’epoca: “Operaio alla Ferrero precipita da trenta metri”…”Operaio colpito alla testa da un tondino di trenta chili”…”Risucchiato dall’impianto aspirazione fumi, ha le gambe maciullate dalla ventola”….Si muore di fabbrica anche fuori dalla fabbrica, come l’operaio che, all’uscita dal turno di notte, viene ripetutamente investito dalle auto dei compagni che, morti di stanchezza e con gli occhi ancora abbacinati dalla vampa della colata continua, non si accorgono di lui che cammina a bordo strada.
Oltre ai danni, anche le beffe: agli infortunati si riduce lo stipendio o, peggio, come succede ad un addetto ai forni, se l’invalidità è permanente e non permette più di svolgere le funzioni di contratto, non vengono spostati ad altre mansioni, ma licenziati.
In fabbrica si muore e sul territorio ci si ammala.
I veleni dell’acciaieria si assommano all’inquinamento prodotto prima dai cantieri autostradali, poi, dall’entrata in funzione dell’autostrada stessa, a metà anni ’80. Aumentano in modo esponenziale malattie come l’endometriosi, il cancro alla laringe, allo stomaco, alla vescica. Si guarda con preoccupazione anche agli allevamenti e ai prodotti agricoli.
Da amministrazioni comunali e semplici cittadini partono a più riprese richieste di controlli sanitari e ambientali, ma per anni resteranno senza risposta.
Beltrame. Diossina, PCB e Cesio 137
Intanto, nel 2002 avviene l’ennesimo cambio della guardia: il gruppo Ferrero vende l’acciaieria al gruppo vicentino delle acciaierie Beltrame.
Con Beltrame cresce la produzione e si aggravano ulteriormente i problemi. L’inquinamento ambientale travolge tutti i parametri di tollerabilità.
Sindaci e comitati di cittadini protestano. Petizioni e d esposti alla magistratura mettono in moto i controlli sanitari e infine l’Arpa entra in azione posizionando centraline di rilevamento-inquinanti in vari punti della Valle. Nelle polveri dell’acciaieria sono trovate diossine in quantità che supera di venti volte i limiti di legge. Aria, acqua e suolo risultano avvelenati non solo nei Comuni adiacenti la fabbrica, ma in tutta la Bassa Valle, da Susa ad Avigliana.
Nel 2005, a San Didero e Bruzolo, i monitoraggi effettuati da ASL e ARPA su latte e suoli rilevano una tale concentrazione di diossina e PCB, da imporre il divieto di consumare e vendere latte, latticini e prodotti agricoli.
L’anno prima, a fine ottobre, si era rischiato l’incidente nucleare: nel forno di fusione entra materiale radioattivo, Cesio 137, di cui si scoprono le tracce nei fumi e nei residui di lavorazione. L’ARPA interviene e blocca il forno, circoscrivendo in tal modo l’incidente.
Anche questo è il segno dei tempi: il materiale che arriva alla fusione è infestato da tutti i veleni del mondo, non solo vernici, oli, carburanti, ma anche l’uranio impoverito degli scarti di guerra: magari è la guerra in Jugoslavia a lasciare il segno anche in Valle di Susa….
La storia va avanti ancora per dieci anni, tra ordinanze di chiusura, prescrizioni della Regione che impongono la messa a norma degli impianti per l’abbattimento fumi, puntualmente disattese perché non convenienti ai profitti aziendali, azioni di protesta del Comitato Emissioni Zero, con sit-in ed assemblee davanti ai cancelli.
Ma ecco che, a fine 2013, arriva il preavviso di chiusura, inaspettato perché parallelo a ripetute istanze di ampliamento, con la prospettiva di licenziamento per i trecentocinquanta lavoratori.
Parte uno sciopero e un’assemblea sul piazzale d’ingresso. Anche questa volta, come al tempo ormai lontano di Badò, piove a dirotto, ma, a differenza di allora, la folla di ombrelli dice la presenza massiccia: gli operai hanno portato le famiglie, compresi i bambini.
A questo punto la vicenda Beltrame si intreccia con la tattica di infiltrazione TAV in Valle. Al tavolo di trattativa istituito in Regione tra assessori, azienda e sindacati compare un personaggio ben conosciuto: l’architetto Virano, già amministratore delegato della SITAF ed ora commissario governativo per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità. Ai dirigenti Beltrame che, adducendo gli alti costi di gestione, si dicono costretti a chiudere, “…a meno che non intervengano aiuti economici…” risponde prontamente Virano, ipotizzando di usare le compensazioni TAV “quali aiuti economici per trovare soluzioni”.
