post — 23 settembre 2013 at 14:36

Perché la lettera delle Brigate Rosse ai NoTav è una bufala

di Mazzetta – Pubblicato su Giornalettismo

Non sono BR, non l’hanno scritta ai valsusini, non richiama alla lotta armata. Un guazzabuglio tutto mediatico per una storia di ordinaria criminalizzazione del dissenso

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Le perplessità attorno alla – lettera delle “Nuove Brigate Rosse” ai Notav – sono più che giustificate, visto che si tratta di un’assoluta montatura.

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L’episodio s’inserisce in una realtà che prevede la sistematica criminalizzazione dei movimenti di base da parte delle istituzioni, anche nel caso di quello dei NoTav è evidente l’intenso lavorio di parte dei media, delle istituzioni e della politica nel costruire loro vicinanze con quello che di malvagio e negativo si trova lì per lì, tanto che sono stati accusati persino di essere mafiosi e negli anni sono stati accostati a qualsiasi sospiro eversivo che abbia percorso il paese.

Non stupisce quindi l’ultimo episodio, scaturito da un  lancio dell’agenzia ANSA, che si apriva così:

Nuove Br a No Tav: ‘Fate passo avanti’

Il movimento No Tav deve “compiere un altro salto in avanti, politico organizzativo, assumendone anche le conseguenze, o arretrare”. E’ quanto scrivono dal carcere in cui sono rinchiusi, in un documento apparso su internet, Alfredo Davanzo e Vincenzo Sisi, delle cosiddette ‘nuove Br’. Sisi e Davanzo furono arrestati nel 2007 con l’accusa di far parte del Pcpm – Partito comunista politico-militare. Il documento in cui compare la loro firma si intitola ‘Contro la repressione, nuova determinazione’ e, fra l’altro, parla anche del movimento No Tav, di cui sottolinea “la valenza antagonista di portata generale”. Ci sono delle “simpatiche consonanze” fra i No Tav imputati nel maxi processo di Torino e “la nostra dimensione di prigionieri rivoluzionari e dei nostri processi politici”. Lo scrivono Alfredo Davanzo e Vincenzo Sisi, delle cosiddette ‘nuove Br’, in un documento apparso su internet, riferendosi alla linea difensiva scelta dai militanti chiamati a giudizio davanti al tribunale subalpino per gli scontri del 2011 con le forze dell’ordine.

Il documento si può leggere appunto in rete, ma ad un’attenta lettura pare molto arduo riassumerlo come ha fatto ANSA e come poi a ruota hanno fatto molti altri media. Il documento non tratta di lotta armata, questo è un fatto, il riferimento al “salto di qualità” è chiaramente all’interno di un discorso che tratta della resistenza alla repressione, va da sé almeno indebita, impiegata dallo stato contro il dissenso non istituzionalizzato attraverso lo strumento carcerario, è infatti appena il caso di ricordare che gli autori sono in carcere. Si tratta di un’analisi comunista abbastanza classica del rapporto tra le istituzioni, bastone dei padroni, e le classi popolari, davvero niente di eccezionale, tanto che risulta copincollata in buona parte, e in particolare proprio nella parte che nomina il movimento NoTav, dal sito Operai Contro, per niente sospettato d’essere veicolo di letteratura terrorista. Di più, il testo è stato pubblicato alcuni giorni fa e nessuno l’ha scambiato per un messaggio o un’esortazione ai Notav nemmeno per sbaglio.
Il dubbio ulteriore che è venuto a molti e che ha esplicitato anche Beppe Grillo, cioè che si possa trattare di una bufala persino l’esistenza della lettera, potrà essere chiarito facilmente, in fondo basta una telefonata degli avvocati di uno dei due per tagliare le gambe a un eventuale falso. Ma non è tanto importante, perché vera o falsa che sia, il fatto è che in quella lettera non c’è nessun invito ai Notav e non c’è nemmeno alcun riferimento o invito alla lotta armata, neppure criptico. Neppure quel “salto di qualità” o i “passi avanti” da tanti virgolettati a intendere un invito alla lotta violenta, hanno in realtà nel testo alcuna appiglio verosimile per sostenere che si riferiscano ad atti violenti. E la cosa è ancora più chiara leggendo il documento dal quale è stato copiato/plagiato, che peraltro si dilunga su un’analisi del comportamento processuale di alcuni Notav fattualmente errata.

La bufala quindi è già dimostrata ed è nella “traduzione” avventurosa di un appello che non c’è, poco importa a questo punto che la lettera sia genuina o no, quella lettera non è un appello ai Notav e nemmeno a imbracciare le armi.

