La campagna a Sud Ovest di Milano sta vedendo la costruzione da ormai vent’anni (giovincelli) della SS 11/494, che si traduce in 354 milioni e 18 km di terreno agricolo espropriato (un’area protetta tra il Parco del Ticino e il Parco Agricolo Sud Milano, patrimonio UNESCO) letteralmente divorati per una strada che ormai non serve a nessuno (vi ricorda qualcosa?). O meglio, sicuramente non serve a chi quei territori li attraversa, ma – di nuovo sicuramente – serve a chi sul progetto ci lucra sopra.
L’infrastruttura è infatti per così dire nata morta, dal momento che l’intento dichiarato era quello di collegare Magenta, Abbiategrasso e Vigevano a Malpensa, ma che nel 2014 ha visto la cancellazione della tratta verso Milano.
Tuttavia, contro ogni logica, i lavori non si fermano.
Il comitato “No tangenziale” denuncia una situazione che ricorda molto quella valsusina, fatta di manipolazioni mediatiche volte a legittimare l’opera, dove chi sta sulla cima della piramide fa solo il proprio tornaconto economico.
Il copione è, come potete notare, sempre lo stesso.
Le VIA, valutazioni di impatto ambientale, su cui ci si basa la SS 11/494 sono vecchie di vent’anni – ventuno, se vogliamo essere precisi (presentata nel 2005 e approvata nel 2008). Ma quante cose cambiano in vent’anni? Specialmente in un periodo come questo, specialmente alla luce di tutte le innovazioni e i passi in avanti anche a livello di tutela ambientale, di cui qualcuno si riempie sempre tanto la bocca.
Poi ci sono i commissariamenti, classico strumento che a quanto pare serve a scavalcare le sentenze dei tribunali amministrativi quando queste danno fastidio. E ad Abbiategrasso è successo esattamente questo: nel 2020 il TAR di Milano aveva annullato il progetto, ma anziché prenderne atto e fermare tutto, l’opera è stata commissariata con la scusa che presentava delle “criticità”. Di fatto di criticità non ce n’erano, il progetto era stato semplicemente bocciato. Ma guarda un po’ il caso, è stato nominato commissario proprio un dirigente dell’Anas, l’azienda pubblica che deve realizzare l’opera.
Una persona che praticamente controlla sé stessa, come quando in Fight Club scopri che il narratore e Tyler Durden sono la stessa persona che si è presa a pugni da sola per tutto il film. In questo caso non si prende a pugni ma si fa bello con sé stesso. “Quanto sono bravo, quanto è bello e per niente inutile il nostro progetto”.
Siamo insomma sempre nella stessa situazione, un discorso che ormai suona ridondante e incredibilmente fastidioso. Opere che vengono dichiarate “strategiche” da governi che si succedono uno dopo l’altro, senza prestare la minima attenzione al benessere della propria popolazione, nonostante cerchino di far passare il messaggio opposto. È il solito giochetto che ben conosciamo da tre decenni: i contestatori dell’opera sono dei fuorilegge da punire, arrestare e fustigare, ma se la legge è d’intralcio a loro, basta chiudere un occhio. Perché se ne hai la possibilità, le “regole” valgono solo per chi ti mette i bastoni tra le ruote. E nel frattempo le vite delle persone restano congelate, in un limbo di cantieri infiniti e burocrazia inutile.
Ma qualcosa si muove, qualcuno non si arrende. Ad Abbiategrasso come in Val di Susa la lotta ha unito personalità di ogni tipo, con diverse sensibilità, ma con un unico obiettivo: sopravvivere ai giochini dei potenti.
Parliamo di un fronte comune (per utilizzare una terminologia che piace), dove la battaglia è la stessa; quella contro un modello di sviluppo che divora le risorse, distrugge ecosistemi e ignora la popolazione. Abbiamo ormai da tempo capito che a chi tira i fili non importa nulla del nostro pianeta. Basti pensare ai continui conflitti armati che oltre ad essere una catastrofe umanitaria, sono anche una bomba climatica di cui nessuno fa menzione. Meri danni collaterali non abbastanza interessanti e che non conviene nemmeno nominare. Alla Padova Climate Action Week, sabato 18 aprile, sono stati presentati da Lennard de Klerk dell’initiative on GHG Accounting of War i dati che mostrano come in quattro anni di guerra in Ucraina siano state emesse oltre 311 milioni di tonnellate di CO2. Parliamo una quantità pari di quanto prodotto in un anno dall’intera Francia. La guerra a Gaza ha prodotto più di 31 milioni di tonnellate di CO2 che è più di quanto viene emesso in un anno da Costa Rica ed Estonia messe insieme. Oltre a questo si aggiungono gli incendi scatenati dagli attacchi che vengono ulteriormente aggravati dal clima sempre più secco e arido, così come letteralmente l’annientamento di città intere, campi, coltivazioni di una devastazione allucinante. Gli Stati non hanno obbligo di dichiarare le emissioni militari all’ONU, facendo sì che questi impatti restino fuori da qualunque responsabilità internazionale. Nel frattempo, la NATO ha come obiettivo prefissato di far salire la spesa militare al 5% del PIL. Guerra e crisi climatica si alimentano in un circolo vizioso che vede perdenti non solo chi subisce le decisioni dei governi, ma anche i governi stessi, che non troveranno più nulla su cui governare.
Si investono miliardi in armi, guerre e opere inutili.
Ma su chi pensano di governare una volta che non ci sarà più nulla? Sul deserto dei tartari? Non è chiaro se sia stupidità, scarsa comprensione della realtà o semplicemente menefreghismo totale. Viviamo in un sistema che mette profitto e distruzione prima della cura del pianeta e delle comunità che lo abitano e contestarlo è lecito e doveroso.
Dai cantieri della Val di Susa a quelli si Abbiategrasso, dalla guerra in Ucraina a quella a Gaza la domanda è sempre la stessa: ma che futuro vogliamo? O meglio, ma che futuro speriamo di ottenere di questo passo? E dov’è la tanto decantata “partecipazione democratica” che uno Stato come il nostro dovrebbe avere?
La risposta è nella lotta e nella cura. La risposta è in chi ogni giorno si impegna per difendere il proprio futuro e il futuro di tutte e tutti. Sta a ciascuno scegliere da che parte della barricata stare.



