documenti, post — 2 maggio 2014 at 15:28

Le strane amicizie del Pm Rinaudo (parte IV)

straneRinaudo muratore

L’amico di certi amici all’attacco del movimento

(2012-2013)

 

Nuovi affari per Procopio, Lazzaro e Martina – La caduta di Luca – Ponte, Zancan e Numa – Attentati contro i No Tav – Le minacce a Perino – Petronzi fu ferito – Porchietto vs i No Tav – Operazione Hunter – Il movimento svela chi c’è nel cantiere: silenzio dei giornalisti – Occupazione della Geovalsusa – Osvaldo Napoli difende il Consorzio – Rinaudo pure: sette arresti – Il giudice Salerno firma altri due arresti – Salerno trasferito per appalti al suocero – Numa a processo – Rinaudo e i giornalisti amici – Rinaudo e i giornalisti nemici – Rinaudo e Padalino – Padalino e il caso Caneschi – Rinaudo sequestra il materiale della difesa – La Cancellieri difende Rinaudo e poi Ligresti – Caselli scagiona la Cancellieri – Militarizzazione dei processi No Tav (e l’autista di Rinaudo)

 

Amici degli amici

Il 27 febbraio 2012, a un mese dalla gragnuola di arresti di No Tav ordinata da Rinaudo, le ruspe di Lazzaro e Martina sono nuovamente in azione, scortate da polizia e carabinieri, per un allargamento decisivo delle recinzioni: il governo ed Ltf vogliono (con un atto arbitrario anche sotto il profilo legale) inglobare nell’area fortificata alcuni terreni acquistati anni prima da valsusini, situati sul punto in cui dovrebbe essere scavato il tunnel, attorno alla baita in pietra costruita un anno e mezzo prima. La polizia, inseguendo un contadino del Cels proprietario di uno dei terreni, che stava protestando, su un traliccio dell’alta tensione – Luca – ne provoca la caduta e il coma gravissimo. I mezzi delle ditte continuano indifferenti il loro lavoro anche mentre il ragazzo è a terra esanime e tutti sono convinti che sia morto. Per sette giorni[1] la valle, da Chianocco a Salbertrand, è bloccata e attraversata dalla rivolta. In questi giorni il livello di disinformazione e denigrazione sistematica degli oppositori all’alta velocità da parte della stampa raggiunge il suo apice: neanche la figura di Luca, che ha rischiato la vita in modo totalmente disinteressato per difendere la sua terra, viene risparmiata da insulti e calunnie. I manifestanti che occupano l’autostrada vengono “schedati” da giornalisti come Niccolò Zancan, e i loro sforzi vengono ridicolizzati dai suoi colleghi Meo Ponte e Massimo Numa.

Meo Ponte e Niccolò Zancan firmarono nel 2006 gli articoli riguardanti le inchieste su Tonino Esposito, l’amico di Rinaudo, e la mafia valsusina di cui era rappresentante nel torinese: ebbero quindi accesso agli atti dove compariva il nome di Rinaudo, e proprio il loro giornale non esitò a scrivere il nome del magistrato accostandolo a quello del pericoloso criminale. Ma ora, nel 2012, quando Rinaudo è impegnato nella lotta contro gli oppositori al Tav in Val Susa, non ritengono doveroso raccontarlo nei loro articoli, tutti intrisi di richiami ai “precedenti penali” del tale o talaltro No Tav, o alle violenze “subite” dalla polizia; proprio mentre tutta Italia vede (in rete) le immagini dei poliziotti che sfondano le vetrate di un bar sulla statale 25 alla ricerca di No Tav da arrestare. Nella notte tra il primo e il 2 marzo tre automobili di No Tav vengono incendiate da ignoti; i tg, scandalosamente, ammiccano al gesto sostenendo che esso è segno dell’ostilità della popolazione (e non dei ben noti mafiosi che vivono in valle) verso il movimento. Alberto Perino riceve una busta contenente un messaggio: “Gli incendi delle stalle erano un avvertimento. Vi diamo tutti in pasto ai maiali e vi sciogliamo nell’acido”.

