post — 12 giugno 2011 at 10:37

Lettere a Napolitano e barricate le due facce del popolo No Tav

La stampa -maurizio tropeano – inviato a chiomonte

Dieci coinvolti nelle indagini dellaprocura: «Giustizia a orologeria, non ci fermeremo»

Questa giustizia ad orologeria non fermerà la nostra volontà di difendere la valle dal cantiere della Torino-Lione». Carlo Ponsero, consigliere comunale di Giaglione, ti accoglie sorridente davanti alla tenda-osservatorio che ospita l’unità di crisi della Comunità Montana Valsusa-Valsangone nel piazzale dell’eco-museo di Chiomonte. In quel piazzale dove è stato trasferito e ampliato il presidio anti-Tav l’avviso di chiusura delle indagini firmato dal procuratore capo Giancarlo Caselli il 7 giugno non ha fatto altro che aumentare la mobilitazione e la volontà di non mollare: «Anche nei prossimi giorni ci saranno centinaia di persone determinate, pacifiche e tranquille che contrasteranno in ogni modo l’opera», spiega Alberto Perino.

Il leader dei comitati No Tav è una delle dieci persone finite nel mirino della procura. Con lui ci sono tre esponenti dei centri sociali, tre dell’area anarchico-insurrezionalista ma anche il sindaco e il vicesindaco di San Didero, Loredana Bellone e Giorgio Vair. «Film già visto – spiega ancora Perino – così potete scrivere della saldatura tra amministratori e centri sociali. Ma questo non fa altro che aumentare il nostro consenso».

Propaganda? Vista dal piazzale della Maddalena no. Lì va in scena la convivenza, a volte difficile, tra le varie anime di un movimento che si riconosce con orgoglio nella definizione «cittadini geneticamente No Tav». Del resto, anche nell’avviso di chiusura delle indagini emesso dalla procura di Torino si fa riferimento a 400 persone non identificate che dall’11 gennaio 2011 hanno impedito lo svolgimento del carotaggio all’autoporto di Susa. Dal giugno dell’anno scorso è in corso un processo civile con la richiesta di danni da parte di Ltf: «Non capiamo perché i magistrati abbiano aspettato un anno a tirare fuori dal cappello la denuncia penale».

Da quel piazzale si capisce come ogni tentativo di mettere in evidenza le diversità di questo movimento ormai ventennale e di dividerlo in buoni e cattivi messo in atto dalle istituzioni torinesi o romane sembra destinato a fallire, perché al contrario rafforza invece quel sentirsi «una comunità» sotto attacco «anche con evidenti tentativi di criminalizzazione della lotta». Si evoca anche il fantasma dei Servizi: «Quelli sì che hanno mandato le pallottole vere ad un magistrato».

Certo, le contraddizioni sono evidenti. C’è un lato «A» di questo sentirsi geneticamente No Tav: le famiglie che organizzano nel piazzale una festa di compleanno per i loro figli; le persone che si alternano volontariamente in cucina e si offrono per i turni di guardia. Medici e avvocati che mettono a disposizione il loro tempo libero e la loro professionalità in vista dell’annunciato blitz. Il professore del Politecnico che va a fare lezione sul campo.

Ma poi c’è il lato «B». E non è un lato oscuro. Basta risalire la strada che attraversa le vigne per vedere gruppi di giovani che saldano porte d’acciaio e cancelli in ferro battuto per bloccare in più punti strada dell’Avanà. E poi muri di pietra tenuti insieme da recinti in ferro e piazzati come barricate lungo la strada che porta verso la baita-presidio. Ci sono anche gli alberi tagliati accatastati lungo la barriera anti-rumore dell’autostrada. Lì, dove dovrebbe essere costruito lo svincolo per il cantiere, il 24 maggio c’è stata la sassaiola che ha impedito ai lavoratori di aprire un varco nel guard-rail. E da quel giorno le opere di difesa di quella che i No Tav chiamano «libera Repubblica della Maddalena» si sono moltiplicate: cancelli e barricate di notte si chiudono, le vedette controllano gli accessi.

Impossibile separare i due lati del movimento. Li unisce anche la necessità di ricreare un moto di opinione favorevole ai comitati. Si spiegano così le iniziative per dimostrare che non si tratta di una «lotta Nimby» limitata alla Valsusa. Ecco allora la lettera che le mamme valsusine hanno deciso di inviare al presidente della Repubblica e alla signora Clio per spiegare che «difendendo la nostra Valle da un’opera insostenibile dal punto di vista ambientale stiamo in realtà difendendo l’intera nostra Patria». Ecco l’appello per la «democrazia e la legalità in Valsusa» che ha raccolto 2.000 firme presentato anche dall’europarlamentare Idv Gianni Vattimo e dal consigliere comunale di Sel Michele Curto.

Curto, che ha sfidato Fassino alle primarie del centrosinistra, sale al presidio per presentare un documento firmato da Luciano Gallino, Luca Mercalli, Livio Pepino, Marco Ponti, Giorgio Airaudo e altri. Chiede che «non si forzi con la polizia la comprensibile opposizione del movimento No Tav e che non ci siano atti violenti da nessuna parte». Dunque: «Sospendere il progetto e il cantiere».