post — 13 dicembre 2012 at 20:55

Intervista a Francesca, 21 anni, studentessa No Tav ai domiciliari

di Virginia Giustetto – Retrò online

Francesca siede di fronte a me: il caschetto biondo corto mette in risalto due occhi azzurri profondi che scrutano la realtà che ha di fronte; dopo tredici giorni agli arresti domiciliari che l’hanno costretta dentro le mura di casa – no visite, no uscite, no sms, chiamate, né facebook – è finalmente tornata all’aria aperta.
– E’ venuto di colpo l’inverno – mi ha detto sorridendo mentre mi veniva incontro – rinchiusa in casa non me n’ero accorta.
Il 29 novembre, infatti, a seguito dell’intrusione nella Geovalsusa srl, ditta che si è aggiudicata parte degli appalti per il progetto, lei ed altri sei ragazzi sono finiti agli arresti domiciliari, finché il Tribunale del Riesame non li ha revocati due giorni fa, e sostituiti con l’obbligo di firma giornaliera in caserma.

Da quanto tempo vai in Val di Susa e perché sei No Tav?

Vado in Valle dall’Estate del 2009, quando a Venaus si tenne il campeggio No-Tav che è organizzato tutti gli anni. Era il periodo dell’Onda e della mobilitazione studentesca; si dibattevano molti temi e uno di questi fu proprio il progetto dell’Alta Velocità in Val di Susa. Il campeggio fu un’occasione per approfondire l’argomento e cominciare a raccogliere informazioni a riguardo.

Come mai sei finita agli arresti domiciliari? Come è andata veramente quel giorno?

Il ventiquattro agosto si organizzò un presidio; una cinquantina di persone decisero di muoversi in direzione della ditta e lì ci spartimmo i compiti: qualcuno rimase di sotto a fare volantinaggio, altri – compresa la sottoscritta – suonarono al campanello e si fecero aprire. Eravamo tutti a volto scoperto, ci fu consentito di entrare e una volta dentro dialogammo senza alcun rancore con i dipendenti, spiegando loro le posizioni che sostenevamo. Fu appeso uno striscione al balcone e sempre lì venne acceso un fumogeno. Dopo circa un’ora arrivò la polizia e la cosa finì.

Credi che la misura che hai ricevuto sia giusta o al contrario la ritieni esagerata?

Credo ci sia sproporzione tra i fatti che accaddero e la pena assegnata. Siamo stati accusati del reato di violenza privata, resistenza, minaccia ai dipendenti e uso di esplosivo, per il fumogeno che fu acceso. Ma la nostra non fu un’irruzione violenta. Suonammo un citofono e ci fu aperto. L’accusa di resistenza, secondo la Procura, è dovuta al fatto che all’arrivo della Digos i ragazzi che stavano di fuori crearono un cordone per non fare entrare la polizia; mentre la minaccia ai dipendenti fu del tutto inesistente. Chi era lì lo sa, parlammo con loro in maniera pacifica e costruttiva, senza mancare di rispetto a nessuno.
Credo tuttavia che la durezza della pena avesse anche l’obiettivo di riscuotere una certa visibilità; non a caso la decisione è giunta pochi giorni prima della grande manifestazione di Lione.

Perché una ragazza di 21 anni, di “città”, anziché rimanere “distaccata” come tanti di noi, sceglie di prendersi cura di ciò che avviene in Val Susa, al punto da “andare contro la legge”?

Il passo in avanti del Movimento No Tav è stato quello di mettere in discussione un intero modello di sviluppo, che analizza questioni relative all’ambiente, all’economia, alla situazione sociale del nostro Paese oggi. Si contesta l’intera impostazione del progetto, e lo si fa a prescindere dall’area prescelta. Ci si sensibilizza su argomenti che abbracciano più di un ambito e che chiamano in causa i giovani in primis. Si tratta del nostro futuro e io credo che un’altra prospettiva sia possibile.

Cosa farete ora che Monti e Hollande hanno recentemente firmato a Lione l’approvazione del progetto?

