post — 5 Maggio 2026 at 09:12

Dracula all’Avis e altri spettri: il nervosismo di chi difende la Torino-Lione

C’è qualcosa di paradossale e, involontariamente comico, nelle dichiarazioni di Paolo Foietta pubblicate da la Repubblica. Dopo anni passati a presidiare, coordinare, spiegare e soprattutto difendere la Torino-Lione, oggi l’allarme è questo: in Val di Susa c’è un “vuoto politico”. E in questo vuoto, udite udite, “parleranno solo i No Tav”.

La scena è quasi cinematografica: tolto il rumore di fondo di chi difende strenuamente la realizzazione della linea ad Alta Velocità Torino – Lione, resta quello delle persone. E questo, a quanto pare, è un problema.

Perché il punto centrale dell’intervento del nostro caro vecchio Paolo, non è mai l’opera. Non una parola nel merito che entri davvero nelle questioni che da anni attraversano la valle: costi, utilità, impatti, alternative. No. Il problema è chi parla, e quanto spazio ha per farlo.

Secondo Foietta, l’assenza di una politica forte e visibile avrebbe lasciato campo libero a “rimozione, negazione e manipolazione”. Un passaggio interessante, perché ribalta completamente la realtà: il dissenso non nasce da dati, esperienze e conflitti concreti, ma da una sorta di deformazione narrativa. Insomma, se la gente è contraria, dev’essere perché qualcuno la confonde.

E qui entra in scena la nostalgia. Quella per l’Osservatorio sulla Torino-Lione, evocato come luogo di confronto e terzietà, oggi “smantellato”. Un ricordo selettivo, diciamo così. Perché per anni quell’Osservatorio è stato esattamente ciò che il Movimento contestava: uno spazio in cui il confronto esisteva solo entro confini rigidamente stabiliti, dove le decisioni strategiche restavano intoccabili e il dissenso veniva progressivamente marginalizzato.

Non a caso, Foietta parla di “presidi” e “antidoti”. Termini che raccontano molto più di quanto vorrebbero: non strumenti di discussione, ma dispositivi di contenimento.

Il passaggio più rivelatore però arriva quando il bersaglio diventa la politica stessa, in particolare il Partito Democratico, accusato di silenzio e ambiguità. Qui il quadro si chiarisce: non siamo davanti a una riflessione sul territorio, ma a una preoccupazione interna al fronte favorevole all’opera.

Perché se anche chi dovrebbe difendere il Tav abbassa i toni, evita di esporsi o prende tempo, allora il problema non è più solo il Movimento. Diventa la difficoltà crescente di sostenere pubblicamente un’infrastruttura che continua a sollevare domande.

E infatti nell’articolo emergono anche le tensioni legate ai territori e alle istituzioni locali, con sindaci e amministrazioni che non sembrano così poi tanto allineati come “lor signori” vorrebbero tanto. Un dettaglio trattato come un’anomalia da correggere.

Poi c’è il tono. Quello sì, decisamente meno tecnico e molto più politico. Il paragone usato da Foietta — “come nominare Dracula alla presidenza dell’Avis” — per criticare il ruolo di consulenti vicini al mondo No Tav dice più di tante analisi: non si contesta una tesi, si delegittima chi la porta.

E così, mentre si denuncia la “manipolazione”, si costruisce una narrazione in cui il dissenso è sempre il risultato di un errore, mai una posizione legittima.

Ma il punto forse è un altro, e sfugge proprio a chi continua a evocare il “vuoto”.

La Val di Susa non è mai stata vuota.

È stata, ed è, piena di assemblee, di mobilitazioni, di studio, di conflitto e di Presidi (quelli veri con la “P” maiuscola). Colma di memoria, soprattutto. Memoria di promesse cambiate, di cantieri imposti, di decisioni calate dall’alto e poi raccontate come inevitabili.

Se oggi quel “vuoto politico” appare così preoccupante, forse è perché viene meno un certo tipo di presenza: quella capace di prendersi la grande responsabilità di tradurre una scelta già presa in diametralmente opposta. 

E allora sì, nel silenzio delle decisioni calate dall’alto su chi abita in territori,  può succedere qualcosa di imprevisto.

Che le persone parlino senza mediazioni.

Che le amministrazioni locali sollevino dubbi.

Che il racconto ufficiale non basti più.

Non è il ritorno dei No Tav. Non se ne sono mai andati.

È semmai la difficoltà, sempre più evidente, di continuare a raccontare la Torino-Lione come un’opera inevitabile, condivisa e indiscutibile.

Il “vuoto” non è in Valsusa e nel Movimento No Tav. È nella narrazione che dovrebbe sostenere la ferma opposizione all’Alta Velocità.