E per di più non è nemmeno delle Brigate Rosse.

In effetti c’è anche da notare che i due autori non sono “nuove brigate rosse” nemmeno un po’, né con le virgolette come li hanno definiti molti, né sono brigatisti tout court come li hanno definiti altri. I due fanno parte di un gruppo di persone accusato di preparare atti terroristici, ma che agli atti è stato imputato per aver sparato qualche minuto in un campo con un Kalashnikov e per aver attaccato un Bancomat per finanziarsi. Il gruppo era pesantemente infiltrato da anni e non è mai andato oltre, ma il fatto che tra loro parlassero male e in maniera minacciosa dell’onorevole Pietro Ichino ne ha fatto, per analogia, una cellula gemella o quasi di quella che si macchiò dei delitti D’Antona e Biagi. Il Partito Comunista Politico-Militare (PCPM) però non ha niente a che fare con le Brigate Rosse e non solo perché non è mai stata una realtà capace di farsi tanto pericolosa. Quella di “Nuove Br” come sono stati definiti per anni, è un’etichetta infondata che ora risorge e torna utile a distanza di tempo, tradotta  in  ”cosiddette Nuove Br” dai più prudenti.

Gli stessi giudici che li hanno condannati a pene pesanti li hanno definiti “sovversivi” e non proprio “terroristi”, condannati per associazione sovversiva semplice e non per associazione sovversiva con finalità di terrorismo, nonostante siano state registrate le loro telefonate e ripresi i loro incontri, peraltro partecipati dai sopra ricordati infiltrati, non è stata attribuita loro alcuna azione di stampo terroristico, solo intenzioni più o meno vicine alle loro scarse capacità operative, alcuni di loro sono stati assolti, altri sono ormai liberi. La ricostruzione dell’accusa si è rivelata esagerata ed estesa a persone poi riconosciute per innocenti, e con essa la portata dell’operazione di polizia o l’esistenza di minacce reali, grandemente amplificata dai media all’epoca. Di più, nessuno delle vere BR, vecchie o nuove, ha mai riconosciuto alcuna parentela o vicinanza con i due condannati o con la loro organizzazione. Ed è bene ricordare che neppure loro hanno mai dato segno o verbo di voler essere Brigate Rosse o riconoscersi nella loro storia.

Quindi, riassumendo, la lettera non è stata scritta da alcun tipo di Brigatisti Rossi, non era rivolta ai NoTav e non contiene nessun invito alla lotta armata. Ne consegue che per almeno un paio di giorni tutti o quasi i componenti della classe parlante di questo paese, politici compresi, abbiano discusso di nulla, di una cosa che non c’è e non c’è mai stata, davvero una lettera “fantomatica” come l’hanno definita alcuni NoTav rispedendola comunque subito al mittente, ché non si sa mai.

Le Brigate Rosse, il gruppo storico, sono inattive dal 1988, 25 anni, da quando sancirono la “ritirata strategica”, dopo di allora si è manifestato sotto le insegne brigatiste solo il nucleo che tra il 1999 e il 2002 uccise Biagi e D’antona e che si ritiene del tutto neutralizzato una decina d’anni fa. Perché quelli del PCPM siano stati etichettati come le “nuove BR” dai media è abbastanza comprensibile, visto che il loro processo fu occasione per diversi politici di esibirsi in dichiarazioni stentoree e per lo stesso Ichino di recarsi al dibattimento alimentando l’attenzione verso il gruppo e le analogie con le azioni delle BR di Galesi e Lioce contro i giuslavoristi. Un circo a tratti osceno, animato anche da chi ha sfruttato l’uccisione di Biagi e D’antona per far passare anche in quegli anni leggi sul lavoro che probabilmente avrebbero lasciato molto perplessi i due giuslavoristi uccisi.

Il resto lo fa la considerazione nota per la quale nel nostro paese i media amplificano sistematicamente le “minacce terroristiche”, e probabilmente non solo perché in casi come questo le BR fanno più notizia dei PCPM e un invito ai NoTav alla violenza fa ancora più notizia. La storia anche recente del nostro paese è fatta dei Pio Pompa e dei Renato Farina, è fatta di articoli e “fonti dei servizi” che sono arrivati ad annunciare “attacchi con siringhe e sacche di sangue infetto da HIV” alla Zona Rossa di Genova nel 2001, scritti da persone disposte a tutto o più semplicemente pagate per farlo. Persone per le quali inventare balle inverosimili è occupazione quasi quotidiana e per di più “patriottica”, com’è accaduto che qualcuno abbia rivendicato con orgoglio. Cavalcare di un’agenzia un po’ sopra le righe è cosa che poi può fare anche l’ultimo dei dilettanti.