Noi continuiamo ad oltranza, ostacolando i lavori. In realtà il vertice di Lione non ha fatto passi avanti. Si sono sancite cose già pattuite in passato. Inoltre la Corte dei Conti francesi ha recentemente redatto un fascicolo di studi a riguardo, in cui scoraggia l’investimento adducendo diverse motivazioni.

Leggendo i giornali si è spesso parlato di frange violente del movimento. Tu credi che la violenza sia uno strumento necessario in situazioni come queste? Qual è l’apporto reale dei centri sociali, di cui tanto si è parlato negli ultimi due anni di lotta?

Innanzitutto ritengo ci sia un problema di informazione. Con gli anni sono nati alcuni mezzi di informazione No Tav (vedi www.notav.info/ ndr), ma hanno poca risonanza o certamente inferiore ai grandi quotidiani.
E’ bene ricordare che il Movimento No-Tav tiene assieme le anime più disparate: dal pensionato, alla madre di famiglia, al ragazzo del Centro sociale, al sindaco di un Comune della Valle.
Ma vi sono alle spalle oltre vent’anni di Movimento, che col tempo ha attraversato diverse fasi; quando ancora le ruspe non c’erano si è puntato molto di più sull’aspetto di diffusione delle informazioni, che in quel momento sembrava la cosa più utile da fare. Dopo l’occupazione militare, l’obiettivo è diventato quello dello sgombero, così è diventato inevitabile scontrarsi con la polizia. Ma lo scontro non è mai l’obiettivo che ci poniamo, né l’unica forma. Il punto è che la polizia è l’”ostacolo”, ossia ciò che separa quello che il Movimento si pone come obiettivo e l’obiettivo stesso: lo sgombero delle forze militari.
Quando un anno fa si parlò di Black Block, noi tutti ci opponemmo alla possibilità di condividere la nostra lotta con elementi del genere; tutti coloro che vengono da fuori – altre città d’Italia o dalla Francia – hanno lo stesso nostro obiettivo, compresi i ragazzi dei Centri Sociali, su cui i media si sono tanto concentrati. Alcuni di loro appartengono al movimento dalle sue origini, si parla di quasi vent’anni di contributo, ben prima che le lotte definite “violente” cominciassero.

C’è qualcosa che credi che i media tendano spesso a nascondere o mascherare?

La mistificazione più grossa riguarda la composizione del Movimento, soprattutto per quanto riguarda ciò che si è detto nell’ultimo anno. Si è tentato di separarlo in due parti: valsusini e violenti. Questo porta la gente a pensare cose ben lontane dalla realtà. I miei genitori, che leggono La Repubblica, pensano questo, mentre io so bene che non è così: non c’è questa divisione netta. Gli stessi che camminano pacificamente nella Valle, organizzando assemblee, momenti di incontro e tentativi di dialogo, possono poi finire davanti alla polizia, per manifestare il loro dissenso. E se la polizia inizia a lanciare fumogeni, allora vengono ritenuti violenti.
Solo qualche giornalista ha descritto con veridicità ciò che accade, anche perché sono in pochi a venire fin qua. Mi viene in mente Cosimo Caridi, un ragazzo che scrive sul Fatto e che spesso è stato con noi.

Come credi che finirà il tutto?

Non lo so, ma credo che il movimento No Tav abbia le forze e la possibilità di vincere questa battaglia. Poi bisogna tener conto che anche chi sostiene il progetto sa di aver di fronte molte difficoltà: ad esempio non è pensabile di poter mantenere per vent’anni un corpo militare che richiede 90 mila euro al giorno.

Una delle parole chiavi dei sostenitori è progresso. Cosa ne pensi?

Progresso vuol dire tutto e niente. Cosa significa? Noi non guardiamo alla preistoria; crediamo semplicemente che se si vuole andare avanti proiettandosi verso il futuro sia giunto il tempo di valutare un modello di sviluppo alternativo sostenibile.
Questo, per noi, è progresso.