
Guerra e acciaio: la Beltrame vorrebbe fondere i rottami di Israele?
L’Italia è il primo importatore di rottami ferrosi da Israele. Mentre la distruzione della Palestina si intreccia con circuiti commerciali opachi, in Val di Susa si discute della riattivazione del forno Beltrame. Due vicende diverse, dentro un sistema economico in cui guerra, produzione industriale e sfruttamento dei territori sono sempre più intrecciati.
Dietro le bombe, le città rase al suolo e le popolazioni costrette a sopravvivere tra le macerie si muovono interessi economici, catene di approvvigionamento e mercati che continuano a funzionare: un sistema nel quale la distruzione si accompagna alla produzione, gli armamenti diventano un settore strategico e le risorse continuano a circolare anche quando vengono sottratte a territori devastati.
In Palestina, la distruzione sistematica di case e infrastrutture lascia dietro di sé montagne di macerie. Intanto, l’Italia diventa il principale importatore di rottami ferrosi da Israele. In Val di Susa, invece, si discute della proposta di riattivare il forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo, per produrre acciaio fondendo rottami ferrosi.
Non stiamo parlando della stessa situazione. Ma queste vicende impongono di guardare oltre i singoli impianti e le singole transazioni, per interrogarsi sul modello economico che li attraversa: un modello nel quale le esigenze della produzione e gli interessi strategici degli Stati si intrecciano, mentre il costo umano e ambientale viene scaricato sui territori e sulle popolazioni.
A mettere in luce un aspetto inquietante di questa vicenda è l’inchiesta pubblicata il 21 ottobre scorso da Altreconomia. I dati delle Nazioni Unite e dell’Istat mostrano un’impennata delle importazioni italiane di rottami ferrosi da Israele: dalle appena 73 tonnellate del 2023 alle 99.000 del 2025, fino alle 125.000 tonnellate registrate nei primi sei mesi del 2026. Un flusso commerciale cresciuto enormemente proprio mentre la Turchia, principale acquirente dei rottami israeliani, riduceva le proprie importazioni.
Non parliamo di una questione astratta. L’inchiesta ricostruisce le denunce internazionali relative alla rimozione e alla frantumazione delle macerie nella Striscia di Gaza da parte dell’esercito e di imprese israeliane. Secondo il rapporto di Euro-Med Human Rights Monitor citato nell’articolo, i materiali vengono separati e trasportati fuori dalle aree sottoposte al controllo militare israeliano. Tra questi, ferro proveniente dagli edifici distrutti e carcasse di automobili e ambulanze.
Il problema è che, una volta frantumati, selezionati e mescolati con altri rottami, quei materiali possono entrare nella catena commerciale senza che la loro origine sia più facilmente riconoscibile. Ed è proprio su questo punto che l’inchiesta apre interrogativi pesanti.
Nel porto di Venezia, dove nel 2025 sono entrate oltre 68.000 tonnellate di rottami ferrosi da Israele e più di 105.000 nei primi sei mesi del 2026, le Dogane hanno dichiarato che non risultano importazioni con origine Gaza o Territori palestinesi occupati. Allo stesso tempo, hanno rifiutato di rendere noti nel dettaglio i criteri e le modalità dei controlli sulle singole spedizioni.
A Brindisi, invece, l’Agenzia delle Dogane ha negato l’accesso ai dati richiesti, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato un pregiudizio alle attività imprenditoriali delle aziende interessate. L’autrice dell’inchiesta ha deciso di presentare ricorso al TAR.
Dunque, mentre esistono denunce circostanziate sul prelievo delle macerie palestinesi e sul loro possibile sfruttamento commerciale, le informazioni necessarie a ricostruire la provenienza dei materiali restano in larga parte inaccessibili.
In tutta questa vicenda, l’Italia non è uno spettatore esterno ma il principale destinatario dei rottami ferrosi esportati da Israele. Un ruolo che impone responsabilità precise: non basta dichiararsi estranei alla distruzione se poi si continua a partecipare a circuiti commerciali di questo tipo.
E’ in questo quadro che va collocata la proposta di riattivazione del forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo. L’impianto è fermo dal 2012 e l’azienda ha presentato un progetto per ripristinare il ciclo produttivo, con una capacità dichiarata di 800.000 tonnellate di acciaio all’anno, un investimento annunciato di circa 50 milioni di euro e la promessa di 150 posti di lavoro.Infatti, mentre la guerra torna a essere presentata come un orizzonte permanente e la riconversione industriale verso produzioni strategiche e militari assume un peso sempre più crescente, anche le scelte locali devono essere discusse per ciò che comportano realmente. Quali bisogni dovrebbe soddisfare questa produzione? Quali interessi economici la sostengono? Quali costi ambientali e sanitari ricadrebbero sulla Valle?
