documenti — 13 marzo 2011 at 19:31

Tra Chernobyl e Three Mile Island

Se sgomento e commiserazione sono I sentimenti che suscitano le immagini dello tsunami che ha sconvolto il Giappone, un misto di rabbia e stupore è ciò che si avverte invece per l’atteggiamento tenuto dalle autorità giapponesi nei riguardi dell’incidente occorso agli impianti nucleari di Fukushima: minimizzare o negarne, contro ogni evidenza, la gravità e le conseguenze così come fecero le autorità statunitensi nel 1979 a Three Mile Island e quelle sovietiche nel 1986 a Chernobyl.

Per ricostruire la sequenza incidentale nella sua effettiva dinamica occorreranno mesi, ma alcune considerazioni possono e devono essere fatte per rompere quel muro di omertà che il potere (politico e mediatico) oppone in simili circostanze alla conoscenza dei fatti. Sinteticamente:

1)      L’arresto automatico, conseguente al sisma, delle unità 1;2 e 3 di Fukushime non è avvenuto nel migliore dei modi. Almeno sull’unità 1 una o più barre di sicurezza (che rendono il reattore sottocritico) non sono penetrate a sufficienza nel nocciolo: ciò è indirettamente confermato dal fatto che  parecchie ore dopo l’incidente  i responsabili dell’impianto hanno cercato di iniettare boro nel nocciolo (che è un forte assorbitore neutronico) al fine di prevenire escursioni di potenza localizzate dovute appunto alla non perfetta inserzione delle barre di sicurezza.

2)      Tutte e tre le unità (sia pure con diverse modalità) hanno sofferto di mancanza di alimentazione elettrica ai sistemi di emergenza che dovevano essere attivati immediatamente, sia perché la rete elettrica nazionale era in larga parte fuori servizio, sia perchè i diesel di emergenza non sono entrati in funzione o sono andati fuori servizio in poco tempo: ciò ha provocato la insufficiente refrigerazione del nocciolo.

3)      In queste condizioni è previsto (per i reattori del tipo BWR, ad acqua bollente, come quelli di Fukushima che il vapore che si continua a produrre nel vessel (il contenitore di acciaio che racchiude il combustibile nucleare) venga inviato nella suppression pool (una grande vasca di contenimento posta alla base del reattore) al fine di evitare che la pressione interna al vessel superi i limiti di progetto. Nel giro di poche ore la suppression pool ha raggiunto la temperatura limite di 100°C oltre la quale si apre una valvola di sicurezza che scarica il vapore direttamente nel contenitore di calcestruzzo che racchiude il vessel e tutti i sistemi di emergenza: questo evento indica che l’alimentazione di acqua nel nocciolo era insufficiente e tale da non impedire che il calore residuo del combustibile nucleare ne facesse aumentare la temperatura.

4)      Il fatto che nell’unità 1 si sia tentato di raffreddare il nocciolo con acqua di mare, significa che nell’impianto non c’era più disponibilità di acqua demineralizzata probabilmente per una perdita irreparabile nel circuito acqua di raffreddamento (rottura del serbatoio o di una tubazione principale). Comunque anche nell’unità 2 e 3 il livello di copertura dell’acqua nel nocciolo è risultato insufficiente e tale da non poter escludere danneggiamenti al combustibile nucleare.

5)      In queste condizioni la temperatura delle guaine del combustibile (che sono fatte di Zircaloy) raggiunge facilmente gli 800°C provocando una reazione metallo- acqua con conseguente forte produzione di idrogeno. Tale sviluppo di gas si somma al vapore surriscaldato che dal nocciolo si propaga nel contenitore di calcestruzzo facendone aumentare la pressione interna oltre i limiti di progetto.

6)      Nel tentativo di evitare il peggio (cioè la distruzione del contenitore di calcestruzzo per sovrapressione) le autorità di centrale –d’accordo con le autorità di sicurezza- hanno effettuato dei rilasci controllati in atmosfera su tutte e tre le unità interessate dall’incidente: di la contaminazione riscontrata da Iodio 131 e (con molta probabilità) Cesio 137 e Trizio, quest’ultimo difficilmente monitorabile, ma inesorabilmente presente insieme agli altri gas.

7)      L’esplosione del tetto della “scatola” esterna (spettacolare ma poco significativa) è probabilmente dovuta alla presenza di idrogeno, ma la momento, non pare abbia interessato la struttura del contenitore di calcestruzzo.

Questo è quanto possibile dedurre dalla lettura dei bollettini emessi dalla TEPCO (Tokio electric power company, proprietaria degli impianti) fino a questo momento, ma la situazione è in continua evoluzione e molto dipenderà (nelle prossime 36 ore) dalle misure che il personale di centrale riuscirà a mettere in atto per evitare il peggio e ciò mette in conto che ci siano ulteriori rilasci in atmosfera di prodotti di fissione gassosi che sono un chiaro indizio che sia avvenuta in almeno due reattori su tre una fusione parziale del nocciolo, senza contare che anche la centrale di Onagawa, assai più moderna delle altre, dimostra di avere gli stessi problemi di Fukushima.

L’incidente di Fukushima, anche se gli eventi iniziatori sono diversi, ricorda quello di TMI del 1979 dove le cause furono molteplici e concomitanti e non, come spesso si sente dire dagli apologeti della tecnologia nucleare, frutto di errore umano: qui di nuovo si manifesta l’inconsistenza delle procedure di sicurezza, dei sistemi di emergenza e di tutte quelle salvaguardie che nonostante la loro ridondanza, non riescono ad avere ragione della complessità, imprevedibilità e pericolosità di questa tecnologia.

Giorgio Ferrari