post — 29 Marzo 2026 at 15:13

Vento, smarino e camion: la tempesta perfetta

 

In questi giorni il vento ha soffiato di nuovo forte sulla Valsusa. Raffiche che attraversano i paesi, sollevano polveri, entrano nelle case. È un fenomeno naturale, certo. Ma basta guardare a ciò che accadrà nei prossimi anni per capire che quel vento non sarà più lo stesso.

Quando partiranno gli scavi del tunnel di base della Torino-Lione a Chiomonte, milioni di metri cubi di materiale verranno estratti dal sottosuolo. È lo smarino: rocce frantumate, polveri fini, materiale che dovrà essere movimentato, trasportato e depositato. Una parte consistente finirà nel cantiere di Traduerivi, nel fondovalle, a pochi passi dai centri abitati.

Non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema.

Perché lo smarino non è terra “neutra”. La sua composizione dipenderà dagli strati geologici attraversati e potrà includere fibre e particolati pericolosi. Una volta portato in superficie e accumulato, diventerà estremamente vulnerabile all’azione del vento.

E il vento, come ben sappiamo, qui in Valsusa non manca.

In quelle condizioni, la dispersione di polveri sottili e ultrafini non sarà un’ipotesi remota ma una possibilità concreta. Pulviscoli che potranno essere sollevati dai cumuli, dai piazzali, dai fronti di lavorazione e trasportati lungo tutta la valle. Susa e Bussoleno, per posizione geografica e conformazione del territorio, saranno tra i centri più esposti al materiale pericoloso depositato nella Piana di Susa.

Non si tratterà solo di fastidio o di polvere sui balconi. L’esposizione prolungata a particolato fine è associata a effetti sanitari già documentati: aggravamento di malattie respiratorie e cardiovascolari, aumento del rischio di patologie croniche, impatti più pesanti su bambini e anziani.

A questo si aggiungerà un altro elemento spesso sottovalutato: il traffico dei camion.

Il trasporto dello smarino avverrà in larga parte su gomma. Migliaia di viaggi, per anni. Ogni camion significherà emissioni di ossidi di azoto, polveri da combustione, usura di pneumatici e asfalto. E ancora: dispersione di materiale lungo i tragitti, soprattutto in condizioni di vento. Un flusso continuo che attraverserà la valle, moltiplicando le fonti di inquinamento.

Il combinato disposto sarà evidente: scavi, depositi, trasporti e vento agiranno insieme.

Ma questo scenario non riguarda solo un pezzo di Valle.

La stessa logica si riproporrà anche sulla parte relativa alla tratta nazionale, tra Avigliana e Orbassano. Qui il progetto prevede la realizzazione di una nuova linea di circa 24 chilometri, con lunghi tratti in galleria sotto la collina morenica tra Rivoli e Rivalta. Un corridoio di diversi chilometri che comporterà scavi profondi e l’estrazione di enormi quantità di materiale.

Anche in questo caso si parla di diversi metri cubi di terre e rocce da scavare, con una parte significativa da smaltire all’esterno dei cantieri e un traffico stimato di centinaia di camion al giorno sulle strade locali. Anche in questo caso, quindi, smarino, movimentazione e trasporto diventeranno elementi strutturali del territorio per anni.

Ma c’è un punto ancora più delicato.

La collina morenica non è un semplice rilievo da attraversare. È un sistema geologico complesso, già oggetto di studi e preoccupazioni per la possibile presenza di minerali fibrosi, tra cui amianto, all’interno delle formazioni rocciose. Non è un’ipotesi astratta: nei documenti tecnici e nelle analisi indipendenti il rischio legato alla presenza di materiali contenenti amianto negli scavi viene esplicitamente richiamato come criticità sanitaria.

Scavare sotto quella collina – e poi portare in superficie del materiale altamente pericoloso – significherà quindi esporre nuovamente all’aria ciò che oggi è confinato nel sottosuolo.

E ancora una volta sarà il vento a fare il resto.

Le polveri generate dagli scavi, dai depositi e dai cantieri diffusi tra Rivoli, Rivalta e Orbassano potranno essere sollevate e disperse su un’area densamente abitata, già segnata da pressioni ambientali e infrastrutturali. Non si tratterà solo della Val di Susa, ma di un’intera area metropolitana coinvolta da un’unica grande opera.

Eppure, oggi, il quadro ufficiale racconta altro.

Secondo la Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) aggiornata al 2025, elaborata dall’Università di Torino con Regione Piemonte, ARPA e ASL, “non emergono variazioni dello stato di salute della popolazione legate ai cantieri”. I valori di rischio, sia cancerogeno sia non cancerogeno, risultano “ampiamente al di sotto delle soglie di accettabilità”. 

Ma questi dati fotografano il presente, non il futuro.

Inoltre, le misure di mitigazione previste – come, ad esempio, la copertura dei carichi e la bagnatura dei materiali – formalmente previste nei piani di gestione ambientale e nei capitolati dei cantieri, presentano un’eventuale efficacia tutta da dimostrare. La loro reale validità dipenderà da condizioni molto più fragili di quanto viene raccontato sulla carta: continuità nell’applicazione, intensità dei controlli, capacità di intervenire in tempo reale e – soprattutto – compatibilità con eventi meteorologici sempre più frequenti e violenti. In presenza di raffiche sostenute, periodi prolungati di siccità o improvvisi cambi di vento, la bagnatura tende a evaporare rapidamente, le coperture possono risultare parziali o inefficaci e anche i sistemi più avanzati di contenimento, faticano a impedire la dispersione delle frazioni più fini.

A questo si aggiunge un nodo strutturale: la scala dell’intervento. Quando si parla di milioni di metri cubi di materiale movimentato e di un flusso continuo di camion per anni, anche una mitigazione teoricamente “corretta” rischia di non essere sufficiente a evitare emissioni diffuse. Il problema, quindi, non è solo se le misure saranno previste, ma se potranno davvero funzionare nelle condizioni reali in cui verranno applicate – e con quali margini di controllo effettivo da parte degli enti preposti.

Oggi il tunnel di base non è ancora stato scavato. Non esistono ancora i volumi di smarino previsti, né il traffico massiccio di camion, né i grandi depositi permanenti in fondovalle. E allo stesso modo, sulla tratta Avigliana-Orbassano, i cantieri non sono ancora entrati nella fase più invasiva, quella degli scavi sotto la collina morenica.

È su quella fase che si gioca la partita.

Perché quando milioni di metri cubi di materiale verranno movimentati e accumulati, quando i camion attraverseranno quotidianamente la valle e l’area metropolitana, quando il vento solleverà ciò che oggi è ancora sotto terra, allora il tema sanitario non potrà più essere liquidato come “monitorato” o “sotto controllo”.

La questione non è se il vento soffierà. Soffierà, come sempre.

La questione è cosa troverà da sollevare.

E soprattutto: chi pagherà le conseguenze di ciò che verrà messo in circolo nell’aria.

Perché qui si parla di un sistema di cantieri diffusi che produrrà per anni polveri, traffico e pressione ambientale. Un modello di sviluppo imposto, che scarica sui territori i costi sanitari e ambientali mentre altrove si raccolgono i benefici.

E la salute, come sempre, rischia di arrivare dopo: nei dati, nelle statistiche, nelle giustificazioni.

Quando ormai sarà troppo tardi per fermare la polvere.