post — 1 aprile 2016 at 14:44

Qualche nota sulla “voragine” delle Olimpiadi di Torino 2006, vista dalle valli di Susa e Chisone

Voragine-olimpionica.pngda Alpinismo Molotov – Su Giap è stato pubblicato uninteressante post di Maurizio Pagliassotti sulla genesi ed eredità delle Olimpiadi di Torino del 2006. L’articolo merita di essere letto, per l’accuratezza e la completezza dell’analisi che propone, e vi invitiamo a farlo. A noi, più orientati alla montagna che alla città, sembra di poter aggiungere qualche elemento salendo di quota: in particolare guardiamo a val di Susa e val Chisone, i cui territori furono ampiamente coinvolti da quelle olimpiadi; meglio andò alla val Pellice, interessata marginalmente.

Questo post è stato pensato come una serie di note sparse a integrazione al post di Pagliassotti, non  contiene quindi un discorso organico ma si limita a segnalare alcune criticità che, in occasione delle Olimpiadi, segnarono – e segnano tutt’ora – la val di Susa e la val Chisone.

Il precedente

Nei primi anni Novanta l’amministrazione comunale di Torino, guidata da Valentino Castellani, prova a gestire la crisi industriale della città con una riconversione al turismo; niente di meglio dunque che un grande evento per catalizzare questo processo e aiutare la realizzazione delle strutture che si ritengono necessarie all’operazione: si arriva così ai Campionati mondiali di sci alpino del Sestriere(1997).

Formalmente Torino non può decidere nulla per Sestriere (non esiste ancora la “città metropolitana”), ma le reti di relazioni sono tali che una decisione che riguarda le valli – Sestriere sorge a 2000 m sull’omonimo colle tra val di Susa e val Chisone – viene di fatto presa a Torino, facendo prevalere gli interessi della città a dispetto di quelli della montagna.

Gli interventi sono più piccoli di quelli per le olimpiadi che verranno, ed anche i danni ambientali arrecati molto minori, ma è il precedente che apre le porte alla futura devastazione.

Una citazione particolare merita il caso del tratto della statale 24 tra Oulx e Cesana. Sono circa  10 km di carreggiata  molto tortuosa, che per i mondiali si vorrebbe rendere più rettilinea con una serie di brevi tunnel. I cantieri partono, ma poi vengono bloccati per un’indagine riguardante presunte tangenti, e la statale che porta in Francia resta ferma a metà, con la carreggiata ristretta e buche nell’asfalto, così che per tutta la durata dei mondiali la principale via d’accesso a Sestriere è in condizioni pessime, nettamente peggiori di quelle di inizio anni Novanta. Questo stato di cose si protrae dal 1995 fino al luglio 1999, quando la Société du Tour de France – dopo il sopralluogo per la decima tappa Sestriere – Alpe d’Huez che dovrà percorrere in discesa quel tratto di statale – decide di eseguire a proprie spese i lavori di ripristino del tracciato precedente. Li completerà in due settimane.

Olimpiadi e No Tav

Le olimpiadi 2006 furono assegnate a Torino nel 2001. All’epoca il movimento No Tav esisteva già da quasi dieci anni, ma non aveva le dimensioni attuali e nessuno pensava potesse avere qualcosa a che fare con le olimpiadi. Nell’autunno 2005 la situazione però è molto cambiata. Il 16 novembre c’è stata una manifestazione con settantamila presenze, il governo Berlusconi ha dato una risposta muscolare, e l’atmosfera in vale di Susa mette in apprensione i vari livelli di governo.

In prima battuta la contemporaneità dei due eventi (olimpiadi e tentativi di apertura dei cantieri Tav) torna utile al movimento, infatti la paura di mandare all’aria un evento planetario costringe il governo ad allentare il pugno di ferro: dopo l’8 dicembre i checkpoint istituiti a Mompantero e Venaus vengono rimossi e non ci saranno tentativi di rioccupare i terreni liberati in quella data. Una volta ottenuta la “tregua olimpica” che mette al sicuro il grande evento, il governo si spende per avvantaggiarsi nella battaglia, soprattutto sul versante dell’opinione pubblica.

Il percorso della fiaccola olimpica di Torino 2006.

