post — 15 Aprile 2026 at 16:20

LETTERA APERTA CONTRO LE GRANDI OPERE E CHI LE REALIZZA

No WeBuildRicondividiamo dalla Rete di Lotte Territoriali

Abbiamo un problema che si chiama WeBuild.

Con il presente testo vogliamo rilanciare una critica al sistema delle Grandi Opere in Italia, e invitiamo coloro che hanno esperienza diretta dei danni causati da questo sistema a partecipare a una discussione corale e allargata. Le Grandi Opere sono oggi elemento cardine di un modello di sviluppo che sta dimostrando in tutta la sua crudezza il carattere estrattivista del capitalismo, disposto a sacrificare i territori e chi li abita, al fine di aumentare significativamente le opportunità di estrazione di profitto.

Tra tutte le società, c’è un nome in particolare che svetta sugli altri: WeBuild,  nata come evoluzione di Salini Impregilo, oggi un vero e proprio colosso internazionale delle costruzioni. 

Ponte sullo Stretto, Pedemontana Lombarda, Tunnel del Brennero, il TAV di Vicenza, il Terzo Valico, la Torino-Lione, per non parlare delle decine e decine di opere in giro per il mondo, e, forse un domani, anche a Gaza, l’ennesima truce torta da spartire.

Vogliamo porre l’accento sul prezzo pagato dai territori. Non solo per i danni causati dall’ambiente, ma anche per lo svuotamento sociale che avviene quando un megaprogetto sottrae pezzi di territorio per farne cantieri e discariche. Soprattutto, denunciamo la nuova configurazione del potere che si sta facendo strada grazie a queste Grandi Opere: dalla Legge Obiettivo ai decreti sicurezza, l’ago della bilancia pende sempre di più verso i promotori delle Grandi Opere e i loro sostenitori nella politica. Ormai, è come se questi progetti fossero diventati l’unico canale attraverso cui ci è concesso immaginare un futuro.

Questo sistema non colpisce un unico territorio, li colpisce tutti. 

Per questo abbiamo bisogno di metterci in rete, e lanciamo una giornata di mobilitazione diffusa sui territori colpiti da WeBuild per mercoledì 29 aprile, giorno che coincide con l’assemblea degli azionisti della società a Rozzano (MI). Maggiori informazioni verranno pubblicate nei prossimi giorni sul sito nowebuild.noblogs.org.

Cosa sono le grandi opere oggi?

Le grandi opere vengono presentate come mere soluzioni tecniche e tecnologiche, volte alla velocizzazione e all’efficientamento della produzione e degli spostamenti funzionali all’economia. Siano esse ferrovie, impianti energetici e sportivi, ponti e strade vengono sempre accompagnati da dichiarazioni che rimarcano la loro apparente necessità in funzione di un progresso che possa generare uno sviluppo di cui collettivamente si potrà godere in un futuro prossimo. 

Negli ultimi anni, con l’avanzare della crisi climatica, le grandi opere vengono anche presentate come il simbolo della transizione ecologica: secondo i loro promotori, una volta terminati, questi progetti permetterebbero di abbassare notevolmente le emissioni inquinanti prodotte dalle attività umane. 

Secondo la propaganda di chi spinge per realizzare le grandi opere in Italia, possiamo vedere che non si tratta di semplici manufatti tecnici e tecnologici, bensì di paradigmi politici, dove la conoscenza tecnica viene utilizzata per concretizzare e convincere della bontà del modello di sviluppo che genera questi progetti.

Secondo le parole di Arturo Escobar e David Harvey, lo sviluppo infrastrutturale rappresenta spesso il volto concreto dell’accumulazione per espropriazione e il “discorso dello sviluppo” serve a mantenere relazioni di dominio sotto la maschera del progresso. Infatti, il rovescio della medaglia che si accompagna alle grandi opere (e che viene scientemente taciuto dalla propaganda che le accompagna) è che questo fantomatico progresso ha un elevato costo che viene pagato dai territori dove tali progetti vengono imposti dalla classe politica locale e nazionale. 

Oltre i rendering e le presentazioni pubblicitarie che dipingono un futuro desiderabile, una grande opera comporta la sottrazione del territorio, cancellandone l’uso sociale che ne fanno le comunità, per rimodellarlo in funzione di logiche di accumulazione capitalistica e dell’estrazione di profitto. 