Non basta evocare gli investimenti e i posti di lavoro per chiudere la discussione. La salute, la qualità dell’aria e la tutela del territorio devono essere al centro della valutazione, non variabili subordinate alla convenienza economica dell’impresa.
Il forno è fermo da oltre tredici anni. Oggi si vorrebbe ripristinare un ciclo produttivo capace di raggiungere 800.000 tonnellate annue, chiedendo alla comunità di accettare le conseguenze di una scelta che risponde anzitutto a una strategia industriale di larga scala. Il Comitato Zero Emissioni e le persone che si stanno mobilitando contro il progetto hanno messo al centro proprio la necessità di difendere la salute e il futuro della Valle rifiutando l’idea di essere parte di questi meccanismi.
L’opposizione al progetto non arriva soltanto dalla popolazione che si sta impegnando attivamente. Anche diversi Comuni della Valle (Bruzolo, San Didero, Borgone, Condove, Villar Focchiardo, Chianocco, San Giorio) insieme all’Unione Montanta, hanno presentato osservazioni, mettendo in discussione le criticità del progetto e richiamando la necessità di tutelare la salute pubblica producendo così un ulteriore rallentamento dell’iter autorizzativo della richiesta depositata dal Gruppo Beltrame: i termini sono stati rinviati a fine gennaio e la decisione potrebbe slittare persino al 2028. Il progetto, dunque, è tutt’altro che una partita chiusa. La mobilitazione e la presa di posizione delle amministrazioni locali dimostrano che la riattivazione del forno è ancora una scelta contestata, sulla quale la Valle ha diritto di far sentire la propria voce.
Non è una battaglia contro il lavoro. È una battaglia contro il ricatto che pretende di rendere ogni impianto intoccabile in nome dell’occupazione, come se non fosse possibile discutere quali produzioni servano davvero alla collettività, a vantaggio di chi vengano realizzate e quali costi vengano scaricati sulle comunità.
La retorica della sostenibilità vorrebbe farci credere che trasformare un rifiuto in una nuova materia prima sia sufficiente a rendere virtuoso tutto ciò che viene dopo. Ma parlare soltanto di economia circolare significa nascondere il problema dietro un’etichetta rassicurante. La questione non è soltanto come riciclare, ma quale modello di produzione alimentiamo, per soddisfare quali interessi e a spese di chi.
La Palestina ci mostra fino a dove può arrivare un sistema in cui la disruzione programmata di un territorio e della sua popolazione non interrompe gli affari, ma può perfino aprire nuovi mercati. La Val di Susa ci ricorda che anche qui esistono interessi industriali pronti a chiedere altro spazio, altre risorse e la disponibilità delle comunità ad accettarne le conseguenze.
Non sono situazioni equivalenti. Ma non possiamo ignorare il filo che le attraversa: la subordinazione dei territori e dei popoli alle esigenze della produzione, del profitto e della guerra.
L’inchiesta di Altreconomia ci obbliga a guardare dentro le catene di approvvigionamento che collegano i mercati internazionali ai territori dilaniati dalla guerra. La proposta Beltrame ci impone di discutere su che tipo di futuro vogliamo qui in Valle.
Sono questioni che si incontrano nel momento in cui l’economia di guerra tende a normalizzare la militarizzazione, la competizione per le risorse e la sottomissione delle scelte collettive agli interessi industriali e strategici. La guerra non è soltanto distruzione: è anche un sistema di produzione, circolazione delle merci e accumulazione economica che coinvolge imprese, istituzioni e filiere internazionali.
L’economia di guerra ha bisogno di territori da devastare, risorse da sottrarre, filiere da alimentare e comunità disposte a pagare il prezzo delle scelte altrui. Dalle macerie della Palestina alla proposta di riaccendere il forno Beltrame, ciò che va messo in discussione è un modello che subordina la vita, la salute e il futuro dei territori agli interessi della produzione e del profitto.
Non esiste alcuna inevitabilità in tutto questo. La guerra non è un destino, così come non lo è la trasformazione della Valle in un territorio da sfruttare. Opporsi alla militarizzazione, denunciare gli affari che si alimentano della distruzione e contrastare nuovi impianti imposti in nome dello sviluppo significa rifiutare la stessa pretesa: che siano sempre le popolazioni a doversi piegare alle esigenze del potere economico e politico.
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