Le cronache del nostro paese conservano memoria di decine di rivendicazioni da parte di sedicenti formazioni terroristiche esistite solo nella fantasia di qualche mitomane o nelle riflessioni d’investigatori e giornalisti. Ma accanto ai casi di giornalisti che si mandavano i volantini delle BR, si è visto addirittura il caso di un’intera e temibile organizzazione terroristica inventata dal nulla e presa per buona da tutti, come nel caso dei Nuclei Territoriali Antimperialisti,  partoriti dalla fantasia di Luca Razza, giornalista di destra che per oltre 10 anni impersonò la formazione “terroristica” che a lungo inquieterà il paese. «Per dieci anni gli Nta sono stati l’incubo degli inquirenti. Hanno rivendicato assassinii ed esplosioni, bruciato auto e prodotto risoluzioni strategiche, prese sul serio anche dalle nuove Brigate rosse. Ma era tutto una clamorosa beffa, messa in atto da un pubblicista megalomane «poeta e cantante». Così ha riassunto Valentina Avon in una dettagliata ricostruzione delle gesta di Razza e delle imbarazzanti conseguenze che hanno provocato a diversi livelli. Tra gli altri ne è rimasta vittima l’Unione Europea, gli «Anti-Imperialist Territorial Nuclei for the Construction of the Fighting Communist Party» sono finiti nella lista nera  del terrorismo internazionale stilata dalla Commissione Europea nel 2005, Luca Razza ha terminato la sua carriera e confessato nel 2004. Ma ne è rimasta vittima anche Wikipedia, che a oggi ha ancora la voce dedicata che, dopo averne elencato le gesta con pignolo dettaglio, si conclude buffamente e falsamente con: «Nel 2004 dopo un’azione portata avanti dalla DIGOS nel Nord Est dell’Italia, vengono arrestati i membri del gruppo, il quale viene sciolto dalle forze dell’ordine italiane.» Se qualcuno all’ascolto provvederà, non potrà che essere un bene.

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Per oltre 10 anni Razza produsse documenti “politici” in sile BR rivendicando il rivendicabile, persino l’omicido Biagi, e millantando l’esistenza di un’organizzazione armata pronta ad “offensive” variamente terroristiche. I suoi amici che erano al corrente di alcune sue stranezze dissero che qualche sospetto lo avevano, ma che credevano fosse Unabomber, ma non hanno detto niente lo stesso. Storie al limite dell’incredibile, talenti e imprese di provincia che in questo caso assurgono alla ribalta nazionale e danno da parlare, anche troppo. Una storia che potrebbe essere anche divertente, se non fosse che dell’incombente presenza degli NTA hanno approfittato in molti, in genere per reprimere altri o giustificare politiche repressive, se non per terrorizzare ignari cittadini e offrirsi loro come capaci protettori.

COSÌ FAN TUTTI – Nel caso di questi giorni forse non basta la “notiziabilità” della bufala a spiegare la diffusione acritica e universale di una bufala del genere, la genesi della quale importa relativamente. È fin troppo evidente che contro il movimento NoTav ci siano da tempo alcuni politici, e non solo, che non trovano di meglio del criminalizzare la protesta, un grande classico di ogni epoca e a ogni latitudine, perfettamente integrato nel modello occidentale di gestione del potere e innervato anche nella tradizione italiana. Gli sforzi immani degli apparati di sicurezza americani per riuscire a dimostrare che i militanti di Occupy Wall Street fossero pronti ad atti di terrorismo, e prima di loro gli stessi sforzi nei confronti di ecologisti e innocui movimentisti al seguito di cause più che degne, testimoniano l’esistenza di una tendenza sistematica dell’apparato repressivo statunitense che utilizza questi mezzi e al traino seguono i media, soprattutti alcuni media. Gli Stati Uniti sono il modello di questa gestione che vede il quarto potere dalla parte sbagliata e anche nel nostro paese il modello si è affermato da tempo, anche da prima dell’emergere della strategia della tensione e di altre infamità che hanno macchiato la storia d’Italia e che in genere hanno visto impuniti gli autori. Non deve davvero stupire la consonanza tra i politici del governo delle larghe intese, l’apparato repressivo ipertrofico che ancora ingombra il nostro paese e gli interessi dei grandi capitali che controllano l’informazione, ci sarebbe semmai da stupirsi del contrario, e non c’è da stupirsi se chi s’oppone a certi appetiti ha vita dura.

