La sentenza che non arriva – Il processo per gli scontri all’autoporto di Susa del 9 febbraio 2010
di Massimo Bonato Si attendeva stamane la sentenza per i fatti avvenuti il 9 febbraio 2010, quando ebbero luogo brevi scontri all’autoporto di Susa, nel quale era stata collocata la trivella per la rilevazione geognostica S66.
Invece il Pm Ferrando ha riproposto una nuova requisitoria fondata sulla topografia della zona. Le mappe ricavate da Google map han fatto la loro comparsa sui banchi della difesa e tra i giudici, e si è assistito a una lunga, nuova, dissertazione sulla precisa dislocazione dei tre parcheggi in cui si divide l’autoporto, le strade di accesso, le bretelle autostradali, rilievi e pendii. La ricostruzione minuziosa è volta a stabilire la liceità delle forze dell’ordine di aver dovuto avanzare uno dei due sbarramenti in atto, costituiti a difesa della trivella e delle comunicazioni stradali da cui fosse possibile raggiungerla. Liceità garantita e dall’ordinanza del questore, che chiedeva di evitare il contatto tra manifestanti e trivelle, e anche dalla Costituzione stessa che sancisce il diritto di riunione, manifestazione e protesta fatti salvi gli obblighi di legge a cui deve sottomettersi.
Da qui il distinguo tra riunione e manifestazione in cui venne effettuata dalla Polizia una carica di alleggerimento di soli 20 secondi. E Ferrando prosegue nell’elencare quali dispositivi debbano essere messi in atto dalle forze dell’ordine per sciogliere una riunione non conforme alle norme: funzionario con fascia tricolore, tre suilli di trombetta, tre ammonimenti a voce alta con l’intimazione che dovrà essere usata la forza se la riunione persiste senza rispettare l’ordine di scioglimento, e infine, ma soltanto infine l’uso della forza connaturata alla resistenza incontrata.
Ma la carica messa sotto accusa dagli avvocati della difesa non è avvenuta per disperdere una riunione bensì un corteo, minaccioso, che con personaggi travisati si avvicinava con l’intento di superare il cordone di Polizia.
La difesa non fa attendere le proprie repliche, che sostenute da ciascun avvocato per i propri assistiti, assumono la coralità di una logica comune.
La difesa di P. Patané è chiara: l’argomento probatorio principale dell’intero processo è il video messo agli atti. Nel video è documentato, è chiaro che l’imputato ha con sé un bastone ma lo tiene al lato, non lo brandisce, insulta certo, ma non vi è un solo momento in cui l’oggetto del contendere si alzi a minaccia di qualcuno, perché banalmente se ne servirebbe per eseguire una battitura sul guardrail, come fanno del resto altri, tra i 350 presenti, e come lo stesso M. Aghemo il cui comportamento è tutto fuorché minaccioso. E inoltre non si capisce, ancora una volta perché, la Polizia abbia dovuto spostare lo sbarramento imposto a salvaguardia delle trivelle avvicinandosi ai manifestanti, facendo così salire la tensione.
L’avvocato Vitale si dice a sua volta perplesso dal fatto che soltanto ora, e non durante il dibattimento vero e proprio il PM Ferrando ritorni sulla topografia della zona. La discussione dovrebbe vertere su altri temi. Ovvero che si sia istruito un processo per violenza a pubblico ufficiale quando violenza non vi è stata né il corteo si poteva rivelare minaccioso, dal momento che l’intenzione dei manifestanti non era quella di avvicinarsi alla trivella bensì di raggiungere la frazione di San Giuliano. Gli stessi comportamenti degli imputati, registrati dal video, non lasciano adito a dubbi.
È ciò su cui insiste anche l’avvocato Novaro. La dissertazione del PM è viziata nel metodo e nel contenuto: viene presentata ora e non in sede istruttoria, e non può servire a infarcire il processo di “se” e di “ma”, di evenienze e possibilità quando è chiaro che è bastato che M. Bailone applicasse un adesivo a un mezzo delle forze dell’ordine per scatenare la carica. Carica durata soli 20 sec.; carica di alleggerimento, ma che ha comunque lasciato ferite tre persone da parte dei manifestanti e due agenti. Come spesso accade la carica è partita per un fraintendimento, per un equivocato movimento di persone da cui una mano ha appiccicato un adesivo NoTav su un mezzo delle forze dell’ordine, ma comunque la carica è partita, sia contro l’ordinanza del questore che prevedeva la difesa della trivella e non il contatto con i manifestanti, sia pure senza un ordine diretto di un funzionario. Il tutto mentre in realtà i manifestanti stavano cercando di trovare una mediazione per poter proseguire la loro marcia oltre l’autoporto di Susa. Non vi sono termini di legge applicabili poiché non si individuano comportamenti lesivi o violenti, mentre ci sarebbe da discutere sulla incongruità della forza esercitata dalla Polizia e il fatto vero e proprio: una carica con feriti a fronte di un adesivo attaccato a un mezzo dello Stato.
L’avvocato Carena, che difende F. Berardinelli, colpisce un nervo scoperto e si chiede perché l’accusa, anziché insitere sulla colpevolezza degli imputati, insiste invece nel voler dimostrare la assoluta liceità del comportamento delle forze dell’ordine attraverso la disamina della topografia del territorio e dei possibili esiti della manifestazione. Le prove di innocenza sono sotto gli occhi di tutti e documentate dal video e dalle testimonianze di commissari, vicequestori e funzionari digos dai quali in nessuna occasione è stato dichiarato che i manifestanti avessero espresso la volontà o messo in atto un tentativo di raggiungere la trivella S66. La procura dovrebbe essere in grado di accertare la responsabilità per gli scudi della Polizia rotti durante la carica, cosa che non è stata possibile; dunque non rimarrebbe che applicare il concorso di colpa a tutti i partecipanti alla manifestazione di quel giorno, foss’anche perché il freddo aveva obbligato pressoché tutti a dotarsi di sciarpe e cappelli rendendosi agli occhi della procura stessa travisati.
L’avvocato Ghia, che difende S. Milanesi conclude le repliche del legal team, anch’egli con una perplessità: se dal video agli atti e dalle testimonianze non sono sorti elementi che comprovassero la colpevolezza degli imputati, se cioè non vi è stata violenza né minaccia, si sarebbe aspettato anche da parte dell’accusa un cambio di rotta, un adeguamento alla realtà dei fatti ormai ampiamente dimostrata. Perché dunque insistere contro la realtà stessa dei fatti?
Ciascuno ha chiesto ancora una volta, naturalmente, l’assoluzione piena per i propri assistiti. L’udienza, a questo punto definitiva, è fissata per il 4 giugno, alle 9 in aula 5.
M.B. 03.03.13
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