News — 26 gennaio 2010 at 17:29

Il treno in corsa senza freni (di M. Revelli)

Reportage dalla cabina di regia del «Sì Tav». L’evento mancato del Lingotto mostra un Pd senz’anima, tra lobby e interessi.

di Marco Revelli (da Il Manifesto di oggi)

Chi, sulla base degli annunci mediatici della vigilia sulla «mobilitazione Sì Tav», si fosse aspettato a Torino una nuova «marcia dei 40.000», sarebbe rimasto deluso. Domenica mattina al Lingotto non c’erano «le masse» e nemmeno «le avanguardie» (se con questo si intendono le rappresentanze organizzate dei gruppi sociali più dinamici e innovativi). C’era un pezzo, tutto sommato sottile anche se abbastanza esteso, di «società politica». Di quell’aggregato, cioè, che si struttura sull’interfaccia tra ceto amministrativo e sistema degli interessi, fatto di politici di professione, associazioni di categoria, gruppi professionali, lobbies, funzionariato locale, consiglieri d’amministrazione e presidenti di partecipate, segretari di sezione, consulenti, mescolati ai deputati del centro-sinistra e a qualche sindaco di cintura.


Deluso sarebbe stato, d’altra parte, anche chi avesse voluto assistere all’autentico «evento politico» che quella manifestazione era andata promettendo, e cioè al varo di quella che era stata presentata a gran voce come la prima mobilitazione davvero bipartizan nel panorama politico italiano. La discesa in campo del fronte del «fare», del grande partito trasversale del «Sì» contro i professionisti del «No», di quelli che si battono «per» e non solo «contro». Deluso perché l’«evento» è finito prima ancora di incominciare, con la defezione dell’«altra parte»: ben tre dei sei promotori (l’On. Osvaldo Napoli, il Sottosegretario ai Trasporti Mino Giachino e l’ On. Walter Zanetta, tutti del Pdl), richiamati all’ordine dal loro quartier generale e disciplinatamente rientrati nei ranghi.

Al curioso, avvicinatosi al Lingotto con la voglia di capire che cosa lì «si manifestasse», non è rimasto che lo sguardo sociologico. O antropologico su quell’entità («maggioranza silenziosa» si è autodefinita) manifestatasi fino ad allora solo attraverso i media, le dichiarazioni ufficiali, le veline dei Tg e adesso, finalmente, ben visibile nell’ambito conchiuso di uno spazio espositivo. Da questo punto di vista, il tratto più significativo che offrivano le sette-ottocento persone radunate nella «sala gialla» – la stessa da cui Veltroni aveva iniziato il suo viaggio verso la segreteria del Pd – era di tipo anagrafico: erano, nella stragrande maggioranza, al di sopra dei cinquanta, e forse anche di più (l’unica fila anomala all’inizio, composta tutta da ragazzi, a metà mattinata si è improvvisamente messa in movimento e, indossati gli abiti degli animatori di strada, ha dato vita a un’ironica rappresentazione mimata di un trenino in marcia verso il palco, in garbata contestazione subito bloccata dalla security). Una folla omogenea, dunque, quantomeno per età. Una sala generazionalmente uniforme. Poi però, a un’osservazione più attenta, il quadro si faceva più mosso, più articolato, come articolato è, appunto, l’agglomerato di gruppi e di forze che costituiscono oggi l’indecifrabile sostrato sociale del centro-sinistra, rivelando in filigrana il reticolo delle sue linee di frattura e di appartenenza, e gli elementi del suo composto instabile.

Intanto il dualismo tra palco e platea. Quello che è sfilato sul palco, per circa due ore, era infatti l’intero repertorio dei poteri economici e amministrativi cittadini. La rappresentanza della «Torino che conta», come è stata definita su Repubblica: i presidenti dell’Unione industriale, dell’Associazione piccola industria, Camera di Commercio, Ascom (commercianti), Confesercenti, Confagricoltura, Cna (artigiani), Federazione autotrasportatori, a cui si aggiungono un paio di sindacalisti (uno Uil, l’altro degli edili Cgil) oltre, naturalmente, al Presidente della provincia di Torino Saitta e al sindaco Chiamparino che ha concluso. In platea, invece, l’altro polo della struttura sociale. Assente la borghesia torinese (viene annunciato un «messo» di Marchionne, che però non si vede). Quasi assente il mondo delle professioni liberali e dell’Università. Invisibile l’universo manageriale e tecnico, come d’altra parte indecifrabili sono tutte le appartenenze produttive degli ascoltatori. Quello che sembra dominare è un ceto in prevalenza medio-basso. A occhio e croce l’estremo residuo della vecchia base del Pci, passata attraverso tutte le metamorfosi seguite alla Bolognina lungo la trafila che dalla Cosa uno e due va al Pds, ai Ds e infine al Pd, sublimando di tappa in tappa la propria appartenenza, oltre la caduta della vecchia cultura identificante, in fedeltà alle persone, agli antichi compagni sopravvissuti «in alto», in questa o quella istituzione, in questa o quella ansa del nuovo partito. Gli «amici del sindaco», o dei numerosi capi-corrente del puzzle «democratico».


Potrei sbagliarmi, ma non mi sembra che fossero molti, in quella sala, i «cittadini», nel senso proprio del termine: cioè quelli intervenuti lì in forma individuale, per informarsi e prendere posizione, in quanto «abitanti» di un territorio e singoli appartenenti a una «comunità» cittadina. Quello che prevaleva, invece, erano i piccoli gruppi. Le filiere corte delle fedeltà e delle dipendenze. Le cerchie – i «giri», direbbe Gustavo Zagrebelsky, per descrivere il reticolo oligarchico della democrazia contemporanea -, che compongono la stratificazione sedimentata di tutti i patti elettorali dell’ultimo ventennio, con la loro complicata architettura, le gerarchie e le lealtà, i giochi di scambio e le relazioni di clientela, ma anche con i residui di memoria, le risorse di fiducia, gli automatismi di esauste militanze. Si spiegherebbe così la mancanza totale dell’aspetto informativo nell’assemblea: non un numero, una cifra, una proiezione sui flussi di traffico attesi nel lontano futuro in cui l’opera dovrebbe entrare in funzione (solo il conto alla rovescia dell’architetto Virano, capo del contestato Osservatorio). Il vuoto di documentazione a sostegno delle tesi proposte, e l’assenza di argomentazioni tecniche. Si spiegherebbe d’altra parte la sostanziale passività, la mancanza di entusiasmo, di quella sala, in paziente (e un po’ distratto) ascolto delle voci dal palco.


Se ne esce, alla fine, sapendone poco della Tav, e delle ragioni di chi con tanta tenacia la vuole. Soprattutto del suo futuro (sarà dura convincere, con le parole ascoltate al Lingotto, gli irsuti valsusini). Ma in compenso ci si porta dietro qualche impressione in più sul presente del Partito democratico. Sulla sua natura e composizione sociale. E sono impressioni che non rassicurano, sulle sorti della campagna elettorale che in questo modo e con questo stile, di fatto, al Lingotto è incominciata.