post — 13 Luglio 2026 at 16:37

La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt

Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione a firma Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da conquistare, il futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non fosse per la testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una pubblicazione di TELT.

Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla luce del sole.

Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista. Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo.

Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso.

Solo che siamo nel 2026.

Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano.

Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio.

L’ingegno sarebbe un’altra cosa.

Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere inutili.

Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato ascoltato)».

Ascoltato?

Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha chiesto l’opzione zero.

Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché quella esistente ha ancora enormi margini di utilizzo.

Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.”

C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera «realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto, possono diventare uno strumento di narrazione.

Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro.

Da una parte, quella francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”. Dall’altra, quella valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”.

Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali?

Chi stabilisce quale protesta è degna e quale no?

Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori, comitati e intere comunità.

Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari.

Davvero questo sarebbe il livello del dibattito?

Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al progresso.

Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise: la sua utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che esista già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata.

Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel merito.

È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli argomenti, si costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro.

Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda, poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera.

Un quotidiano nazionale dovrebbe raccontare anche ciò che disturba il racconto ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera.

I soldi che non ci sono e che l’Europa non darà mai.

Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un reportage.

Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso.

Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Contenti voi!