
Val di Susa: strategica per le grandi opere, periferica per i servizi
C’è una contraddizione che riguarda sempre più chiaramente la Val di Susa: da una parte siamo considerati un territorio strategico quando si parla di grandi opere, collegamenti internazionali, sicurezza dei confini e infrastrutture, dall’altra, quando si parla dei servizi fondamentali per chi vive qui ogni giorno, la Valle sembra diventare periferia.
Purtroppo non si tratta soltanto di una sensazione. Esiste un’ampia documentazione che testimonia questa realtà.
La stessa documentazione istituzionale descrive una parte consistente della Val di Susa come territorio periferico secondo i criteri delle Aree Interne: nell’area individuata dalla Regione Piemonte, 11 comuni su 19 sono classificati come periferici e 8 come intermedi. La Città Metropolitana di Torino, nei propri documenti, riconosce inoltre problemi di accessibilità, mobilità e infrastrutture socio-sanitarie nelle aree montane, definite in alcuni casi “aree disagiate”, evidenziando il rischio di un’eccessiva concentrazione dei servizi nel capoluogo.
La domanda che ci si pone, dopo l’inserimento della Val di Susa nella Città Metropolitana di Torino, è semplice: che cosa significa essere parte di questo ente se, per chi vive in montagna, l’accesso ai servizi essenziali diventa sempre più difficile?
Il caso più evidente è quello della sanità. Nel 2015 a Susa è stato chiuso il Punto Nascite e sono cessate le attività di pronto soccorso ostetrico-ginecologico e pediatrico. Al loro posto è stato istituito un Day Service Materno Infantile, mentre le funzioni ospedaliere sono state progressivamente organizzate in rete con altri presidi, in particolare quello di Rivoli.
Non si tratta di sostenere che l’ospedale di Susa sia stato “chiuso”. Non è così. Susa continua ad avere un Pronto Soccorso attivo 24 ore su 24 e mantiene importanti attività ospedaliere. Il problema è capire quali servizi siano rimasti sul territorio e quali, invece, richiedano oggi di spostarsi altrove.
Oggi Susa è ufficialmente classificato dalla Regione Piemonte come ospedale di base con Pronto Soccorso di area disagiata. La stessa Regione motiva questa classificazione con la necessità di garantire l’assistenza nelle aree in cui i tempi di percorrenza possono essere superiori a quelli compatibili con un’efficace risposta all’emergenza.
All’apparenza può sembrare il semplice riconoscimento di una realtà geografica: qui la distanza dai grandi presidi conta. Eppure, proprio in un territorio montano, dove le distanze pesano di più, l’offerta sanitaria specialistica continua a ridursi, pezzo dopo pezzo.
A partire dalla carenza di medici di base, passando per gli ambulatori e altri servizi essenziali, fino ad arrivare alla situazione pediatrica del 2026, emerge in modo sempre più evidente un progressivo svuotamento dei servizi sul territorio.
Ad agosto l’ASL TO3 ha dovuto adottare misure straordinarie per far fronte alla carenza di pediatri, riconoscendo che il problema è particolarmente complesso nelle aree montane e periferiche. Sono state attivate sedute pediatriche a Susa e un ambulatorio dedicato a Oulx, con personale proveniente da Rivoli due volte alla settimana, per servire un territorio che si estende dall’Alta Valle fino a Condove.
Ed è la stessa ASL a riconoscere ufficialmente questa criticità.
E allora la domanda diventa inevitabile: come può un territorio essere considerato strategico per infrastrutture internazionali e, contemporaneamente, faticare a garantire servizi sanitari fondamentali alle proprie famiglie?
Ed è qui che il discorso sulla Val di Susa si collega a una questione molto più ampia: le priorità della spesa pubblica.
Il progetto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione rappresenta uno degli investimenti infrastrutturali più importanti mai realizzati sul territorio. Il CIPESS ha aggiornato a circa 14,7 miliardi di euro il limite di spesa della sezione transfrontaliera della Torino-Lione, autorizzando inoltre oltre un miliardo di euro per la prosecuzione dei lavori.
Il confronto nasce quasi spontaneamente. Quando un territorio vede investimenti pubblici dell’ordine di decine di miliardi di euro destinati a una grande infrastruttura e, nello stesso tempo, deve fare i conti con la carenza di pediatri, con la progressiva concentrazione delle specialità sanitarie e con un sistema di emergenza che opera in un’area ufficialmente classificata come disagiata, è legittimo chiedersi quale idea di sviluppo si stia perseguendo.
Perché il problema non è soltanto la distribuzione delle risorse. Il problema è il modello politico che sta dietro a queste scelte.
Da oltre trent’anni alla Val di Susa viene imposto un racconto secondo cui il sacrificio del territorio sarebbe necessario in nome del progresso, della modernizzazione e della competitività europea. Eppure, mentre si investono miliardi per scavare montagne e costruire nuove infrastrutture, i servizi pubblici che permettono alle persone di vivere in questa valle vengono lentamente ridimensionati.