È in questo clima che una troupe di giornalisti dall’aria molto ambigua (nascosti in un veicolo dotato di sirena ed equipaggiato con microfoni) vengono allontanati dai presidi nel timore che siano poliziotti infiltrati. La procura interviene prontamente in difesa del suo multicefalo comitato di propaganda e avvia indagini, di concerto con la Digos, che porteranno per quest’episodio all’arresto di due persone dopo alcuni mesi. All’apice della sollevazione della valle per Luca, il 2 marzo (mentre in tutta Italia persone solidali con i valligiani occupano stazioni ferroviarie e autostrade) il presidente del consiglio Monti convoca un consiglio dei ministri straordinario sulla Torino-Lione, dove conferma il carattere irrinunciabile dell’opera nel programma di governo: “Non saranno consentite forme di illegalità e sarà contrastata ogni forma di violenza” dice, riferendosi al movimento.

Quattro giorni dopo, mentre l’attenzione mediatica sulla Val Susa è al massimo, Roberto Saviano scrive un articolo su La Repubblica in cui (pur dicendo, ponziopilatescamente, di non volersi schierare nella contesa) ricorda come tutte le linee ad alta velocità già costruite (Roma-Napoli, Torino-Milano, ecc.) siano state oggetto di “infiltrazioni di stampo mafioso”. L’imprevista denuncia di un autore molto vicino all’arma dei carabinieri sorprende Monti che, il giorno successivo, assicura alla stampa – in coro con i vertici di Ltf – che non c’è alcun pericolo di infiltrazione mafiosa nell’area recintata alla Maddalena.

È ormai aprile quando Ltf notifica ai proprietari dei terreni recintati il 27 febbraio le pratiche scritte di esproprio, alla presenza dell’ufficiale giudiziario. Un’anziana signora di Chiomonte si ammanetta alle recinzioni che Martina e Lazzaro hanno messo in piedi due mesi prima attorno alla baita No Tav, mentre Luca era per terra agonizzante, a pochi metri dai loro mezzi al lavoro. Nelle stesse ore gli studenti delle scuole della valle occupano l’A32: gli agenti della Digos segnalano prontamente gli studenti al tribunale dei minori e alcuni di loro saranno per questo spediti in “rieducazione” presso cooperative sociali. Il cantiere non è ancora in funzione, il tunnel non è stato ancora iniziato ma, grazie agli espropri, Lazzaro, e Martina possono aggiudicarsi nuovi lotti di lavoro senza appalto: le gare non si fanno neanche, grazie alla legge sul carattere “straordinario” delle grandi opere.

Il 21 luglio centinaia di No Tav attaccano il “cantiere” fortificato. Resta ferito Giuseppe Petronzi, che finisce in ospedale. Gli va in soccorso Claudia Porchietto, ancora sotto choc per la brutta notizia del suicidio, pochi giorni prima, del boss Giuseppe Catalano che l’assessore visitò al bar di via Veglia (si è gettato dal balcone appena è stato traferito ai domiciliari). L’assessore regionale risponde alla “violenza No Tav” con quella sulla lingua italiana: “Il ferimento del capo della Digos, Giuseppe Petronzi e di altri agenti la scorsa notte dimostra che ormai abbia superato il limite del democraticamente accettabile”. La questura, in seguito allo sbandieratissimo ferimento di Petronzi, tenta senza successo una sostanziale sospensione del diritto a manifestare in tutta la valle: il movimento riuscirà, nonostante questo, a raggiungere il cantiere in più occasioni, e anche a danneggiare le recinzioni fino ad abbattere le barriere dell’area archeologica la notte del 31 agosto. Gli assalti notturni al cantiere non piacciono a Rinaudo e al suo agente di polizia giudiziaria Dino Paradiso, impegnato nel confezionamento di foto e immagini per il riconoscimento dei “colpevoli”: l’oscurità impedisce all’uomo di Caselli e a quello di Petronzi di effettuare riconoscimenti mirati, e quindi di addossare ai No Tav più “attivi” mesi di carcere e anni di processi.

