post — 13 Giugno 2026 at 16:30

I signori del nucleare: come il governo vuole riportare il nucleare in Italia (e perché in Val di Susa siamo pronti a rispondere)

Due referendum popolari hanno detto no: il primo, nel 1987, dopo Chernobyl e il secondo, nel 2011, dopo Fukushima. Due vezes gli italiani hanno sbattuto la porta in faccia al nucleare. Tuttavia, quasi quarant’anni dopo, il governo Meloni ha deciso, come suo solito, che il pensiero del popolo può essere bypassato.

Il 1° giugno 2026, la Camera ha infatti approvato il disegno di legge delega per il ritorno al nucleare sulla base del testo presentato lo scorso autunno. A favore tutta la maggioranza e Azione di Calenda, astenuta Italia Viva (Renzi & co., che sì, incredibilmente esistono ancora, anche se la loro presenza alla vita è pari allo zero) e contro Pd, M5S e Avs [il Giornale].

E qui già viene il primo, grande nodo politico. Perché il “campo largo” sull’energia non esiste. Mentre Bonelli (Avs) lo definisce “una follia economica”, Carlo Calenda (Azione) ha votato sì, sostenendo che è “il primo passo per il ritorno del nucleare” (grazie al piffero) e Renzi si è astenuto, ma dicendo che “il nucleare è una tecnologia che serve” e che “chi dice no prende in giro gli italiani” (quindi insomma perché non ha votato sì non lo sa nemmeno lui), i territori si preparano a resistere. La sinistra parlamentare è già, nemmeno a dirlo, spaccata. E questa, per noi, non è assolutamente una novità, ma vuol dire che la resistenza vera, come sempre, non la faranno i partiti. Non che ci avessimo mai sperato.

Si tratta in ogni caso di una delega, quindi non autorizza la costruzione di centrali, ma concede al governo 12 mesi per stilare le “regole”. L’obiettivo è rendere l’Italia energeticamente indipendente, abbassare le bollette, rendere l’Italia un paese a zero emissioni entro il 2050 utilizzando nuove tecnologie come SMR (piccoli reattori) e AMR (nuovi reattori). Oltretutto il disegno di legge prevede una “semplificazione” delle autorizzazioni mantenendo gli standard di sicurezza (ma perché no, tanto non abbiamo mai avuto alcun guaio con il nucleare). Oltre a questo sono previsti: l’istituzione di un’Autorità indipendente per il controllo, la creazione di un Deposito Nazionale unico per i rifiuti radioattivi esistenti, misure di compensazione economica per i territori che ospiteranno gli impianti e ovviamente uno stanziamento di 60 milioni di euro per avviare la strategia e campagne di informazione pubblica.

In ogni caso, la realtà è come spesso ben diversa dalla propaganda e questo caso non fa eccezione. Ecco quali sono i punti deboli della faccenda sull’agognata sovranità energetica di cui il popolo italiano ha un così grande e disperato bisogno.

Partiamo dal problema dell’uranio. L’uranio qui non c’è (non sappiamo se qualcuno dei signori a Montecitorio abbia informazioni diverse). In Italia non esistono miniere di uranio, dovremmo importarlo dal Niger, Kazakistan, Canada o Australia. La filiera globale è dominata in questo momento da Rosatom (Russia), luogo dal quale fino al 2024 l’UE importava ancora il 23% del “suo” uranio arricchito [Infoaut].

Seconda questione sono gli SMR. Per chi non lo sapesse, gli SMR o Small Modular Reactors, “piccoli reattori modulari” sono una tecnologia ancora sperimentale. Molto semplicemente, l’idea è di costruire dei mini reattori in fabbrica e poi di trasportarli su camion, invece di costruire dei giganteschi reattori come nel passato. Nel mondo occidentale NON ce n’è nemmeno uno in funzione che porti energia alle fabbriche o alle case. Il progetto più avanzato era NuScale ma è stato cancellato a causa dei costi eccessivi (oltre 9 miliardi di dollari, con l’energia che costava quattro volte di più di quella eolica e solare). Gli esempi funzionanti li abbiamo in Cina e in Russia, realizzati con incredibili ritardi e costi aumentati del 200%-300% rispetto ai piani iniziali. Insomma parliamo di “fantasmi” e di una soluzione che non è pronta e disponibile, ma per la quale dovremmo aspettare anni e chissà quali costi.

Restando sulla questione del denaro padrone, costa tutto troppo. Il rapporto Lazard 2025 mostra chiaramente i dati relativi: il fotovoltaico industriale costa tra 38 e 78 dollari per MWh, mentre il nucleare nuovo 180 dollari. Tre vezes tanto. A questo si potrebbe obiettare che il sole non c’è sempre e che servono effettivamente le batterie che aumentano i costi, ma non ai livelli del nucleare. In più, i prezzi di quest’ultimo non sono nemmeno certi. Come spiegato nel rapporto, se i tassi di interesse salgono, si arriva ad una cifra di circa 238 dollari per il nucleare. Puntare sul nucleare oggi, significa comunque puntare sull’energia più dispendiosa.