La contraddizione è tutta qui: ci sono sempre risorse quando si tratta di grandi opere, molto meno quando si tratta di garantire diritti.
E poi c’è la spesa militare. L’Italia destina risorse sempre più consistenti alla difesa e all’acquisizione di sistemi d’arma. Si tratta di una scelta politica precisa, che viene giustificata in nome della sicurezza.
Ma proprio qui emerge una questione fondamentale: che cos’è davvero la sicurezza?
Perché da anni sentiamo parlare di sicurezza, spesso associata a eserciti, armamenti, controllo del territorio e grandi dispositivi infrastrutturali e sembra sempre più evidente che la sicurezza che questo governo è pronta a difendere a tutti i costi è la sua.
Eppure anche avere un medico vicino a casa è sicurezza.
Avere un pediatra è sicurezza.
Avere la possibilità di effettuare una visita specialistica in tempi ragionevoli è sicurezza.
Avere un Pronto Soccorso efficiente è sicurezza.
Avere un punto nascita, quando le condizioni territoriali lo rendono necessario, è sicurezza.
Poter raggiungere rapidamente un ospedale durante un’emergenza è sicurezza.
Questa sicurezza, però, sembra valere meno nelle scelte politiche, eppure è quella che incide concretamente sulla vita delle persone.
Per decenni ci hanno ripetuto che la Val di Susa è un territorio strategico: per collegare l’Italia all’Europa, per attraversare le Alpi, per il trasporto delle merci e per gli interessi nazionali ed europei. Ma dopo oltre trent’anni di questo racconto, una domanda diventa inevitabile: strategico per chi?
Perché essere definiti strategici non ha impedito la chiusura del Punto Nascite, non ha fermato la riduzione dei servizi sanitari, non ha risolto la carenza di medici, non ha invertito il processo di marginalizzazione delle aree montane.
Anzi, sempre più spesso la sensazione è che la Val di Susa venga considerata importante soltanto per quello che la attraversa, non per le persone che la abitano.
Ed è qui che la questione supera persino il tema della Torino-Lione.
Per anni siamo stati trascinati in una discussione che ci ha costretto a guardare il singolo progetto, mentre il problema è molto più profondo. Non riguarda soltanto un treno o una ferrovia. Riguarda l’idea stessa di territorio che sta dietro a queste politiche.
Un territorio visto come corridoio, come infrastruttura, un territorio visto come spazio da attraversare, sfruttare e sacrificare in nome di interessi decisi altrove.
Noi non abbiamo bisogno di essere considerati strategici, non abbiamo bisogno di diventare un nodo logistico, un corridoio europeo o una piattaforma infrastrutturale.
Abbiamo bisogno di vivere in una valle che non venga trattata come zona di sacrificio.
Una valle non è un’opera.
Non è una galleria.
Non è un corridoio ferroviario.
È una comunità e come tale dovrebbe contare per le persone che la abitano, non per i profitti che è in grado di generare o per le merci che può far transitare.
Per questo il problema non è ottenere qualche compensazione in cambio dei cantieri o rivendicare una quota più alta degli investimenti. Il punto è rifiutare una logica che considera accettabile sacrificare territori, ambiente e servizi pubblici in nome di un modello di sviluppo che continua a produrre disuguaglianze e marginalizzazione.
Dopo decenni di promesse, la realtà è sotto gli occhi di tutti: mentre si trovano miliardi per il TAV, per le grandi opere e per nuove spese militari, chi vive in montagna continua a vedere allontanarsi medici, servizi e diritti.
E forse è proprio la vicenda dei pediatri a raccontare meglio di ogni altra cosa questo paradosso.
Da una parte ci viene detto che la Val di Susa è un territorio strategico, fondamentale per collegare l’Italia all’Europa e al centro di investimenti miliardari, dall’altra, le famiglie della valle si trovano a fare i conti con una carenza di pediatri talmente grave da richiedere misure straordinarie e ambulatori che sopravvivono grazie a professionisti costretti a spostarsi da altri presidi.
Se un territorio può ospitare una delle opere più costose della storia del nostro Paese ma non riesce a garantire stabilmente un servizio sanitario essenziale per i propri bambini, allora il problema non è la mancanza di risorse, ma il valore che viene attribuito alle persone rispetto al profitto.
Perché una valle in cui si trovano miliardi per scavare una montagna, ma non abbastanza risorse per garantire una presenza sanitaria adeguata ai più piccoli, non è un territorio valorizzato. È un territorio utilizzato, svalutato e devastato.
E noi non abbiamo bisogno di essere considerati strategici, abbiamo bisogno che il diritto alla salute, alla cura e a una vita dignitosa conti più di qualsiasi corridoio ferroviario. Perché il futuro della Val di Susa non si misura dalla velocità dei treni che l’attraversano, ma dalla possibilità per chi ci vive di crescere qui i propri figli senza vedere scomparire, anno dopo anno, i servizi essenziali.
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