Rinaudo non gradisce neanche le campagne che il movimento ha fatto partire in primavera: tra esse c’è l’Operazione Hunter, presentata il 23 marzo 2012, che lo chiama direttamente in causa. Attraverso un’analisi di fotografie e filmati il movimento rende identificabili gli autori del pestaggio contro gli arrestati del 3 luglio 2011 (pestaggio che la procura non ha mai perseguito) e annuncia ai giornalisti la provocatoria consegna del dossier alla procura. La campagna del movimento che più spiace al pm Rinaudo, tuttavia, si chiama “C’è lavoro e lavoro”, e riguarda le ditte impegnate nel cantiere. Il movimento pubblica il risultato di indagini autonome su cosa accade dietro le reti, compreso uno studio delle visure camerali delle ditte coinvolte. Il dossier dimostra come molte delle aziende che ricevono milioni di euro pubblici a Chiomonte, difese da un dispositivo di polizia ed esercito che costa 90.000 euro al giorno agli italiani, siano plurindagate e/o pluricondannate per corruzione, associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all’evasione fiscale, bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio, turbativa d’asta e altri reati. Viene pubblicata anche parte della documentazione giornalistica che dimostra perché alcune di esse siano accusate di essere vicine all’organizzazione criminale ad oggi più potente d’Italia e tra le più potenti al mondo.

I giornalisti censurano completamente i contenuti del dossier pubblicato dal movimento. Quando il movimento, poi, decide di occupare per alcuni minuti una delle ditte del Consorzio messo in piedi da Procopio e Lazzaro per incassare i soldi del Tav (ad essere occupata è la Geovalsusa di Michele Accattino, indagato a suo tempo per falso in bilancio) i giornalisti, anziché spiegare qualcosa, se non su Esposito e Rinaudo, quantomeno su Lazzaro e Procopio, scrivono che il movimento si è reso responsabile di una “intimidazione mafiosa” nei confronti del Consorzio: il senso dell’umorismo, non c’è che dire, non gli manca. Roberto Cota, presidente della giunta regionale di Claudia Porchietto, dice che i No Tav, occupando la Geovalsusa, hanno “attaccato i lavoratori”. Interviene anche il parlamentare Pdl Osvaldo Napoli, che avevamo trovato nel 2002 nell’inchiesta sulla sua soffiata al cartello che i Lazzaro avevano messo in piedi per controllare gli appalti pubblici tra Torino e la Val di Susa. Contro i nemici dei suoi amici dichiara: “Le intimidazioni di questi professionisti dell’anti-istituzione [i No Tav, ndr] sono ormai un vero attacco allo Stato”.

 

L’amico di certi amici

 

Contro i nemici che hanno toccato interessi intoccabili scende in campo, con mirabile tempismo, anche l’amico di certi amici, Antonio Rinaudo. Iscrive nel registro degli indagati una ventina di persone accusate di aver partecipato all’occupazione della Geovalsusa. Il 29 novembre 2012, poi, ordina l’arresto per sette di loro, che resteranno detenuti ai domiciliari, anche con il divieto di qualsiasi comunicazione con l’esterno, per periodi che andranno dai venti giorni ai tre mesi. Il gip che accoglie le richieste di arresto annovera tra le giustificazioni di tale privazione della libertà il fatto che i No Tav “stazionavano fuori dall’edificio, gridavano slogan con il megafono e distribuivano volantini” (N. 17907/12 R. Gip). Inoltre il tribunale, nell’ordinare gli arresti, conferma la neutralità e serenità della magistratura torinese in merito all’alta velocità: “Un semplice presidio [le migliaia di uomini in divisa presenti quotidianamente in Val Clarea da un anno e mezzo, ndr] a tutela di un cantiere installato per eseguire opere legittime (sic), in quanto volute e deliberate dalle competenti autorità europee e nazionali (sic), viene indicato con termini enfatici e strumentali (sic) come zona militarizzata e preso a pretesto per giustificare azioni delittuose” (Ibidem). Affermazioni che da vent’anni sono oggetto di un’aspra contesa politica, tecnica e giuridica diventano all’improvviso ovvietà in grado di giustificare gli arresti degli oppositori, con una goffa intromissione del tribunale sul terreno politicamente più controverso della questione.