Le soluzioni sono che si chiude, ma non del tutto: conviene sempre tenere un piede in una Valle strategica dal punto di vista delle comunicazioni, la cui storia industriale insegna quanto sia facile il “mordi e fuggi”.
A gennaio 2014 viene chiuso il reparto fusione, mentre rimane in funzione il laminatoio. La maggior parte del personale è licenziato e, i pochi sopravvissuti sono a rapporto interinale, con contratti di pochi mesi. Naturalmente nessuna bonifica del territorio, nessuna sanzione per chi ha praticato l’usa e getta a livello sociale e ambientale….
Oggi l’acciaieria è un gigante arrugginito silenzioso. Dai portali aperti si intravedono cumuli di ferraglia e di materiale indefinibile. Davanti al laminatoio sono posteggiate una decina di auto…
A qualche centinaio di metri, oltre la ferrovia e la statale, si aprono i piazzali del nuovo autoporto. “Si aprono” è un eufemismo, perché in realtà la zona continua ad essere blindata e militarizzata in funzione “anti-NO TAV”.
Anche questa parte del territorio è legata alla storia delle acciaierie: qui, lungo le sponde della Dora per lungo tempo vennero scaricate le polveri e le scorie delle fusioni. Poi la natura si riprese quello che era suo e bonificò i terreni, con la nascita di un bosco giovane ma folto, che si popolò rapidamente di animali selvatici.
Ora la sciagurata alleanza TELT-SITAF ha raso al suolo quel polmone verde per costruire svincoli autostradali, piazzali intasati di prefabbricati e percorsi da mezzi militari.
Nella “terra di nessuno” tra acciaieria e autoporto resiste il presidio NO TAV.
A volte tornano…e la lotta continua.
La natura è forte, bella, materna e sa lenire le ferite.
Oggi, nella zona che subì i veleni delle acciaierie il cielo è limpido e la terra sorride. Sui prati mucche al pascolo, negli orti un rigoglio di insalate ed erbe aromatiche. I frutteti promettono abbondanti raccolte. Sono tornati i campi di grano con papaveri e fiordalisi.
Si punta su di una filiera di prodotti alimentari a chilometro zero.
All’ingresso di Bruzolo spicca un cartello di accoglienza: “Bruzolo città del miele”. A San Didero si tiene ogni sabato il “mercato contadino” di produzioni locali.
I guai della Valle non sono finiti, lo sappiamo: i cantieri TAV avanzano imperterriti…l’autostrada non emette certo aria balsamica…i PFAS avvelenano le acque….
Ma almeno, sul versante acciaieria, la tregua regge…
E, invece, no! Beltrame vuole rimettere in funzione il reparto-fonderia, riattivando e potenziando il forno a colata continua.
La notizia è arrivata a bruciapelo, attraverso la Città Metropolitana, l’ente competente a concedere l’autorizzazione: dapprima una richiesta informale di verificare la congruità della documentazione, poi la richiesta ufficiale di autorizzare la riapertura.
I tempi per i ricorsi sono limitati. Insieme a Bruzolo e San Didero si stanno attivando anche i Comuni confinanti.
Le promesse sono quelle del passato, mai rispettate: centinaia di posti di lavoro, sistemi di sicurezza, impianti all’avanguardia contro l’inquinamento, benessere per tutti….
Davanti al ricatto occupazionale di sempre, le amministrazioni comunali si sentono prese tra l’incudine e il martello.
Nella popolazione c’è malumore e preoccupazione. Il passato brucia ancora e la memoria resta: i prelievi sanitari che rivelano diossina nel sangue, il blocco delle produzioni lattiero-casearie, la prospettiva di abbattere gli animali, l’avvelenamento degli orti e la tristezza della terra…. NO, non si può rinunciare al progetto di una vita diversa.
Oggi non è certo il momento di sì condizionati: l’illusione di poter controllare il “padrone delle ferriere” è da sempre perdente e pericolosa…e lo è più che mai, nel particolare e nel generale, in questi tempi bui, nei quali le conquiste sociali e ambientali del passato vengono cancellate e ritorna lo spettro del nucleare, si riaccendono le centrali a carbone, i lavoratori ridiventano schiavi, la guerra infuria nel mondo, si mette la mordacchia a chi si ribella e si torna a morire per un sì o per un no.
Nella valle che, per sé e per tutti, rifiuta il destino di corridoio per gli affari e per la guerra e il degrado a pattumiera del sistema, la lotta continua.