A chi serve allora questa operazione? Ovviamente ai grandi monopoli energetici, ai signori della guerra e della finanza, certamente non alle persone comuni e ai loro interessi.

Nel frattempo la macchina della propaganda è già in moto e La Stampa dell’8 giugno 2026 celebra trionfale il boom di iscritti a Ingegneria Nucleare al Politecnico. I numeri diffusi dall’ateneo parlano chiaro: gli iscritti all’indirizzo nucleare sono 97 nell’anno 2025-2026; nel 2023-2024 erano 59; un aumento del 64% in due anni.

Tralasciando il fatto che 97 studenti è un numero davvero irrisorio, più che considerarlo un boom (38 studenti in più in due anni, in totale poco più dello 0,3% degli studenti che frequentano il Politecnico di Torino) forse sarebbe da considerare una nicchia e non da prendere come desiderio dei giovani di un passaggio al nucleare.

La storia della Val di Susa si intreccia al “no nucleare“.

Per capire perché, bisogna tornare alla notte del 23-24 luglio 2012, quando un treno carico di scorie radioattive doveva attraversare la valle. Quel treno partiva da Saluggia, in provincia di Vercelli, dove da decenni sono stoccati circa l’85% dei rifiuti radioattivi italiani, con destinazione La Hague, in Francia, dove le barre di combustibile irraggiato vengono sottoposte a un procedimento chiamato “riprocessamento”, che separa l’uranio e il plutonio ancora utilizzabili dal resto dei rifiuti, riducendone il volume ma non la pericolosità.

Le ragioni per cui si voleva fermare quel treno erano tre.
La prima era la sicurezza: trasportare materiale radioattivo su rotaia significa farlo passare in mezzo alle città e ai paesi, lungo binari che ovviamente costeggiano case e scuole. Il rischio non è solo teorico, perché un incidente, uno scontro con un altro treno o anche solo una fermata prolungata imprevista potrebbero esporre la popolazione a dosi di radiazioni superiori ai limiti di legge.
La seconda ragione era l’opacità a cui siamo purtroppo sempre sottoposti: le istituzioni non sono tenute ad informare i cittadini del passaggio dei convogli, né della data né dei rischi né di come proteggersi. Esiste infatti un decreto del 2006 che esclude il diritto all’informazione preventiva, in violazione della legge regionale piemontese e delle direttive europee.
La terza ragione era politica: per chi lotta in Val di Susa contro l’alta velocità, il concetto è sempre lo stesso. Ci troviamo nuovamente di fronte ad uno Stato che decide dall’alto, militarizza il territorio, esautora le comunità locali e fa passare materiale pericoloso senza chiedere il permesso a nessuno.

Quella notte, quel convoglio è passato. Quindici attivisti hanno occupato i binari a Borgone Susa e sono stati allontanati in pochi minuti, mentre a Bussoleno, la polizia aveva bloccato un treno regionale con 115 attivisti a bordo, tenuti fermi ore e identificati uno a uno.

Quest’episodio tra lotte territoriali non è tuttavia un caso isolato. La storia italiana è piena di esempi in cui le comunità si sono ribellate all’imposizione dall’alto di infrastrutture nucleari. Parliamo ad esempio di Scanzano Jonico, dove nel novembre 2003, il governo Berlusconi decise con un decreto legge urgente di costruire il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. La reazione fu immediata e furiosa: l’intera Basilicata si mobilitò e decine di migliaia di persone marciarono bloccando la statale 106 Jonica. Il governo fu costretto a ritirare il decreto. Ancora oggi il deposito non è stato realizzato e ogni tentativo di individuare un sito per gli 80.000 metri cubi di rifiuti radioattivi che già esistono si scontra con la resistenza dei territori.

La soluzione che propone chi sta al governo, oggi come ieri, è sempre quella di forzare, attraverso le leggi, i decreti e la repressione, senza curarsi di che cosa vogliono le persone. Lo stesso copione del Tav, lo stesso copione del Ponte sullo Stretto (buonanima, defunto prima ancora di partire) e di tutte le grandi opere imposte.

Il governo sta giocando una partita pericolosa nel tentativo di portare l’Italia nel club del nucleare, spendendo miliardi per una tecnologia che non esiste, per colpa di una crisi energetica che loro stessi hanno aggravato. Ma dimenticano una cosa. Dimenticano che in questo Paese c’è ancora chi non si rassegna alle imposizioni e non si fa mettere i piedi in testa. Se pensano di far passare la legge e trovare i territori rassegnati, si sbagliano di grosso.
Dalla Val di Susa alla Basilicata e oltre, abbiamo già imparato a riconoscere il nemico. E abbiamo anche imparato a combatterlo.