post — 5 dicembre 2011 at 23:17

2005: dallo sgombero del presidio di Venaus al giorno prima della Liberazione di Venaus

Da Notav : La Valle che resiste Dallo sgombero del presidio di Venaus al giorno prima della Liberazione di Venaus

Il blitz

Il 5 dicembre era lunedì e nei calcoli che facevamo poteva essere il primo giorno buono per le forze di polizia di fare un qualche tentativo. Era una settimana che resistevamo e i turni si facevano sempre più rigidi, molti ri-andavano dopo tempo a lavorare, ma come tanti altri di giorno lavoravano e di notte presidiavano. La giornata scorre come tutte le altre con attività, passaggi dei mass media a fare interviste e analisi e commenti delle dichiarazioni del politico di turno.

Erri de Luca era venuto nel pomeriggio a conoscere i presidianti ed era rimasto molto colpito dalla situazione che aveva di fronte.

La sera notiamo qualcosa di diverso, giornalisti e fotografi si fermano al presidio, non era sempre così, dicono anche loro che potrebbe essere la sera giusta. Notiamo anche il cambio delle forze dell’ordine che avviene in altri tempi: sembrano avvisi di una situazione che sta mutando. Siamo comunque consci di quanto potrebbe accadere, siamo suddivisi nelle varie postazioni di presidio, ci teniamo in contatto con ricetrasmittenti e cellulari. Non vogliamo creare un falso allarme, visto che in altre serate era scattato ed è diventato incontrollabile, però avvertiamo chi sa dosare l’informazione e l’attenzione che chiedevamo.

Dentro la casetta del presidio i volontari continuano a dispensare bevande calde e cibo per la notte; Sandro, un vigile del fuoco che faceva sempre il turno di notte era l’addetto a lanciare l’allarme, e con discrezione riferiva le telefonate che giungevano al cellulare del presidio. Ancora una volta le vedette funzionavano. Chiunque abitava vicino alle statali, o vedeva l’autostrada o di mestiere viaggiava sulla stessa ci avvisava ad ogni blindato in movimento. A un certo punto giunge l’avviso giusto: una colonna di blindati arrivava in valle e in mezzo alla fila teneva il passo una ruspa della polizia. Più telefonate ci danno la conferma, inizia il tam tam, Sandro cerca il sindaco e gli altri amministratori, la notizia circola in tutto il presidio è ora teniamoci pronti. Le barricate sono collegate via radio, gli sms girano all’impazzata, sono le 3.30 quando attaccano contemporaneamente da tutti i lati. Dalla parte di Venaus giungono a fari spanti sono decine di blindati, scendono in maniera fulminea e incitandosi a vicenda, aggirano la barricata passando dal prato. Un compagno chiama alla battaglia da in cima alla barricata” li abbiamo fermati una volta proviamoci anche questa”, il tentativo è messo in campo ma sono troppi, il contrasto dura qualche secondo per poi essere travolti  e spinti a manganellate dentro al presidio. Nel frattempo l’aggressione è dispiegata chiunque viene trovato solo è colpito, una presidiante è colpita in pieno volto ed è la prima ferita che viene medicata da Sandro dentro il presidio. Rastrellano i campi, i resistenti che dormivano nelle tende sono svegliati a calci e manganellate e spinti anch’essi al presidio. Un’assessore di Avigliana entra da una finestra grazie ad un pugno in pieno volto sferratele da un agente.

Alcuni agenti caricano con ombrelli e con qualsiasi oggetto atto a far male che trovano per terra. Non si hanno notizie dall’altra barricata, arriveranno in seguito, lì la ruspa capeggiata dal vicequestore Sanna ha attaccato con alcuni resistenti arrampicati in cima alla stessa per impedire l’azione; il buon vice questore, a capo delle operazioni in Valle di Susa, dall’alto della ruspa guidava l’operazione distruttiva al grido di “uccideteli!”. La barricata era presidiata da resistenti più militanti e dopo alcuni momenti di scontro fisico, resistendo arrivano verso il presidio incordonati, fieri, guardando in faccia la polizia, indietreggiando lentamente.

