post — 8 luglio 2011 at 09:19

‘I Cs? Armi di distruzione di massa. I danni possono essere permanenti’

È un’arma di distruzione di massa». Usa parole forti Massimo Zucchetti a proposito dei gas Cs (orto-cloro-benziliden-malononitrile), sparati contro i dimostranti in Val di Susa nei giorni scorsi e a Genova nel 2001. Ingegnere nucleare di formazione, oggi docente di protezione dalle radiazioni al dipartimento di energetica del Politecnico di Torino, Zucchetti è anche consulente della Comunità montana della Val di Susa sull’impatto ambientale per la presenza di uranio e amianto nella montagna, nonché membro del Comitato scienziate e scienziati contro la guerra.

Perché i Cs sono pericolosi? Prima di tutto tra i composti c’è il cloruro, quindi ha le caratteristiche tipiche dei composti urticanti e rientra nella definizione di arma chimica. Contiene sostanze liquide, solide e gassose che producono lesioni di varia natura in via definitiva o temporanea, in più viene metabolizzato sotto forma di cianuro: se non è cancerogeno quello! Insomma è un’arma chimica a tutti gli effetti, anzi direi un’arma di distruzione di massa. Che ne sia permesso l’uso in tempo di pace è assurdo. Anche perché la convenzione internazionale sulle armi chimiche del ’93, è stata ratificata dall’Italia nel ’95, è in vigore dal ’97 e dice che non si possono usare in tutte le guerre internazionali.

La polizia dice: dobbiamo tenere lontano la folla… Ero in Val di Susa, tra le istituzioni, e mi sono beccato io stesso i Cs: ho la raucedine da quattro giorni. Bisogna che si sappia che il Cs è anche cancerogeno perché ha gli stessi effetti degli idrocarburi policiclici aromatici. Inoltre dentro i Cs c’è anche un anti-agglomerante a base di silicone, perché si nebulizzi quando viene sparato. Quindi si deposita al suolo e rimane attivo per giorni e in un ambiente polveroso, va in sospensione, per cui si continua a respirare il materiale anche a distanza di tempo. Insomma ci sono effetti immediati e ritardati.

A Genova, a parte dieci denunce con referti depositate in procura nel 2001, non si fecero altri studi. Come avete intenzione di procedere in Val di Susa? Per sgomberare mille persone, domenica ne sono stati sparati almeno 500 e altrettanti prima. Considerando che ogni lacrimogeno crea una nuvola di 6 metri di diametro e che nel centro della nube la concentrazione è di 2.500 milligrammi a metro cubo – cinque volte al di sotto della concentrazione letale che crea un danno del 50% ai polmoni – è chiaro che se ne sparano troppi, si rischiano danni permanenti. Se colpiscono le cellule germinali, oltre che un tumore è possibile avere anche figli malformati. È lo stesso meccanismo dei materiali radioattivi. E fa male anche ai poliziotti. Domenica mica tutti gli agenti avevano le maschere anti-gas.

Insomma farete uno studio epidemiologico? Sto costruendo un modello in base ai codici dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (Epa), per capire quanta sostanza cancerogena è stata inalata e i danni attesi. Questo della Val di Susa, a parte la guerra in Vietnam, mi pare il primo caso di esposizione prolungata su umani, visto che ci sono stati già due episodi in una settimana e su una popolazione ridotta. Per il medio termine, non sarebbe male che i medici locali raccogliessero i danni alle vie aeree.

Si è parlato anche di danni ai vigneti, soprattutto in occasione degli scontri della scorsa settimana… Hanno sequestrato dei terreni nonostante l’opposizione dei proprietari. Hanno costruito una specie di Guantanamo, altro che cantiere! Ed è talmente militarizzato che è impossibile lavorarci. Poi abbiamo calcolato che se continua a permanere questa tensione, spenderanno solo per il mese di luglio 45 dei 650 milioni dell’Unione europea solo per tenere lì 800 poliziotti. Ma tornando ai Cs, è inaccettabile che venga permesso il lancio di un materiale conclamatamente cancerogeno. Che lancino peperoncino, non il Cs.

Nel 2001 fu presentata anche un’interrogazione in parlamento. Lo considera uno strumento utile? Sì. Sulla base di denunce, si potrebbe fare un’interrogazione all’Istituto superiore della sanità e anche al parlamento. In sostanza ci devono spiegare come sfruttano una piega della legge: il fatto che non ci sia scritto esplicitamente che non potendolo usare in guerra non si può usare neppure in pace. È un po’ come quando sono state bandite le bombe a grappolo.

Alessandra Favaper Il Manifesto