Dieci giorni dopo, su ordine di Rinaudo, scatta ancora un’operazione che coinvolge il movimento No Tav. Le accuse riguardano la contestazione al comune di Torino e al suo sindaco Fassino il 1 maggio, portate avanti da giovani torinesi, maestre senza stipendio, precari delle cooperative, studenti senza borsa di studio e molti No Tav contro la svendita di Torino a San Paolo Intesa e Unicredit e alle lobby degli appalti del Tav e delle infrastrutture. I contestatori avevano rinfacciato l’accumulo del debito pubblico (versato in massima parte ai Catalano, agli Iaria, ai Lazzaro, ai Varacalli, e alle altre ditte amiche dei partiti) che viene esibito come giustificazione naturale per tagli alle scuole, alla sanità e agli stipendi dei precari esternalizzati. Avevano contestato il sindaco in piazza e poi assaltato il comune. L’irreprensibile Roberto Salerno, che aveva tenuto in carcere Nina e Marianna con accuse ridicole un anno prima, avalla la richiesta di Rinaudo di arrestare due No Tav e imporre a una ventina di loro pesanti limitazioni della libertà personale (obbligo di firma quotidiano presso i carabinieri, obbligo di dimora nel comune di residenza, ecc.). Qualche mese dopo Salerno arriverà a vietare a uno dei No Tav, colpito da obbligo di dimora a Torino, di ricongiungersi alcune ore al giorno con la compagna in procinto di partorire. Dopo alcune settimane sarà trasferito e sottoposto a procedimento penale a Milano per aver appaltato, con soldi pubblici, una consulenza giuridica a suo suocero.

 

Diffamazione sì, critiche no

 

Torniamo ai giorni in cui proprio lui, Salerno, aveva fatto incarcerare Nina e Marianna nel 2011. Il giornalista de La Stampa Massimo Numa, il più accanito denigratore a mezzo stampa del movimento No Tav, superò in un articolo ogni decenza nell’insulto agli oppositori del Tav travalicando nella diffamazione. Oltre ad essere noto ai lettori torinesi per aver pubblicato un pamphlet con in calce una dedica a un battaglione di fascisti repubblichini, Numa era già noto per aver tentato, nell’estate del 2011, di infiltrarsi sotto falso nome tra i contatti mail di un No Tav colpito al volto da un lacrimogeno (che aveva ricavato una frattura scomposta maxillo-facciale) per fargli “confessare”, fingendosi un No Tav, di essersi inventato tutto. Sennonché l’uomo non si era inventato un bel niente e, grazie a un grossolano errore del giornalista (che fece partire una delle sue mail dal suo vero indirizzo di posta) lo riconobbe e denunciò pubblicamente l’accaduto.

Quando Nina e Marianna erano in carcere per le ridicole accuse di Rinaudo e Salerno, Numa tentò prima di attribuire alle due donne inesistenti precedenti penali, poi si concentrò (molto professionalmente) sull’ex marito di una delle due, scrivendo, in modo del tutto fasullo, che questi era parente di un “noto attivista No Tav”. In realtà l’uomo, un consigliere comunale che gestisce un agriturismo in valle, aveva semplicemente un cognome molto diffuso dalle sue parti. Non contento, Numa volle insistere e scrisse che la sera dell’arresto lui e la donna “erano partiti insieme dalla baita abusiva del presidio Clarea per attaccare le recinzioni del cantiere Ltf”. Eppure l’uomo si trovava da venti giorni dall’altra parte del pianeta, in vacanza con i figli, e decise di sporgere querela contro il giornalista per diffamazione. La querela, cosa piuttosto strana, venne affidata dalla procura proprio alla squadretta anti-No Tav di Rinaudo: in particolare alla figura sottomessa e incolore della pm Nicoletta Quaglino che, naturalmente, la lasciò giacere due anni senza far nulla, così rendendo probabile la prescrizione del reato.

Poi, nel gennaio 2013, si svolse finalmente l’udienza per decidere il rinvio a giudizio, ma la Quaglino – che pure rappresentava l’accusa a fronte di un fatto assolutamente incontrovertibile – chiese l’archiviazione del procedimento; secondo il pm il processo non si doveva neanche fare, nonostante la diffamazione fosse inoppugnabile in termini di legge. Il giudice non riuscì ad accettare una prova di parzialità così sfacciata e rinviò a giudizio Massimo Numa e Mario Calabresi (anche lui querelato dall’uomo, in quanto direttore de La Stampa). Calabresi scrisse allora, il 3 maggio, un editoriale su La Stampa dove sostenne che “un giornalista”, al giorno d’oggi, può correre pericoli tanto nel “fare inchieste sulla ‘Ndrangheta o la camorra” quanto per “avere spirito critico ad una manifestazione contro la Tav” (come se inventarsi sguaiatamente responsabilità penali a carico di qualcuno consista nell’avere “spirito critico”); e aggiunse, con implicito riferimento al caso suo e di Numa, che “L’Italia ha la variante giudiziaria [della violenza contro i giornalisti, nrd]: […] l’arma delle querele come minaccia”.

