post — 25 Gennaio 2026 at 18:53

Torino: quando una ferrovia locale riguarda tutte/i

Perché un’assemblea locale interroga il nostro modo di decidere il futuro

 Il 15 gennaio, in una sala pubblica di Rivalta di Torino, si è tenuta un’assemblea dedicata a una nuova tratta ferroviaria tra Avigliana e Orbassano. A prima vista potrebbe sembrare una vicenda circoscritta, una delle molte dispute che accompagnano le grandi opere quando incontrano un territorio abitato. Eppure, se la si osserva con attenzione, quella discussione parla anche a chi vive lontano, a chi non conosce quei luoghi né segue da vicino il dibattito sulla Torino–Lione. Parla a chiunque si interroghi su come vengono prese le decisioni pubbliche, su quale idea di sviluppo orienti le politiche infrastrutturali, su quanto spazio resti oggi alla democrazia quando entrano in gioco interessi economici e strategie di lungo periodo. Un’assemblea locale può diventare un fatto generale quando mette a nudo un conflitto che attraversa il nostro tempo: quello tra la promessa di progresso incarnata dalle grandi infrastrutture e i limiti ambientali, sociali e finanziari con cui dobbiamo fare i conti. È da questo scarto che nasce l’interesse collettivo della vicenda.

Un’opera che non risponde a un vuoto

La linea Avigliana–Orbassano è concepita come collegamento merci tra la Valle di Susa e uno dei principali nodi logistici del Nord-Ovest. Fa parte di un disegno più ampio, pensato per aumentare il traffico ferroviario transalpino e separare i flussi merci da quelli passeggeri. In concreto significa oltre venti chilometri di nuova infrastruttura, lunghi tratti in galleria, cantieri estesi, espropri e una profonda trasformazione di aree abitate, agricole e naturali. Il punto dirimente, spesso lasciato sullo sfondo, è che una linea ferroviaria tra Torino e la Valle di Susa esiste già e non risulta satura. La nuova tratta non colma una carenza strutturale, ma raddoppia e specializza un sistema che avrebbe ancora margini di utilizzo e di miglioramento. La scelta, dunque, non è tra avere o non avere una ferrovia, ma tra potenziare ciò che c’è e costruire ex novo un’infrastruttura ad alto impatto, giustificata da previsioni di traffico controverse e da benefici che faticano a essere dimostrati nel medio periodo.

Il territorio come variabile residuale

Il tratto più delicato del progetto attraversa una collina di origine morenica, un sistema geologico fragile, fatto di materiali sciolti e attraversato da falde idriche complesse. Scavarvi gallerie di grandi dimensioni significa intervenire su equilibri sottili, con rischi che riguardano la stabilità dei terreni, le acque sotterranee e il paesaggio. A questo si aggiunge la gestione di enormi quantità di materiale di scavo, destinato a essere accumulato in loco con effetti permanenti sulla morfologia e sulla sicurezza idraulica. Non si tratta di timori generici, ma di questioni ampiamente documentate nella letteratura scientifica e nelle esperienze analoghe. In aree densamente abitate e già sottoposte a forti pressioni ambientali, l’impatto non è la somma di singoli disturbi, ma un cambiamento sistemico che incide sulla qualità della vita e sulla salute collettiva.

Decisioni accelerate, confronto ridotto

A rendere il conflitto più acuto è il percorso con cui l’opera viene portata avanti. L’iter autorizzativo procede con tempi serrati e una mole imponente di documenti tecnici difficilmente accessibili a chi non dispone di strutture e competenze dedicate. La partecipazione dei territori attraversati si riduce spesso a una finestra formale, priva di reale capacità di incidere sull’esito finale. Questo modello decisionale non è un dettaglio procedurale, ma un nodo politico. Quando progetti di questa scala avanzano comprimendo il confronto pubblico e concentrando le scelte in pochi livelli istituzionali, il principio di responsabilità si rovescia: chi promuove valuta se stesso, chi subisce l’impatto può solo adattarsi. È un meccanismo che genera sfiducia e conflitto, e che riguarda molte altre opere, ben oltre questo caso specifico.

Utilità, costi, alternative

Di fronte a impatti così rilevanti, la domanda sull’utilità non è ideologica, ma necessaria. Le stime di crescita del traffico merci su cui si fonda il progetto appaiono fragili se confrontate con le trasformazioni economiche in atto e con l’uso effettivo delle infrastrutture esistenti. Nel frattempo, il trasporto pubblico locale soffre carenze croniche di investimenti, con ricadute quotidiane su pendolari, studenti, lavoratori. In un contesto di risorse pubbliche limitate e di crisi climatica, ogni scelta infrastrutturale è anche una scelta di priorità. Destinare ingenti finanziamenti a una nuova linea merci significa sottrarli ad interventi immediatamente utili: manutenzione della rete esistente, riduzione delle emissioni, messa in sicurezza dei territori. La retorica del trasferimento del traffico dalla strada alla ferrovia perde consistenza se non è accompagnata da una strategia coerente e da una valutazione realistica dei flussi.

Salute e precauzione come criteri pubblici

Un asse centrale del dibattito riguarda la salute, intesa non come argomento emotivo ma come criterio razionale di valutazione. Cantieri pluriennali, aumento del traffico pesante, rumore, stress ambientale e possibili contaminazioni impongono analisi approfondite e indipendenti sugli effetti sanitari. Quando queste analisi mancano o risultano insufficienti, non si tratta di una lacuna marginale, ma della messa in discussione del principio di precauzione e del dovere delle istituzioni di tutelare il benessere collettivo. Difendere questo principio significa ridefinire l’idea di interesse pubblico: non la quantità di opere realizzate, ma la capacità di migliorare la qualità della vita nel lungo periodo, riducendo rischi e disuguaglianze.

Perché riguarda anche chi è lontano

L’assemblea di Rivalta non è stata solo un momento di informazione, ma l’inizio di una mobilitazione consapevole che interroga il modello di sviluppo dominante. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla scarsità di risorse e da crescenti disuguaglianze territoriali, la riproposizione di grandi opere concepite in un altro contesto storico appare sempre più come un riflesso automatico, poco disposto a confrontarsi con la realtà. Ecco perché una vicenda locale dovrebbe interessare chiunque. Perché mostra, in scala ridotta, come vengono prese decisioni che hanno effetti di lungo periodo. Perché pone domande su democrazia, giustizia ambientale, uso delle risorse pubbliche. Perché ricorda che nulla è davvero inevitabile quando cittadini e cittadine scelgono di informarsi, organizzarsi e rivendicare un ruolo attivo. Fermarsi a discutere di una ferrovia tra Avigliana e Orbassano non significa difendere un particolare territorio contro il resto del Paese. Significa, più radicalmente, scegliere di interrogare il futuro che stiamo costruendo e il modo in cui lo decidiamo. È una responsabilità collettiva che non conosce confini geografici.

(*) Luca Graziano è un esponente del movimento ambientalista, attivo all’interno di associazioni e comitati impegnati nella tutela del territorio.

LE VIGNETTE – “rubate” a Mauro Biani – sono state scelte dalla redazione della “bottega”.

Di Luca Graziano (*) da La bottega del Barbieri