Intanto gli agenti circondano pressando il presidio, non vogliono far uscire nessuno, si resiste uscendo dalle finestre e tenendo la porta, ci sono momenti continui di spinta e qualche piccolo tafferuglio; la tensione è alta, ogni tanto giunge qualcuno malmenato preso nel prato. Arriva la ruspa e agisce contro la barricata verso Venaus, alcuni poliziotti, ritratti in tutta la oro ridicolità distruggono le tende nel prato a colpi di manganello. La furia devastatrice se non si abbatte sulle persone si sfoga sulle cose. I feriti sono diversi, le ambulanze non vengono fatte passare, all’interno del presidio vengono prestate le prime cure.

Arriva il sindaco di Venaus incredulo di quanto sta accadendo.

La scena più oltraggiosa e simbolica è quella dei tecnici della CMC, che con il passamontagna calato sul volto, con i presidianti schiacciati ai due lati dalla polizia, sfilano in maniera militare in sei, tenendo i picchetti e la rete arancione sulle spalle come un’arma. Sfilano in mezzo agli insulti e più volte qualcuno tenta l’assalto ma viene respinto da quella marea di caschi blu che c’è di fronte.

Ancora una volta la viltà e l’arroganza del potere che vuole la Tav, e dei suoi stupidi servi si dimostra. Si saprà in seguito che un resistente particolarmente impavido riesce a raggiungerli mentre picchettano, facendoli scappare e colpendo l’ingegnere a capo del gruppetto di vili.

Si sentono le grida degli altri sopraggiunti all’ingresso di Venaus, dove li sono bloccati da un pulman dei carabinieri messo di traverso e da un altro piccolo esercito di militari.

Le ambulanze finalmente passano e vengono medicati alcuni feriti.

Giunge l’ordine e le guardie ci spingono fuori dal presidio e via dal prato antistante dove erano tenuti i resistenti dell’altra barricata, si tenta la resistenza ma è impossibile, quindi prendendo le cose che si riuscivano a portare via a mano, usciamo scortati e spinti verso la folla al di là del bus dei cc. La gente era tutto intorno al pulman, un abitante aveva fatto entrare tutti nel suo giardino in modo da aggirare lo sbarramento.

Indietreggiando ci sono ancora momenti di contatto con i resistenti che creano ostacolo alle forze dell’ordine e quest’ultime che spingono con colpi proibiti alle spalle i no tav .

A un certo punto si decide l’ultima resistenza, un piccolo gruppo dei no tav si scaglia contro gli scudi di plexigass più per orgoglio che per l’utilità della mossa, che si rivela però l’ennesima dimostrazione di coraggio necessaria a far vedere alle truppe che nonostante tutto a sarà dura! Volano manganellate fino al pulmann dove liberandosi dalla presa si ricongiungono i gruppi. Il pulmann è preso d’assalto dalla rabbia dei venausini accorsi, più volte si verificano, nonostante la disparità di forze momenti di scontro. In uno l’alpino del sarà dura cade atterra colpito dalle forze dell’ordine, avrà lo stomaco quasi sfondato da un manganello, sarà il ferito più grave della notte. Le stupide guardie ancora una volta non fanno passare i medici con i mezzi e dopo aver provato a liberare il passaggio i no tav tentano lo sfondamento per permettere il passaggio dell’ambulanza. Due carabinieri sono colpiti con decisione. I paramedici passano a piedi portando via sulla barella l’alpino in stato d’incoscienza. Alcuni anziani manifestanti, con metodo, danneggiano il bus: il vaso è colmo, parlare ora di non violenza non ha più senso in questo momento, in questa notte. Continuano i momenti di scontro fino a quando si decide di spostare la protesta, di ridare un altro concentramento a Bussoleno, lasciando un presidio di venausini a garantire la presenza sul posto, è l’alba, la Valle inizia la risposta, la Valle è in rivolta.

 “A mio figlio ho sempre detto che quando vede una divisa deve essere rispettoso, ma da quando è successa quella cosa a Venaus, ogni volta che passo davanti alla caserma dei carabinieri non riesco a trattenermi e sputo per terra”

La risposta – LA VALLE CHIUDE PER LOTTA

Dopo l’infame blitz della notte la Valle è in rivolta e la sua risposta non si fa attendere: lasciata Venaus, anche se non completamente, l’appuntamento è a Bussoleno. Ci si trova nella Piazza del mercato, ci sono tutti quelli che dalla notte erano a Venaus, gli sgomberati e i resistenti del presidio e c’è tanta, tantissima gente. Nei volti si legge la rabbia e la determinazione di rispondere a quanto avvenuto, le scuole sono in sciopero, gli studenti e i professori si aggregano al corteo che percorrendo la statale si dirige verso l’autostrada. Lo scenario è surreale, in marcia verso quella che sarà la giornata che paralizzerà le comunicazioni di mezzo Piemonte e della Francia. In testa un giovane sindaco che, fascia al petto, indica l’obbiettivo, cade quell’aspetto di legalità che i blocchi di un mese prima avevano ancora, nessuno compra più il biglietto per mascherare l’occupazione delle stazioni, c’è la determinazione di bloccare l’autostrada ed è giusto, legale o meno che sia.

