
A inizio maggio 2026, il gruppo vicentino Acciaierie Beltrame ha presentato alla Città metropolitana di Torino un’istanza per avviare la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) con un obiettivo preciso: rimettere in funzione il forno elettrico ad arco con colata continua dello stabilimento di San Didero. L’impianto, chiuso ormai da dodici anni, potrebbe tornare a produrre acciaio. Si parla di un investimento previsto di 40 milioni di euro, una capacità produttiva dichiarata di 800mila tonnellate all’anno e, secondo le prime comunicazioni aziendali, di 150 nuovi posti di lavoro in un territorio che negli ultimi dieci anni ha conosciuto soprattutto crisi, cassa integrazione e promesse tradite.
Ma c’è un problema: come ormai è prassi in Val di Susa, nessuno ha chiesto il permesso ai cittadini. La sensazione che si respira è ancora una volta quella di essere territorio di conquista, sacrificabile. La storia, si sa, non insegna nulla a chi non ha memoria. E qui la memoria è dolorosissima.
La notizia riapre una ferita che i residenti della zona ricordano bene. Tra il 2004 e il 2014, quando era ancora in funzione, il forno di San Didero è stato al centro di una vicenda di inquinamento che per anni ha avvelenato la nostra Valle e che ci porta nuovamente a chiederci fino a che punto la nostra salute sia considerata irrilevante.
Negli anni Duemila, mentre il forno di San Didero era attivo, la bassa Val di Susa visse quello che oggi possiamo definire senza mezzi termini come un disastro ambientale silenzioso, minimizzato, negato finché possibile. I monitoraggi di Arpa e Asl, iniziati a metà degli anni Duemila, rilevarono concentrazioni anomale di sostanze pericolosissime come diossine, PCB (policlorobifenili) e furani nei terreni, nell’aria e persino nei prodotti alimentari della zona. Le analisi dimostrarono che gli inquinanti erano entrati nella catena alimentare: alcuni allevamenti tra Condove, San Didero, Almese e Sant’Ambrogio ricevettero il blocco della vendita di latte e derivati perché i controlli avevano trovato tracce di diossina superiori ai limiti di legge. La fonte di tutto era l’acciaieria, le cui emissioni si depositavano sui pascoli e venivano ingerite dagli animali.
I rilievi confermavano la presenza di diossina e PCB in tutti i comuni nel raggio di dieci chilometri dalla Beltrame, con picchi molto superiori alla media regionale. E non solo: le analisi del sangue su un campione di residenti avevano rilevato la presenza di PCB. Parliamo di veleni che si accumulano nel corpo umano per anni, che attraversano la placenta, che causano danni al sistema immunitario e endocrino. L’acciaieria, secondo alcuni esperti, poteva essere paragonata alla portata di decine di inceneritori per il carico inquinante prodotto.
Poi era arrivata la “puntualizzazione” tecnica. Nel 2013, l’Arpa Piemonte dichiarò che non erano mai stati rilevati superamenti dei valori imposti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per le emissioni dirette da camino. Bella consolazione, davvero. Perché le analisi dell’ente includevano comunque rilevazioni che mostravano la presenza di concentrazioni di diossine e furani nei foraggi e nel latte. I limiti di legge, si sa, non sono sempre sinonimo di sicurezza. Sono solo compromessi politici tra ciò che è tollerabile e ciò che è redditizio. E in ogni caso, per chi quei prati li ha vissuti, per chi quel latte lo ha prodotto, per chi quei veleni li ha respirati, la questione era ed è chiara: l’inquinamento c’era, era sotto gli occhi di tutti, e i numeri raccolti sul campo mostravano una situazione molto critica per la salute pubblica. I numeri ufficiali, come spesso accade, raccontavano solo una parte della storia.
Nel gennaio 2014, la situazione industriale precipitò. L’azienda aprì ufficialmente la procedura di mobilità per tutti i 310 dipendenti dello stabilimento di San Didero, annunciando di fatto la chiusura. La notizia fece il giro delle cronache torinesi: dopo anni di trattative, agevolazioni e promesse, la proprietà vicentina aveva deciso che non c’erano più le condizioni per tenere aperto il sito. A febbraio 2014, dopo settimane di trattative, arrivò un accordo tampone: la cassa integrazione straordinaria sarebbe stata prolungata per un altro anno, fino all’aprile 2015, scongiurando i licenziamenti immediati. L’accordo prevedeva che il forno (il reparto acciaierie) restasse definitivamente chiuso, mentre sarebbero rimasti in funzione solo i laminatoi con un organico ridottissimo, tra i 70 e gli 80 operai. Tutti gli altri lavoratori sarebbero rimasti a casa in cassa integrazione, in attesa di tempi migliori che però non sarebbero mai arrivati. E mentre i lavoratori venivano abbandonati, l’azienda se ne andava senza pagare alcun conto ambientale.
Oggi, la prospettiva che il forno venga riacceso riporta in superficie tutte quelle paure.
E c’è un altro tassello che rende il quadro ancora più inquietante. Non si può parlare di Acciaierie Beltrame senza guardare al disegno complessivo che sta trasformando la bassa Val di Susa in un corridoio logistico e industriale senza ritegno. Da un lato c’è il forno dall’altro c’è il TAV, accumunati entrambi dalla promessa del lavoro e dalle discutibili conseguenze sull’ambiente circostante.
Gli attacchi sono multipli, su molteplici fronti: sanitario, ambientale, sociale, psicologico. E mentre noi cerchiamo di capire come difendere la nostra salute e il nostro territorio, dall’altra parte ci sono piani da centinaia di milioni di euro, concessioni già scritte, burocrazie che corrono veloci. A spese di chi? Poi si vedrà.
Per discutere di tutto questo, è stata convocata un’assemblea pubblica per venerdì 29 maggio 2026, alle ore 20:30, presso il Polivalente di San Didero. Interverranno Marina Clerico, professoressa del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente del Territorio e delle Infrastrutture, Marco Tomalino di ISDE – Medici per l’Ambiente, e Cristina Cibrario, agricoltrice di San Didero, per discutere insieme di quanto accaduto in quegli anni, quali sono stati i rischi e le conseguenze da un punto di vista sanitario e ambientale. Per capire, una volta per tutte, se oggi abbiamo strumenti migliori per difenderci. O se saremo ancora una volta lasciati soli.
La domanda che l’assemblea del 29 maggio dovrà porsi, con onestà e coraggio, è questa: siamo disposti a barattare ancora una volta la nostra salute per qualche posto di lavoro? O abbiamo imparato la lezione? Quello che è già successo una volta non deve accadere di nuovo. E anche se qualcuno prova a ripetere la storia conoscendone le conseguenze, noi non faremo finta di niente.