La Coca-Cola e la fiaccola


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La fiaccola olimpica viaggia, molto più di quanto sarebbe strettamente necessario (come si vede dall’immagine qui a lato) e con la fiaccola si sposta un piccolo villaggio pubblicitario che ogni giorno sceglie uno o più paesi lungo il percorso in cui reclamizzare i prodotti degli sponsor: Coca-Cola in primis. Formalmente il villaggio non è legato alla fiaccola, la sosta della carovane commerciale deve essere autorizzata da ogni comune sul cui territorio vuole installarsi; normalmente non ci sono problemi, ma Beppe Joannas, allora sindaco di Bussoleno, decide che il suo comune parteciperà al boicottaggio della Coca-Cola company e rifiuta il permesso alla multinazionale. Immediatamente si avvia una campagna stampa di criminalizzazione contro di lui. Contemporaneamente si cerca di tracciare percorsi “alternativi” privi di senso per evitare Bussoleno. Passare da Venaus non sarebbe di alcun aiuto. Il fatto che Joannas sia un No Tav suggerisce probabilmente l’opportunità di prendere due piccioni con una fava (ci arriviamo più avanti…), ma il dato principale è che la campagna di stampa non può bastare agli sponsor: il legame tra le aziende e la fiaccola, messo in discussione da Bussoleno e impossibile da affermare nella forma, deve essere ribadito nella sostanza. L’unico problema è come farlo senza perdere la faccia.

Il 5 febbraio 2006 a Susa e a Bussoleno centinaia di persone aspettano due fiaccole: quella olimpica e quella dei comitati No Tav  – è identica, comprata su ebay, a quelle usate nei tratti precedenti – che segue la prima a qualche minuto di distanza, in modo da poter sfruttare il blocco del traffico sulle strade. Il percorso prevede il passaggio da Susa prima che in Bussoleno (i due centri distano circa 8 km). Quando arriva la fiaccola olimpica  il corridoio creato dalla folla ai lati della carreggiata si stringe, le bandiere No Tav la sfiorano (sui giornali diranno per cercare di spegnerla, ma spegnere una fiamma coprendola con un tessuto sintetico non è una grande idea), ma la fiaccola passa indenne ed arriva in una zona fuori dall’abitato in cui non vi sono spettatori. A quel punto, in una situazione di totale calma, senza testimoni, viene caricata su un auto e riportata a Bardonecchia, evitando il restante percorso e, soprattutto, il temuto passaggio per Bussoleno.

Il piano però non funziona. Le operazioni di imbarco della fiaccola vengono documentate con un video (al momento non più disponibile in rete) dal corteo No Tav che segue la “sua” fiaccola. La situazione è calma, è evidente che la decisione di trasferire in auto la fiaccola olimpica non ha nulla a che vedere con l’ordine pubblico. Questo non servirà comunque a evitare che i titoli dei giornali il giorno successivo riportino la versione secondo cui i No Tav hanno fermato la fiaccola. Ecco i due piccioni di cui sopra: il messaggio agli amministratori è stato consegnato e si è ottenuto anche di screditare il movimento No Tav agli occhi di una buona fetta della popolazione.

I residui postolimpici

La pista olimpica di Cesana Pariol è un tracciato per bob, slittino e skeleton nel comune di Cesana Torinese.

È notizia degli ultimi giorni che sia in progetto la realizzazione di un villaggio Club Med formato gigante nell’area della pista di bob di Sansicario (ambiente che, per inciso, non ha niente del “mediterranée”). Che il progetto si concretizzi o meno, è il segno che la vicenda olimpica non ha portato benefici nemmeno in termini di consapevolezza: si continua a proporre come soluzione la causa stessa del male. Come disse una volta il presidente del comitato contro le Olimpiadi 1998 in val D’aosta (http://www.storiavda.it/novecento-2.html, 14-15 giugno 1992): «È che ormai tutti cercano il colpo che ti sistemi per la vita. L’idea di costruirsi il futuro un po’ per giorno non va più».Il dopo olimpiadi in alta val di Susa e val Chisone non assomiglia a quello propagandato dai sostenitori del mega-evento e sognato da qualche illuso. Sono note le vicende delle due cattedrali nel deserto (i trampolini di Pragelato e la pista da bob di Cesana), ancora presenti e desolatamente vuoti i primi, sottoposta ad un costoso smantellamento la seconda, per evitare che l’ammoniaca liquida usata come refrigerante continuasse a filtrare inquinando i prati e la Dora. Meno noti sono i danni più puntiformi causati dalla creazione di bacini per accumulare acqua da usare per l’innevamento artificiale, con un impatto fortissimo sul piano paesaggistico. Ma non è “solo” ecologico il danno, perché il paesaggio così irrimediabilmente deturpato e l’innalzamento delle temperature invernali, che rendono difficile anche l’innevamento artificiale, hanno prodotto un calo di presenze anche rispetto agli anni precedenti il 2006.

Peccato che ogni colpo a vuoto intacchi il ramo su cui si è seduti.