A questo editoriale rispose il collettivo dei giovani valsusini contro il Tav (Kgn) con queste parole, dal sito notav.info: “Certo, lei e il suo collega Massimo Numa siete stati rinviati a giudizio per diffamazione a seguito di un articolo riguardante un’iniziativa No Tav, ma quell’articolo raccontava il falso: sebbene si tratti di un reato molto delicato, da valutare e per certi versi anche rischioso, perché può degenerare nella censura, richiedere l’impunità per i giornalisti anche se scrivono il falso significa sminuire il ruolo stesso del giornalismo”. Ai ragazzi della valle era risultato ostico anche il parallelo tra No Tav e ‘Ndrangheta: “Quando poi di pericoli si tratta, nessun giornalista impegnato così a fondo nella lotta ai No Tav dovrebbe temere i pericoli che lei paventa. Un giornalista come Numa non verrebbe mai minacciato dalla mafia, perché delegittimando il Movimento No Tav lui gli affari della mafia li cura. Nessuna censura governativa lo toccherebbe mai, perché sminuendo il Movimento preserva gli interessi di questi governi-imprenditori”.

Di fronte a questa risposta, Numa decise di sporgere querela, ed ecco che, immediatamente, la macchina giudiziaria si mise in moto a pieno ritmo: meno di una settimana dopo, l’11 maggio 2013, la questura già trasmetteva la querela di Numa alla procura; poi, in pochi giorni, la Digos confezionò la relativa “notizia di reato” e denunciò due redattori del sito su cui gli studenti avevano pubblicato la risposta a Calabresi; e il 4 novembre una new entry della squadretta, il pm Andrea Padalino, chiese il rinvio a giudizio per i due No Tav. Il 15 novembre – soltanto undici giorni dopo – il tribunale fissò la prima udienza (3 febbraio 2014). Quando è necessario, i famosi “tempi lunghi della giustizia” si accorciano…

Rinaudo decise allora che correre in soccorso ai giornalisti che difendono il suo operato, tacciono le sue relazioni pericolose e denigrano il movimento No Tav poteva diventare uno dei suoi compiti del suo piccolo team. Nel settembre 2013 fece arrestare altre tre persone, colpevoli di aver chiesto verbalmente spiegazioni a una giornalista de La Repubblica, Erica De Blasi, che aveva partecipato a una marcia alle reti organizzata dal movimento il 10 agosto tentando di nascondere la propria identità di giornalista, probabilmente alla ricerca di qualche “scoop” (ovviamente da usare contro il movimento, secondo la linea editoriale del suo giornale) da ottenere attraverso l’anonimato. I tre arrestati scrissero una lettera pubblica in cui contestarono le accuse mosse nei loro confronti e denunciarono il comportamento anomalo della giornalista durante la manifestazione, che era apparso rivolto più ad atti ostili ai manifestanti (attraverso una schedatura fotografica dei manifestanti) che al desiderio di informare in modo equilibrato su ciò che stava avvenendo:

 

il quotidiano La Repubblica manda allo sbaraglio una giovane giornalista che si infiltra nel corteo come manifestante per fare foto durante i danneggiamenti. Quella foto e quei filmati, però, non le pubblicherà mai sul giornale per portarle direttamente in procura. Evidentemente l’inviata è servitor di due padroni…

 

I tre arrestati, però, intendono soprattutto denunciare il carattere consapevolmente politico dell’impianto accusatorio elaborato da Rinaudo:

 

[…] rileviamo ancora una volta che il teorema Caselli di “non colpire il movimento ma singoli reati” è smentito nei fatti. A parte l’insussistenza dei reati, perché non si capisce in cosa codesta aspirante giornalista sia stata offesa, è evidente agli stessi pm che le misure cautelari sono spropositate ma ci vengono appioppate comunque, ben al di là delle condotte individuali, proprio in virtù “del contesto della lotta no tav” come ha chiosato senza alcuna esitazione il pm Rinaudo. […] Nel ragionamento di Rinaudo di fronte al Riesame sta il senso profondo dei nostri arresti e della gran parte delle inchieste che colpiscono il movimento. Per Rinaudo i No Tav sarebbero dei “paranoici” che vedono ormai all’esterno solo nemici. Sarebbero “usurpatori” delle prerogative di controllo del territorio che spettano allo Stato, perché si premurano di controllare chi devasta il territorio, chi si adopera perché questo disastro che si chiama Tav vada avanti. Infine i No Tav sarebbero responsabili di una “pressione ambientale ben nota in altri contesti criminosi”. Cioè scimmiotterebbero un controllo mafioso del territorio e in questo senso i fatti vengono riletti dalla procura. Per questo agli inquisiti va vietato ogni contatto con gli altri No Tav, applicando il massimo delle restrizioni. Nella teatrale arringa di Rinaudo non abbiamo sentito un solo riferimento alle nostre condotte. Semplicemente ha citato un paio di episodi di attrito con le forze dell’ordine o con altri giornalisti per inventare un contesto in cui i No Tav spadroneggiano indisturbati prefigurando un controllo del territorio criminale e criminogeno… Noi? Il mondo alla rovescia, insomma.

