lavoro&lavoro, post — 11 Marzo 2026 at 18:00

Tra propaganda e conflitto, torna il TAV delle “grandi opportunità”

A Chiomonte c’è aria di “grandi novità”. Mentre sottoterra si scava – molto più lentamente di quanto non ci raccontino – sulla superficie i lavori non si fermano mai. Ma non stiamo parlando dei cantieri, stiamo parlando della propaganda. Infatti, tra gli slogan che istituzioni e imprese riciclano da trent’anni c’è sempre lo stesso ritornello: il TAV porta lavoro.

A fine gennaio, nel Centro visitatori “Mario Virano” di Chiomonte, Regione Piemonte, Agenzia Piemonte Lavoro e TELT hanno presentato il nuovo sistema di reclutamento e formazione per i futuri lavoratori ai cantieri della Torino-Lione. Un’altra conferenza stampa, un’altra promessa, un’altra narrazione costruita per vendere il TAV come motore di sviluppo e innovazione in Val di Susa. Secondo le stime diffuse durante l’incontro, nelle varie fasi operative il cantiere potrebbe richiedere circa mille lavoratori: il 60% verrà impiegato nello scavo e nella logistica interna – minatori, operatori di fresa, elettricisti – e il restante si occuperà di logistica esterna o diventerà personale tecnico-amministrativo. Il sistema dovrebbe funzionare incrociando banche dati gestite da Agenzia Piemonte Lavoro e percorsi di formazione organizzati con l’Accademia Piemonte delle Costruzioni. Il tutto viene definito un “laboratorio di competenze”: detto in parole povere, una macchina che forma lavoratori pronti non solo per la Torino-Lione ma per qualsiasi altra grande opera che verrà, il che si traduce nell’addestrare manodopera flessibile per il circuito infinito dei cantieri.

Tra i profili più richiesti ci sono operatori di TBM – ovvero le gigantesche frese –, perforatori e minatori specializzati. A questi si aggiungono corsi di aggiornamento per chi è già nel settore: software, macchinari, sicurezza avanzata. L’obiettivo dichiarato è standardizzare le competenze di tutto il personale coinvolto. Tradotto: trasformare il territorio in un serbatoio di forza lavoro da immettere nella filiera delle grandi opere.

Il copione è quello di sempre, e ormai lo conosciamo fin troppo bene.

In teoria, questo modello dovrebbe anticipare i bisogni delle imprese e preparare i lavoratori prima ancora che le aziende li cerchino. Una pianificazione perfetta del mercato del lavoro: efficiente, ordinata, quasi inevitabile, senza alcuna pecca immediatamente individuabile. Peccato che nella realtà il lavoro nei cantieri delle grandi opere abbia sempre significato precarietà, subappalti a cascata, turni massacranti e sicurezza spesso sacrificata ai tempi della produzione.

La vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino definisce il cantiere come “una straordinaria occasione occupazionale per centinaia di lavoratori e per le loro famiglie”, mentre il direttore generale di TELT Maurizio Bufalini ha ribadito che la Torino-Lione deve essere “un’opportunità concreta per i territori e per chi li vive”. Se possiamo dire, fa tutto molto ridere.

Perché sono parole già sentite. Una quantità di volte tale da dare nausea.

Come ben sappiamo, la promessa del lavoro è sempre stata una delle armi più potenti della propaganda pro-TAV. Peccato che dietro l’epica dello sviluppo si nasconda una realtà molto più modesta: lavori temporanei, altamente specializzati e spesso destinati a personale che arriva da fuori, mentre sul territorio restano i cantieri militarizzati, la devastazione ambientale e i debiti pubblici.

Oggi nei cantieri della sezione transfrontaliera lavorano circa 3.300 persone tra Francia e Italia. Finora sono stati scavati circa 46 chilometri di gallerie, il 28% dei 164 previsti dal progetto. Di questi, circa 20 chilometri riguardano il tunnel di base del Moncenisio, quello che sulla carta dovrebbe diventare il tunnel ferroviario più lungo del mondo, collegamento al TEN-T, come anello centrale del corridoio mediterraneo. Intanto in Italia si preparano nuove aree di cantiere, a Chiomonte si aspetta l’arrivo della prima grande fresa meccanica, che dovrebbe iniziare a scavare nel 2027 e si prosegue con l’iter per la Avigliana-Orbassano, un progetto da circa tre miliardi di euro che dovrebbe collegare la nuova linea al nodo ferroviario di Torino.

Ma per noi che la Valle di Susa la viviamo ogni giorno, la Torino-Lione non è mai stata solo una ferrovia. Da oltre trent’anni è il simbolo di un modello di sviluppo che ci viene imposto con la forza: da una parte troviamo le istituzioni, le lobby e le imprese delle grandi opere; dall’altra una comunità che non ha mai smesso di opporsi, denunciandone costi, inutilità e devastazione ambientale.

Così mentre nelle sale stampa si parla di “competenze”, “opportunità” e “sviluppo”, in valle si continua a vedere quello che davvero significa questa opera: cantieri blindati, montagne perforate e miliardi di soldi pubblici bruciati per un progetto che il territorio non ha mai voluto.

La propaganda può continuare a cambiare o riciclare slogan, ad aggiornare i powerpoint e ad organizzare nuovi mirabolanti corsi di formazione o visite guidate, ma la cantilena è sempre la stessa.

E anche la risposta della valle resta sempre la stessa.