Mentre il corteo si dirige all’ingresso dell’autostrada giungono le notizie da Venaus, un piccolo gruppo di “guastatori no tav” ha bloccato l’autostrada per qualche minuto, ha incendiato una barricata improvvisata, la polizia è intervenuta ed è riuscita a fermare tre ragazzi, gli altri in fuga per le montagne raggiungeranno tempo dopo il grosso dei no tav.

Entrati in autostrada è la tecnica a prendere il sopravvento sulle parole, tutti si prodigano a costruire ostacoli e organizzare l’eventuale difesa dalla polizia. Con metodo, vengono portati sull’asfalto pietre, tubi ed ogni cosa che serve ad ostacolare un eventuale tentativo di avanzata delle forze dell’ordine. Le bandiere sventolano fiere sul passaggio internazionale, oggi niente merci in circolazione, la Valle chiude per lotta.

I manifestanti sono disposti sui due sensi di marcia, spiegano le ragioni del blocco agli autisti di utilitarie e camion, dal lato di Torino un camionista francese si dimostra subito solidale e gira il suo tir per traverso. Il pavimento è una distesa di selciato rotto che crea ostacolo alla possibile avanzata di mezzi delle forze dell’ordine, ma è anche lì per una possibile reazione ad un eventuale attacco, oggi non si scappa, è questo che si legge nei volti di molti. Arrivano le notizie degli spostamenti delle forze dell’ordine, come in questi casi sempre confuse, ma quando le notizie sembrano certe, la circolazione è riaperta verso Susa per una cinquantina di mezzi, le forze dell’ordine si muovevano in senso di marcia contrario, avrebbero così avuto una sorpresa.

Ad un certo punto, come ad ogni blocco che si rispetti nella memoria dei picchetti operai, vengono recuperati dei copertoni usati da un gommista non poco lontano, servono da subito a rendere più suggestiva la barricata, in seguito riempiti di diavolina e cosparsi di carburante, arricchiranno con il fuoco alto al cielo lo scenario di resistenza.

Man mano l’autostrada si riempie, i blocchi si moltiplicano ad ogni ingresso scendendo da Bussoleno a Torino, Avigliana è insorpassabile, 3 barricate tengono in scacco la circolazione. Le ferrovie subiscono la stessa sorte.

L’autostrada è chiusa, sono centinaia i camion incolonnati.

Bussoleno è il centro della lotta, vederla è incredibile, ci sono barricate ovunque, le due statali sono chiuse da alberi, bidoni e centinaia di persone ad ogni blocco. Dalla statale 24 alla 25 è impossibile passare, via Traforo, la via principale del paese, è sbarrata da bidoni rovesciati. In autostrada intanto la situazione si fa sempre più combattiva, il trattore di un agricoltore fa il giro dell’autostrada con la bandiera del treno crociato issata in segno di vittoria e orgoglio di una lotta che gli appartiene.

Instancabile è il lavoro di chi, munito di motosega, taglia alberi e rami secchi per sbarrare le strade.

Le notizie si fanno convulse “cariche in vista” è la frase più usata , ma genera compattezza e determinazione, in paese la situazione continua a scaldarsi: Bussoleno è isolata, S.Ambrogio sperimenta i blocchi stradali, Villarfioccardo idem, Avigliana tiene.

La risposta dei lavoratori e delle lavoratrici è immediata,scioperi spontanei nascono ovunque, i commercianti chiudono esponendo cartelli di condanna al blitz poliziesco, uno dice “Vergogna, solidarietà ai feriti di questa notte, è questa la vostra democrazia”, le scuole in sciopero motivano la chiusura scrivendo su una lavagna posta all’esterno “non si garantisce il regolare svolgimento delle lezioni causa i fatti gravissimi successi stanotte al cantiere”, un altro recita “i nostri figli oggi invece di essere felici a scuola devono subire l’assedio”.