Media grazie ai quali le pensate di qualche fantasista diventano cronaca, realtà per le opinioni pubbliche, che dirotta il discorso e l’attenzione dei cittadini dalle rivendicazioni spesso sacrosante e condivisibili dei movimenti alla loro presunta “pericolosità”. Improbabili ipotesi di derive violente portano alla dissociazione dai cattivi, che serve soprattutto a cerca d’isolare i movimenti e le loro petizioni di principio quando si rivelano condivisibili da platee più vaste. È anche il caso delle questione dellla Torino-Lione, un progetto che i francesi non prenderanno di nuovo in considerazione prima del 2030, ma che qui da noi deve aver scatenato appetiti robusti, almeno a giudicare dalla feroce campagna politica bipartisan e al numero e qualità dei media schierati a difesa di un’opera che non serve alla collettività, concepita su previsioni di traffico in aumento geometrico che sono già state clamorosamente smentite dallo scorrere degli anni e dal calo del traffico sull’asse che dovrebbe servire.

La criminalizzazione tattica del movimento NoTav era evidente ben prima dell’emersione della “lettera delle BR ai NoTav” che non è mai esistita, il movimento è stato accostato negli anni a tutto quello che di vagamente violento è transitato per le cronache, dai blac blok agli anarcoinsurrezionalisti, e non c’è stato lancio di pietre o rete scavalcata che non sia diventata notizia a livello nazionale, nonostante gli stessi politici e gli stessi organi d’informazione si siano fatti spesso cogliere nell’esaltare proteste simili, se non anche più violente, che si sono tenute in altri paesi.

È fresco ad esempio l’entusiasmo per le proteste contro Erdogan e lo sdegno per la loro repressione da parte della polizia turca, come per la rivolta contro il governo di Morsi in Egitto, tutte manifestazioni nelle quali i manifestanti hanno sicuramente trasceso oltre quanto abbiano mai fatto i valsusini e indubbiamente agendo contro governi democraticamente eletti, anche se non graditi dalle nostre parti. Nessuno in quei casi ha mai usato il termine “terroristi” per definire le persone in piazza, nemmeno quando hanno incendiato i mezzi della polizia o addirittura le sedi dei partiti di governo.

Per il movimento NoTav invece succede sistematicamente, una criminalizzazione pesante, assecondata dal consenso politico, dalla mano pesante della magistratura e da una stampa schierata con le maggiori testate a favore dell’opera eccitata da “notizie” che non lo sono, ma che più spesso sono vere e proprie calunnie sistematiche. Notizie che spesso sono le relazioni dei nostri servizi segreti che tradizionalmente fin dal tramonto delle BR dicono di “temere la saldatura” tra i movimenti popolari e questa o quella setta terrorista. All’alba del 2001 ci furono persino quelli, e non furono pochi, che predissero la saldatura tra qaedisti e movimento altermondista. Relazioni che poi sono cavalcate da questo o quel politico a seconda della convenienza, riportate dai media e alla fine assumono la stessa consistenza della realtà, diventano realtà alternative costruite per diffamare e isolare i movimenti di base.

E funziona, è per questo che sono decenni che il fenomeno si ripete anche se da quasi 40 anni la risposta dei movimenti a questi tentativi è sempre una sola, quella che è stata anche quella dei NoTav, che a darsi al terrorismo non ci pensano proprio. Come non ci hanno mai pensato gli altermondisti, i movimenti universitari, sindacali o locali, fino ai centri sociali che si sono nati e sfioriti negli ultimi decenni e che sistematicamente sono stati accusati di flirtare con il terrorismo e di ricorrere alla violenza, quando in realtà s’opponevano alla violenza, anche a quella della propaganda.

L’ultima bufala può quindi essere presa come un utile esempio di scuola a ricordare e illustrare un fenomeno che non è nuovo e che probabilmente ci accompagnerà ancora a lungo, inquinando il discorso pubblico con pessima propaganda si possono ottenere ottimi risultati e quando la pessima propaganda è veicolata dai principali organi d’informazione ci mette poco a diventare realtà per buona parte dell’opinione pubblica. Si finisce così a discutere di terroristi che non ci sono, tralasciando ad esempio in questo caso di discutere il destino di un’opera che pare già condannata, ma che qualcuno non vuole ammettere lo sia per motivi che nulla hanno a che fare con l’interesse pubblico.