Rinaudo non apprezza queste critiche del suo operato, benché espresse da indagati cui la legge dà tutto il diritto di difendersi, e il 20 febbraio 2014, con l’ausilio del suo nuovo collaboratore Padalino, denuncia i tre (un redattore del sito notav.info) per diffamazione appoggiandosi ancora sulla giornalista: nella motivazione del nuovo procedimento è infatti scritto che i tre arrestati, con la loro lettera, “offendevano la reputazione della giornalista Di Blasi Enrica Adele (sic)”. Controllare i flussi d’informazione sul Tav e la Val Susa fa parte, ormai, dei compiti primari della procura della repubblica (compiti assunti dalla squadretta del pm sulle cui amicizie scottanti, guarda caso, i mezzi d’informazione hanno sempre taciuto).

Rinaudo decide a questo punto di tentare il grande salto. È tentato dal non limitarsi a perseguire le idee dei No Tav, mandandoli a processo per le loro analisi e le loro denunce sul mondo dell’informazione, ma dal mettere addirittura in riga gli stessi giornalisti che denunciano ciò su cui lui ritiene sia meglio che tacciano: ad esempio comportamenti poco consoni da parte della polizia. Il 3 marzo 2014 convoca per un interrogatorio un giornalista dell’Huffington Post, Andrea Doi, lasciandogli intendere che rischia una denuncia per calunnia. La colpa di Doi è aver scritto, il 15 febbraio 2013, un articolo intitolato Cronaca di una carica mancata ai No Tav, in cui riferiva un dialogo tra alcuni poliziotti in servizio di ordine pubblico durante una manifestazione in via Pietro Micca a Torino: “Un sottoufficiale viene chiamato da un graduato. Parlottano quasi all’orecchio. Alla fine del dialogo sommesso il sottoufficiale si avvicina alla truppa, fa alzare le visiere a tutti quanti e con fare molto simile al sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket urla: ‘Fate attenzione, mi raccomando, stanno arrivando quelli della Val di Susa. Oggi dobbiamo rompergli il c…!’. Dopodiché si volta, guarda l’ufficiale quasi volesse un cenno di assenso, riguarda i suoi uomini uno a uno, scorre con il dito i loro volti e poi continua: ‘Avete capito? Sono quelli della Valsusa, oggi la pagano per tutto’”. Cose che il mondo, ovviamente, non deve sapere.

Nuovi amici

A partire da questo momento, l’iniziale accoppiata Rinaudo-Pedrotta lascia definitivamente il passo al nuovo duo, Rinaudo-Padalino, che imboccherà la strada dell’attacco giudiziario più violento all’opposizione al Tav in Val Susa. Il criterio con cui è stato scelto il pm Andrea Padalino è ignoto; quel che è noto è che era stato a un passo dal candidarsi alle elezioni con la Lega Nord, quindi lui e Rinaudo, che ha da sempre coltivato amicizie e contatti nell’estrema destra (sua figlia è tra l’altro candidata in Sicilia per le liste di Fratelli d’Italia, il partito degli eredi di Ugo Martinat), si trovano subito d’accordo; condividono qualcosa in più del semplice cameratismo sul lavoro: quel che li accomuna è l’indole. Nel 1994, quando era giudice per indagini preliminari a Milano, Andrea Padalino firmò l’ordine di revoca degli arresti domiciliari, e ordinò la detenzione in carcere, per un uomo (Sergio Caneschi) malato di tumore, che si trovava in quel momento in ospedale (secondo ciò che denuncia la moglie, e di cui danno testimonianza i giornali dell’epoca) a seguito di un intervento chirurgico dovuto alle sue gravi condizioni di salute. Padalino contestò all’uomo di non essere rientrato ai domiciliari nell’orario stabilito. L’uomo morì. Il procuratore generale della Cassazione firmò il 22 gennaio 1995, contro Padalino, un avviso di incolpazione per aver leso, provocando questa tragedia, il “prestigio della magistratura”. I colleghi sollevarono però il futuro nuovo amico di Rinaudo da ogni responsabilità.