I tentacoli di una multinazionale

WeBuild è presente attualmente in oltre 50 paesi in tutti e 5 i continenti. E’ il principale colosso italiano nel settore delle infrastrutture, uno dei più grandi insieme a realtà come Eni ed Enel e condivide con queste la propensione espansionistica, e inevitabilmente gli intrecci con la politica e la geopolitica.  Progetti come la Gerd, la grande diga in Etiopia o la NEOM in Arabia Saudita sono al centro di controversie e critiche di movimenti ambientalisti, associazioni e sindacati. In aggiunta, nello scorso autunno WeBuild è stata menzionata tra le aziende italiane in pole position per la “ricostruzione” di Gaza, uno scenario che porta la dinamica di appropriazione e svuotamento alla sua conclusione più mortifera, una Grande Opera resa possibile solo dal genocidio e dalla devastazione di uno dei territori storicamente più marginalizzati al mondo.

Qual è il ruolo della politica?

In quest’operazione la classe politica collabora strettamente con le grandi società di costruzioni che si aggiudicano gli appalti, al fine di rimuovere gli ostacoli che si potrebbero mettere di traverso nella realizzazione di una grande opera. 

Da una legislazione ad hoc in grado di produrre un’eccezione normativa come la Legge Obiettivo del 2001 che creò una corsia preferenziale per tante grandi opere ritenute di importanza “strategica”, alla predisposizione di un dispositivo securitario, più o meno visibile, che occupa militarmente il territorio a difesa delle recinzioni dei cantieri, la classe politica si adopera strenuamente al fine di garantire che la predazione di risorse e l’estrazione di profitto a scapito delle comunità possa avvenire indisturbata. 

Questo permette alle società che si occupano di realizzare le grandi opere di drenare risorse dell’erario pubblico che, invece di essere destinate al soddisfacimento dei bisogni della collettività, vengono dirottati verso opere che, a causa della dilatazione dei tempi di progettazione e realizzazione, assumono i connotati di vere e proprie incompiute programmate. 

Vale a dire, progetti pensati non per essere realizzati ma per trasformare i territori in cui vengono imposti e ridefinirne le geografie del potere politico e imprenditoriale, spogliando chi abita quei luoghi della possibilità di decidere sui propri destini. Possibilità che può riacquistare solo attraverso il conflitto e attraverso la costruzione di immaginari diversi, fuori dalle logiche delle grandi opere.

Nel corso degli anni, il rapporto tra politica e lobby economica delle grandi opere si è ulteriormente sviluppato, e oggi ci sono alcune sostanziali novità. Come dimostrano i casi di WeBuild e della crisi del gruppo Pizzarotti, lo Stato non ricopre esclusivamente il ruolo di finanziatore di progetti e attore che interviene per garantire la solidità economica delle società di costruzioni che si occupano della realizzazione delle grandi opere, 

Oggi, lo stato agisce con rinnovato protagonismo nella definizione delle strategie industriali e operative che producono la devastazione dei nostri territori. Lo vediamo palesemente nel fatto che rappresentanti degli apparati statali siedono direttamente nei consigli di amministrazione oppure rilevano la proprietà delle grandi società costruttrici. In questo modo si viene a creare una situazione in cui lo Stato è presente in ogni aspetto della filiera che compone il processo di una Grande Opera: ideazione, progettazione, commissionamento, occupazione del territorio e realizzazione.

Verso una mobilitazione diffusa

Di fronte a questo quadro, all’avviso di chi scrive, inizia ad emergere la necessità di affiancare alla denuncia dell’inutilità intrinseca delle singole grandi opere e della logica che le produce la consapevolezza del bisogno di costruire un piano generale per mettere in difficoltà quelle che si stanno andando a configurare sempre più come le braccia operative dello Stato all’interno dei territori che viviamo: le società di costruzioni realizzatrici di grandi opere e, sopra tutte, WeBuild, che grazie a Cassa Depositi e Prestiti ha potuto acquisire un ruolo di primaria importanza. 

La giornata del 29 aprile è una tappa lungo un percorso che, come Rete di Lotte Territoriali, si sta articolando da Nord a Sud ormai da quasi un anno. Di fronte alla presenza diffusa di un colosso come WeBuild, che si manifesta attraverso progetti diversi ma simili per grandezza, voracità e nocività, il nostro percorso ci porta a fare rete, a unire i puntini e creare nuovi legami. Questi primi mesi di indagine e auto-formazione sul tema ci hanno mostrato quanta poca consapevolezza ci sia intorno alle società che, di fatto, realizzano le Grandi Opere. Si parla tanto di questo o di quel progetto, ma molto meno di chi ci guadagna, e del sistema clientelare e di collusione che sorregge oggi il sistema delle Grandi Opere. Puntiamo il dito a WeBuild, ma teniamo nella cornice anche tutti gli altri grandi colossi imprenditoriali che sono coinvolti nella sistematica distruzione dei nostri territori.