L’assemblea pubblica della scorsa settimana, tenutasi al Polivalente di San Didero, ha riempito la sala e dimostrato una volta di più che in Valsusa esiste una comunità attenta, informata e pronta a discutere del proprio futuro. Da quell’incontro è nato il Comitato Zero Emissioni, un percorso collettivo che mette al centro la salute, la qualità dell’aria, la tutela del territorio e il diritto delle persone a partecipare alle scelte che riguardano la valle. Un percorso che entra già nel vivo: il comitato si è nuovamente ritrovato ieri sera per lavorare alle osservazioni da presentare alla Città Metropolitana di Torino nell’ambito dell’iter relativo al progetto di riattivazione del forno elettrico delle Acciaierie Beltrame e per muovere i primi passi di un cammino che possa esprimere un forte e determinato NO nei confronti dell’ennesimo scempio prospettato per questo territorio.Una risposta necessaria dopo l’annuncio della possibile riattivazione del forno elettrico delle Acciaierie Beltrame tra San Didero e Bruzolo, un progetto che viene presentato quasi esclusivamente attraverso un numero: 150 posti di lavoro.
Un numero che compare in ogni articolo, in ogni dichiarazione, in ogni intervista. Come se bastasse evocare l’occupazione per mettere a tacere ogni dubbio e ogni preoccupazione.
Eppure, la questione è molto più complessa.
La Valsusa conosce bene la storia delle Acciaierie Beltrame. Non la conosce attraverso relazioni tecniche o campagne pubblicitarie, ma attraverso decenni di convivenza con uno stabilimento che ha segnato profondamente il territorio. Una storia fatta di controversie ambientali, preoccupazioni sanitarie, incidenti sul lavoro e mobilitazioni popolari che hanno accompagnato per anni la presenza dell’acciaieria in valle. Una memoria collettiva che non può essere cancellata da qualche slogan sullo sviluppo o dalla promessa di nuovi investimenti.
Per questo indigna il racconto proposto in questi giorni da alcuni organi di informazione, secondo cui la contrarietà al progetto sarebbe l’ennesima manifestazione di una valle che “dice sempre no”.
La realtà è diversa.
La Valsusa non si oppone per principio. In questi decenni ha saputo elaborare analisi, studi, proposte e visioni alternative. Ha dimostrato di saper discutere di ambiente, economia, salute pubblica, agricoltura, mobilità e pianificazione territoriale con una competenza di altissimo livello.
Chi oggi esprime preoccupazione per la riattivazione del forno non lo fa perché rifiuta il lavoro o il progresso. Lo fa perché conosce il valore di un territorio fragile, stretto tra montagne e fondovalle, dove l’inquinamento tende a ristagnare e dove gli effetti delle emissioni non possono essere considerati un dettaglio secondario.
Da troppo tempo la Valsusa viene trattata come una zona di sacrificio.
Grandi infrastrutture, cantieri permanenti, consumo di suolo, aree industriali, servitù territoriali: ogni volta si ripete lo stesso schema. Si chiede alla valle di accettare un nuovo carico ambientale in nome di un interesse superiore definito altrove.
Ma una comunità che vive quotidianamente un territorio ha il diritto di chiedersi quale sia il limite oltre il quale il prezzo da pagare diventa troppo alto.
Anche sul piano occupazionale, la discussione meriterebbe maggiore onestà.
I 150 posti di lavoro promessi vengono citati come un dato certo e indiscutibile. Ma nessuno sembra porsi una domanda altrettanto importante: quanti posti di lavoro rischiano di essere compromessi da un peggioramento della qualità ambientale e sociale?
Quanti nell’agricoltura di valle, nelle produzioni locali, nell’allevamento, nel turismo, nelle attività ricettive e nelle filiere che basano il proprio valore sulla qualità del territorio?
Quanti giovani hanno scelto di investire nelle produzioni agricole, nell’accoglienza, nella valorizzazione delle eccellenze locali proprio perché vedono nella qualità ambientale la principale risorsa della valle?
Quando si parla di occupazione non si possono contare soltanto i posti di lavoro che arrivano. Bisogna considerare anche quelli che potrebbero essere messi a rischio.
È una domanda legittima che, purtroppo, continua a rimanere senza risposta.
È anche per questo che la partecipazione registrata a San Didero assume un significato particolare. Di fronte a una scelta che potrebbe incidere per decenni sulla qualità dell’ambiente e della vita in valle, le persone hanno deciso di informarsi, confrontarsi e intervenire concretamente nel procedimento in corso. Le osservazioni che il Comitato Zero Emissioni si appresta a predisporre e presentare alla Città Metropolitana rappresentano il primo passo di questo percorso di partecipazione attiva.
Per questo la nascita del Comitato Zero Emissioni rappresenta qualcosa di importante. Non un rifiuto ideologico, ma la richiesta di affrontare una questione decisiva con responsabilità, trasparenza e partecipazione.
La salute non è un ostacolo allo sviluppo. È il presupposto di qualsiasi sviluppo degno di questo nome.
E una valle che chiede aria pulita, tutela del territorio e garanzie per il proprio futuro non sta dicendo “no” al lavoro.
Sta dicendo “sì” al diritto di scegliere quale futuro costruire per sé e per le prossime generazioni.
Perché ogni volta che si parla della Valsusa il dibattito viene ridotto alla scelta tra salute e lavoro, come se una comunità dovesse essere costretta a rinunciare a una delle due?
