Eccoci di nuovo qui, con l’ennesimo capitolo sui costi scomodi e ballerini della Torino-Lione. Emerge infatti un nuovo, oneroso e pesante conto per i cittadini: parliamo di 66 milioni di euro stimati per gestire le interferenze tra il tracciato dell’alta velocità e il sistema idrico metropolitano.
A “rivelarlo” è stata l’assessora alla Mobilità Chiara Foglietta, rispondendo a un’interpellanza della consigliera M5S Valentina Sganga.
In realtà, la SMAT, gestore del servizio idrico torinese, aveva già sottolineato precedentemente l’impatto devastante dei cantieri sulla rete acquedottistica. Nell’apposita Conferenza dei Servizi dell’11 febbraio 2026 aveva infatti dichiarato un impatto negativo su 52 punti di interferenza e l’eliminazione di ben 7 pozzi di acqua potabile di grande importanza per l’approvvigionamento idrico della Città di Torino ed ha chiesto di realizzare (ovviamente prima dell’apertura del cantiere) altrettanti pozzi, MA per un costo di circa 52 milioni di euro.
Siamo saliti di 14 milioni. Insomma non proprio spiccioli. Ma d’altronde, quando si parla della Torino–Lione, siamo abituati ormai a costi che lievitano a vista d’occhio nell’ignoranza e disinteresse generale.
Pozzi da chiudere e nuovi pozzi da scavare.
E chi paga?
Secondo quanto denunciato, i pozzi coinvolti, che si trovano a Rivalta Cascina Romana e Dojrone, non sono secondari: forniscono infatti circa il 5% dell’acqua potabile che arriva nelle case dei torinesi.
Si tratta degli interventi necessari per spostare, rifare o compensare infrastrutture idriche esistenti. Quindi, non degli interventi per migliorare il servizio, ma per rimediare agli impatti di un’opera dannosa che interferirà direttamente con il sistema idrico dell’area metropolitana.
Oltre al costo in denaro, c’è poi il costo ambientale.
Come al solito, il problema non è solo economico: a preoccupare è anche l’aspetto ambientale e sanitario (finalmente).
La consigliera di M5S ha parlato nel suo commento del rischio PFAS. L’area metropolitana di Torino è già pesantemente esposta ai PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni” che contaminano le falde e che comportano rischi gravi per la salute. Se questa affermazione suona come la scoperta dell’acqua calda, è proprio perché esiste da anni una denuncia dal basso portata avanti dal Movimento No Tav, dal Comitato Acqua Sicura della Val di Susa, che non si è mai limitato a segnalare il problema in termini generici, ma ha raccolto dati, chiesto analisi indipendenti, individuato picchi preoccupanti di contaminazione e indicato possibili responsabili come proprio i cantieri Tav e lo smaltimento illegale di rifiuti. Mentre la politica arriva spesso in ritardo, riprendendo istanze altrui come fossero scoperte personali, in Val di Susa non ci siamo mai accontentati delle rassicurazioni ufficiali, perché sappiamo che la vera lotta, che sia per l’acqua sicura o meno, non si vince con le parole ma con la perseveranza, la trasparenza e il rifiuto di delegare ciecamente alle istituzioni.
L’interferenza con i pozzi rischia di aggravare una situazione già critica. E ovviamente nessuno ha fornito garanzie sulla protezione della risorsa idrica durante e dopo i cantieri.
Per noi questi 66 milioni rappresentano l’ennesima conferma di quanto più volte abbiamo denunciato: la Torino-Lione non è solo inutile e costosa, ma distrugge anche ciò che già funziona o che potrebbe venire semplicemnte migliorato e rimodernizzato.
E mentre i costi esplodono, i benefici annunciati continuano a restare dei fantasmi che vagano nella notte. In anni e anni non abbiamo ancora mai assistito a un beneficio portato da quest’opera. Uno.
Ora la palla passa a Palazzo Civico. La consigliera di M5S Valentina Sganga ha chiesto ufficialmente chi pagherà questi 66 milioni? Quali tempi per mettere in sicurezza l’acqua dei torinesi? E perché continuare a scavare un buco che rischia di avvelenare le nostre falde?
Forse qualcosa si muove, ma è tutto da vedere. Che non sia solo una domanda che risuona nel vuoto, come la stragrande delle richieste e dei dubbi avanzati dai valsusini nel corso degli anni. Che ci sia dialogo e non repressione o dissimulazione o orecchie da mercante.
Intanto, una cosa è chiara: il conto, come sempre, vogliono farlo pagare ai cittadini. Ma noi non ci stiamo.
Continueremo a denunciare quanto sta avvenendo e a fare di tutto per metterci in mezzo: questi cantieri portano solo devastazione, incuria e silenzio complice.
Noi vogliamo una cosa sola: fermare quest’assurdità.



