movimento, post — 20 gennaio 2016 at 17:23

Stato dell’arte nelle lotte, movimenti e penetrazione delle società: che fare?

di Mattia Fonzi per news-town.it

sangiorionotavQuindici anni dopo il G8 di Genova, le lotte autenticamente dal basso e i movimenti popolari in Italia sono cambiati. Mutati sono i metodi di approccio al territorio e alle battaglie; mutati, almeno in parte, sono i soggetti che le ingaggiano. Mutate, in alcuni casi, sono persino le esigenze.

Alcuni dei movimenti territoriali attivi oggi da Nord a Sud, si sono incontrati il weekend scorso a Susa (Torino), nel mezzo di quella Valle di Susa che per molti rappresenta l’esempio più emblematico di come si dovrebbe ingaggiare e condurre una battaglia in difesa dei beni comuni su un determinato territorio.

C’erano i movimenti che si oppongono alle trivellazioni petrolifere nella metà delle regioni italiane, c’era chi in Sicilia lotta addirittura contro gli strumenti tecnologici della guerra planetaria, come nel caso dei No Muos, c’era chi si oppone al terzo valico del Tav in Liguria, chi all’autostrada pedemontana in Brianza e chi all’Aquila, con un paradigma leggermente diverso rispetto ai precedenti, non lotta contro specifiche grandi opere, ma sta tentando di costruire un terreno sociale e culturale per una ricostruzione post-sisma [in senso lato] diversa.

Ascoltando le diverse esperienze, si aveva la sensazione di essere immersi in una fase di introspezione cruciale: la percezione comunitaria di sentirsi come accerchiati da chi vuole devastare, arricchirsi e speculare sul proprio territorio. La Basilicata come il Delta del Niger, compiendo un azzardato volo pindarico terzomondista, e facendo, ovviamente, le dovute proporzioni. Si ha insomma il sentore che da Paese colonizzatore e industrializzato si stia passando a Paese in parte colonizzato. Con tutte le storture e le falle di una tipica fase di transizione: la difesa del territorio dal petroliere di turno, e contemporaneamente la difesa delle fasce più strumentalizzate della società [migranti in primis] dal territorio e dalle sue comunità.

Battaglie che partono dalle viscere della popolazione, che spesso trovano come prime e più agguerrite avversarie le istituzioni locali e quella sorta di potere feudatario (e fiduciario dei governi centrali) pre-costituito. Battaglie che hanno tutte un elemento forte comune: l’aggressione politica, economica e speculativa ai territori e, conseguentemente, alle comunità che li abitano.

In questi anni i movimenti di lotta delle popolazioni sono stati sfiancati: dalla repressione giudiziaria sempre più dura; dai tanti, troppi fronti aperti – legati alla difesa ambientale e alle fasce economicamente più deboli, soprattutto – ma anche dalle divisioni interne tra chi, sostanzialmente, spingeva per un elettoralismo esasperato e, diciamolo, anche totalmente infruttuoso; e chi vedeva l’unica via nell’arida spettacolarizzazione del conflitto. “Che fine hanno fatto i movimenti?“, in molti si sono chiesti, e si continuano a chiedere.

Questi aspetti hanno notevolmente indebolito i soggetti che operavano, e operano, nelle grandi città. Certo, negli agglomerati urbani più importanti, il seme è rimasto, e la consapevolezza politica – e anche lo studio della politica – permangono ancora forti. Ma c’è più difficoltà ad avvicinare un individuo sempre più chiuso in se stesso.

E poi c’è la provincia, dove vive la maggior parte della popolazione. Ed è lì che si agisce, ancora in difesa degli attacchi speculativi. Sicuramente in maniera sfilacciata, certamente senza la capacità di costruire forti reti relazionali – e proprio questo era motivo e obiettivo dell’incontro in Valle di Susa – ma certamente con paradigmi diversi rispetto a quelli della metropoli, per forza di cose.

Le relazioni sui territori meno densamente abitati sono per definizione più intense. L’atomizzazione dell’individuo nella vita quotidiana esiste anche lì, ma è meno totalizzante. La lotta abbraccia dunque molteplici aspetti della vita delle persone: in Val di Susa si è costruita negli anni una rete solidale e mutualistica che permette a coloro (e sono tanti) che si oppongono alla costruzione del Tav, di compenetrarsi nella e con la società, fino ad esserne diventata, con l’attraversare del tempo, la parte maggioritaria.

E’ questa la sfida per il cambiamento del vento politico, culturale e sociale dei prossimi anni. E lo è anche alla luce delle caratteristiche del nuovo potere liquido, quello che qualcuno chiamerebbe smart. Un governo centrale sempre più aperto – apparentemente – alla società civile, che dà continuamente colpi ai cerchi e alle botti, al fine di soffocare sul nascere dissenso e conflittualità, e che rappresenta la faccia uguale e contraria alla medaglia berlusconiana che ha guidato il Paese per un ventennio: autoritaria, arrogante e reazionaria. Un ventennio che ha avuto, in alcune delle sue fasi, l’involontario merito di radicalizzare chi è invece oggi più moderato, perché caduto nella ragnatela di una socialdemocrazia parlamentare che si apre apparentemente sempre al confronto, e quindi riesce a tenere buona quella parte dell’opposizione popolare che si fida di lei. In altre parole, una socialdemocrazia che ha il (solo) merito di sopprimere il conflitto sociale, linfa vitale di cui si dovrebbe nutrire ogni comunità, per ristabilire bilance dei poteri e delle diseguaglianze.

La sfida della penetrazione sociale è ardua, e le possibilità di vittoria dipendono anche dall’humus dei territori. Costruire reti mutualistiche reali, creare reddito dal basso per la sopravvivenza dei territori (soprattutto quelli periferici), abbracciare le tante sfaccettature della società comunitaria che vive un circoscritto territorio: sono tutte pratiche politiche da intraprendere per iniziare finalmente a seminare.

Se, dopo 25 anni di battaglie, si può affermare senza ombra di dubbio che la comunità valsusina sia decisamente contraria al Tav, è perché il potere ha involontariamente e maldestramente deciso di bucare una montagna su un territorio che è sempre stato terreno di attraversamento infrastrutturale (già ora c’è un’autostrada, due statali e una ferrovia veloce a doppio binario da e per la Francia) e, conseguentemente, terreno di attraversamento di persone, di attacco e di difesa dei territori. Da quando le comunità antiche costruivano i borghi sulle creste (anziché sul fondovalle, perché quest’ultimo veniva attraversato dalle orde barbariche) fino ai periodi più recenti della lotta partigiana e della sinistra extraparlamentare, presente in gran forza negli anni Settanta e Ottanta in quella zona.

Non tutti i territori hanno queste stesse caratteristiche. Non tutti hanno una storia di resistenza e, anzi, molti sono spesse volte stati terra di conquista. Per questo si rende oggi necessaria la costruzione a medio e lungo termine di contropoteri e di alternative sociali e popolari alla vita nelle comunità italiane.

Per fertilizzare la terra, compenetrarsi con le società, e uscire da un impasse che i soggetti che per scelta sono fuori dalla politica istituzionale vivono da tanto, troppo tempo.