
La procuratrice generale Musti si lancia in una nuova campagna forcaiola
La procuratrice generale Musti si lancia in un nuova campagna forcaiola. Ci preme ricordare che durante il suo insediamento aveva chiamato Torino la “Capitale dell’eversione” e tifato condanna verso gli imputati e le imputate della cosiddetta “Operazione Sovrano”.
Evidentemente, nonostante l’ingerenza verso i giudici, non le è bastata la cantonata presa prima con associazione sovversiva e successivamente con l’associazione a delinquere: oggi la dottoressa Musti ha preso (di nuovo) di mira Giorgio Rossetto.
Sotto accusa è l’intervista rilasciata ai microfoni di Radio Onda D’urto a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna.
Leggendo l’articolo pubblicato da “La Stampa”, la questione, secondo la Musti, è che Giorgio avrebbe dato la sua “adesione” alle manifestazioni che si sono susseguite a seguito dello sgombero, di aver minimizzato l’azione alla sede del quotidiano e “l’indicazione” secondo cui i manifestanti dovrebbero fare propria la “strategia di logoramento” che si attua qui in Valle contro i cantieri dell’Alta Velocità. Le “pratiche violente” sotto accusa sarebbero “azioni diffuse, presidi permanenti e disobbedienza civile per rendere i cantieri invivibili”. Questa sarebbe la dimostrazione dell’impossibilità di un reinserimento sociale di Giorgio e quindi della necessità di rispedirlo in carcere fino al marzo 2027.
Pensiamo che le dichiarazioni della procuratrice siano gravi, perché si avvicinano pericolosamente all’istituzione di un reato di opinione tanto caro, tra le altre cose, al governo Meloni. L’unica adesione che Giorgio ha potuto mettere in campo verso le manifestazioni contro lo sgombero dell’Aska è quella ideale e “morale”, visto che è agli arresti domiciliari con sole due ore di libera uscita al giorno, che a mala pena gli permettono di sbrigare le sue commissioni a Bussoleno. Basta essere d’accordo con quanto succede per incorrere a sanzioni penali?
Così come ci sembra più che mai tendenzioso, dire che le sue parole siano un’indicazione. È evidente che alla procuratrice non sia andata giù la sentenza per cui Giorgio sia stato assolto dall’accusa di essere il “sovrano” di un’associazione a delinquere e che voglia far rientrare dalla finestra un teorema che non sono riusciti a far entrare dalla porta. Anche se la procura ha ovviamente fatto ricorso in appello per contestare la sentenza, come Movimento No Tav gli consigliamo di non seguire le orme dei suoi predecessori ed evitarsi gastriti e mal di pancia nel continuare a impuntarsi su strategie di criminalizzazione fallimentari.
E a proposito di strategie, ci fa sbellicare (fa ridere certo, ma anche riflettere) vedere indicate come pratiche della strategia di logoramento la disobbedienza civile. Ed è qui che cade la maschera. Il problema non sono le “azioni violente”, ma l’efficacia delle pratiche di un movimento popolare che da trent’anni tiene fieramente testa alla brutalità del potere e che non sono riusciti ancora a far soccombere.
Ovviamente questo articolo appare proprio il giorno successivo della grande assemblea nazionale che si è tenuta sabato 17 gennaio a Torino, in cui il Movimento ha partecipato ed aderito al corteo del 31 gennaio. Colpirne uno per educarne cento, questo è il principio che sembra nascondersi in questa rappresaglia, così come in quella che ha colpito l* ragazz* minorenni che insieme a decine di migliaia di coetanei hanno manifestato in solidarietà alla Palestina negli ultimi mesi e che sono stati messi in carcere e agli arresti domiciliari.
Vorremmo fare un appello alla coerenza alla dottoressa Musti: decida una volta per tutte, per usare le sue stesse parole, se è tempo di fare una “scelta lungimirante, di abdicazione del potere punitivo” appellandosi ad “indulto e amnistia” come cura sovraffollamento nelle carceri, “madre di tutti i mali perché produce morte, illegalità e disapplicazione della carta costituzionale” oppure fare quella del “tutti in galera e buttare la chiave”, perché le due cose, ahimè, non possono coesistere.
Lasciateci infine fare una breve battuta sull’inserimento sociale di Giorgio Rossetto che a sentire la procura sembrerebbe uno spettro che si aggira per la Valsusa da più di vent’anni e che a Bussoleno ha trovato la sua dimora (volente o nolente).

Giorgio è conosciuto in Valle per presenza, coerenza e dedizione alla causa del Movimento No Tav. Anche chi non condivide a pieno la radicalità delle sue idee, per questo lo rispetta. Giorgio prima di essere colpito a più riprese da varie e variegate misure di contenimento dei suoi “ardori” (così come li definisce la procura), si è sempre speso per la tutela della Valsusa e della sua storia e memoria: è iscritto alla locale sezione dell’Anpi, per cui faceva anche il porta bandiera e alle cui iniziative è stato sempre negato partecipare da parte dei giudici; si occupava di lavoro precario insieme al sindacato Cobas, ma anche quello gli è stato a più riprese interdetto; e fa parte anche dell’Anti-Incendi Boschivi (AIB). Infine Giorgio ha partecipato con entusiasmo alla raccolta firme, alle istanze e ai ricorsi del comitato di paese “Salviamo i Platani di Lungo Dora” che si è opposta all’abbattimento indiscriminato degli alberi secolari per l’adeguamento dell’argine del fiume, occupandosi perfino di potare le piante a titolo gratuito (vista la sua esperienza decennale di giardiniere) di cui l’amministrazione di Bussoleno non ha voluto prendersi carico.
Giorgio è perfettamente inserito nella società valligiana e bussolenese, chi veramente glielo sta impedendo è l’accanimento politico-giudiziario che procura stessa e compagnia cantante stanno continuando a mettere in pratica nell’illudersi di piegarlo ad un pentimento piuttosto che ad un reintegro.
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