post — 31 Marzo 2026 at 14:44

J’aso ’d Cavour as làudo da lor

C’è un vecchio detto piemontese che suona più o meno così: “J’aso ’d Cavour as làudo da lor”. Gli asini di Cavour si lodano da soli.
Un’espressione che racconta bene l’autoreferenzialità di chi si autocelebra, si applaude e si proclama i propri successi, anche quando la realtà è molto più complessa o molto più problematica.

Leggendo l’ennesimo articolo (https://www.panorama.it/attualita/economia/torino-lione-la-luce-in-fondo-alla-tav-ecco-cosa-succede-2-000-metri-sotto-le-alpi) celebrativo sulla Torino-Lione, quello in cui si descrivono con toni epici le “talpe” lunghe duecento metri che scavano “a duemila metri sotto le Alpi”, viene naturale pensare proprio a questo proverbio.

Perché il punto non è tanto cosa si racconta, ma come lo si racconta.

Da una parte c’è la retorica della grande opera inevitabile: i cantieri che avanzano senza sosta, le migliaia di operai, le macchine gigantesche, il tunnel “tra i più lunghi al mondo”. Sembra quasi il trailer di un colossal: manca solo la musica in sottofondo e una voce profonda che dica “prossimamente, nelle migliori valli alpine”.
Il messaggio è sempre quello: “ormai è fatta, non si torna indietro.” Fine della storia, titoli di coda.

Dall’altra parte, però, c’è tutto ciò che viene taciuto. E qui la sceneggiatura si fa improvvisamente più corta.

Scompaiono i costi fuori controllo, che continuano a crescere con una costanza quasi commovente (una delle poche certezze dell’opera!).
Scompare il dibattito sulla reale utilità e sostenibilità, in un contesto in cui la linea esistente è tutt’altro che satura. Ma evidentemente il problema non è usare meglio ciò che già c’è: è costruire qualcosa di molto più grande, molto più costoso e, soprattutto, molto più raccontabile e celebrativo.
Scompaiono gli impatti ambientali, le polveri, i cantieri invasivi: dettagli tecnici, si direbbe, poco adatti alla narrazione eroica.
Scompaiono, soprattutto, le comunità locali e quelle di lotta. Che però, guarda un po’, continuano ad esistere e a opporsi.

Non è una dimenticanza. È una scelta comunicativa ben precisa: togliere tutto ciò che complica il racconto e lasciare solo ciò che lo fa brillare.

Il risultato è un mondo ordinato, lineare, rassicurante.
Un mondo in cui la Torino-Lione avanza tranquilla, mentre l’opposizione ad essa è ridotta a qualche nota a margine. Un mondo in cui il dissenso non si affronta si archivia, possibilmente con una bella dose di accanimento legale e giudiziario.

E allora torna utile quel proverbio.

Perché mentre si scava sotto le montagne, si scava anche dentro la narrazione pubblica.
E lì il lavoro è ancora più sofisticato: trasformare un’opera ampiamente contestata in una storia di progresso inevitabile. Un racconto così ben costruito che, a forza di ripeterlo, dovrebbe diventare realtà.

Peccato che la realtà, quella vera, sia un po’ meno collaborativa.

Continuare a dirsi che tutto procede, che tutto è sotto controllo, che tutto è necessario (evitando accuratamente qualsiasi domanda scomoda) è esattamente ciò che fanno “gli asini di Cavour”.
Con una differenza: qui gli asini hanno uffici stampa, rendering patinati e articoli entusiasti pronti all’uso.

Si lodano da soli pretendendo anche applausi e sonore pacche sulle spalle.

Fuori da quella narrazione, però, restano i territori, i costi, le contraddizioni.
E quelle, per quanto le si possa tagliare in fase di montaggio, tornano sempre nella versione integrale.