I bar aperti si prodigano a rifocillare i resistenti a prezzi politici e con un sorriso per tutti.

A un certo punto la polizia tanto aspettata e annunciata dal continuo passaggio di un elicottero, arriva, a piedi dalla carreggiata dal Frejus, con i mezzi vuoti in contromano verso Torino. Eccoli gli stessi della notte di Venaus, in testa i soliti dirigenti, in mano i soliti manganelli. L’effetto che creano però è quello che da tutta la mattina si aspetta, nessuno si muove ci si compatta, “eccoci” dicono i valsusini. Si schierano, non fanno paura a nessuno, l’autostrada è una folla compatta devota alla resistenza, “andatevene” è questo che gli si dice.

Sulle due carreggiate i blocchi si rafforzano, l’allarme via sms porta tutti in autostrada, dicono di dover passare, che bisogna farglielo fare, il dirigente in capo, quello che cavalcava la ruspa poche ore prima a Venaus, la butta anche un po’ a pietà, però pietà l’è morta e sono loro che l’hanno insegnato in poche ore a tutti. “Andatevene” è l’unica parola che circola, scandita da un muro umano e da facce che sono un programma di resistenza e di orgoglio..

Fuori dall’autostrada invece la situazione è diversa, tre cellulari arrivano dalla statale al blocco, pretendono di passare con la forza, in una trentina, quelli che sono, scendono dai mezzi per caricare e liberare il passaggio, poverini sono stanchi vogliono andare a casa. La barricata tiene e dopo qualche tentativo di trattare gli agenti caricano nuovamente la gente che si oppone al loro passaggio, si contano un paio di ferriti ma le forze dell’ordine sono respinte con coraggio. Si distinguono nel malmenare un ciclista che gli passa in mezzo, fanno retromarcia ricoperti di insulti,con la coda fra le gambe, un mezzo s’infossa a lato della strada, i colleghi cercano di tirarlo fuori ma creano un tamponamento che crea applausi e sani insulti.

La situazione continua così ovunque, il traffico non si sbloccherà fino a sera, nessuno vuole mollare le posizioni, la polizia si ritira dall’autostrada, oggi non ce n’è…Al calare della luce le barricate fatte con i copertoni s’incendiano, è il fuoco della lotta, è l’ardore di questa lotta. L’autostrada si lascerà un po’ di ore dopo, quando prenderà il via un’assemblea al centro polivalente di Bussoleno. Nella notte però rimangono ai lati della statale fuochi e strumenti da barricate, il giorno dopo sarà di nuovo ora, e soprattutto a sarà düra!

Il giorno dopo 7 dicembre

La mattina si apre con il prosieguo dell’occupazione dell’autostrada, tutti sono rilassati, il da farsi è chiaro. L’autostrada è chiusa dal mattino presto, le barricate sono ovunque rimontate con cura, dalle statali non si passa, dopo la giornata precedente è chiaro ormai che il movimento detta le regole. Per un week end i trasporti sono al collasso, è il movimento no tav a determinarlo, della polizia neanche l’ombra: quello che sta accadendo è inevitabile, del resto lo stato se l’è cercato. Le televisioni cercano le interviste, ogni valsusino ripreso in video ha l’espressione della battaglia, delle sue ragioni, non si può più nascondere nulla. Su Venaus prendono tutti posizione al di là della Torino Lione, condanne da tutte le parti all’operato delle forze dell’ordine, solo il ministro Pisanu continua a farcire le sue dichiarazioni di menzogne e di propaganda che ormai non attacca più.

Gli studenti della Valle arrivano in corteo da Susa, la macchina del comune di Bussoleno apre il corteo, la stessa che in autostrada ai presidianti fornirà thè caldo e panini per tutta la giornata.

Girando per Bussoleno si respira la tensione e la gioia di una giornata vincente come quella precedente, ma inizia a farsi concreta l’idea di fare una manifestazione il giorno dopo, il giorno dell’Immacolata, il giorno importante per la Valle di Susa del giuramento della Garda, l’8 dicembre del 43’ quando le brigate partigiane alzarono al cielo i mitra e giurarono davanti a Don Foglia, Don Dinamite per tutti, la fedeltà alla lotta, la determinazione a costo della vita nel cacciare l’invasore, a S,Giorio, il paese le cui vie hanno tutte nomi di partigiani.

L’idea prende corpo e forma, il giorno dopo tutti in marcia ancora una volta “ci riprenderemo Venaus”.