I metodi del duo Rinaudo-Padalino danno un ritmo serrato alle denunce, alle udienze, agli arresti e alle perquisizioni contro i No Tav, che raggiungono livelli tali da provocare interrogazioni parlamentari, a causa dell’indifferenza della coppia verso ogni principio di garanzia del diritto delle difese. Il 27 giugno 2013 la Digos perquisisce, su ordine di Rinaudo e Padalino, la casa di un consulente legale della difesa nel maxiprocesso contro i No Tav, sequestrandogli computer, cellulari, tablet e supporti informatici che vengono consegnati ai pm. Sequestrare quel materiale significa, per la procura (e in particolare per Rinaudo, che rappresenta l’accusa nel maxiprocesso e in molti altri procedimenti) appropriarsi di centinaia di documenti della parte legale degli imputati, ledendo drammaticamente il diritto delle difese. Il cosiddetto “pool” anti-No Tav trattiene, nonostante questo, e senza alcuna opposizione da parte del procuratore Caselli, il materiale in procura diversi giorni, con tutto l’agio di poterlo consultare e soprattutto copiare e conservare, invalidando definitivamente ogni presupposto di correttezza formale nel processone contro i No Tav.

Alcuni deputati del movimento 5stelle rivolgono un’interrogazione parlamentare al ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri, individuando nel sequestro una lesione “dell’articolo 111 della Costituzione, contro l’articolo 6, comma 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà, contro l’articolo 256 e contro i commi 2 e 5 dell’articolo 103 del codice di procedura penale”; ma il ministro risponde candidamente che, se le autorità di polizia hanno ritenuto di sequestrare, l’atto è perciò stesso legittimo. Il ministro, d’altra parte, quando la valle si era sollevata in solidarietà a Luca, aveva definito il movimento No Tav “madre di tutte le preoccupazioni”; è evidentemente ben contenta se la procura si occupa di distruggere con il sistematico abuso giuridico un fenomeno politico in grado di “preoccupare” la sua casta politica.

Che il criterio di giudizio del ministero della giustizia sia questo, lo dimostra del resto la vicenda che la coinvolgerà pochi giorni più tardi, in occasione della quale (ohibò) non mostrerà lo stesso ossequio per l’operato della magistratura, ma troverà comunque nella procura di Torino un valido e obiettivo alleato (forse Caselli e il suo sottoposto Rinaudo devono restituire il favore?). Il 17 luglio 2013 l’imprenditore multimiliardario Ligresti (coinvolto, tra l’altro, in diversi appalti Tav nel nord Italia) viene arrestato per un crack finanziario da mezzo miliardo di euro. Il ministro Cancellieri si attiva al telefono con Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti:

 

Fragni: la persona, guarda, più buona.

Cancellieri: eh lo so, lo so, lo so, povero figlio (fonetico), lo so, lo so.

Fragni: ha sempre fatto quello che poteva per tutti, guarda che fine.

Cancellieri: lo so, lo so, lo so, lo so.

Fragni: ma io non è che ammetto che non fatto errori, Annamaria, ma per l’amor di Dio.

Cancellieri: noooo però…!

Fragni: Annamaria l’hanno fatto però c’è modo e modo anche di fare.

Cancellieri: C’è modo e modo. Poi sono (inc.) […]

Fragni: Sembrano loro che devono ripulire il mondo, non lo so. Poi lui, lui soprattutto…

Cancellieri: Lui, lui, sì sì…

Fragni: Lui non se lo meritava, ha lavorato tutta la vita come una bestia, non ha mai fatto il milionario, non ha mai fatto vacanza, non ha mai fatto niente…

Cancellieri: Lo so, lo so.

Fragni: niente, ecco almeno fosse stato un filibustiero, nel bene e nel male ha dato da mangiare a 20-30 mila famiglie non so io, non lo so…

Cancellieri: no, so di essere in un Paese (inc.)…

 

La famiglia Ligresti, con la sua bancarotta, ha mandato in rovina migliaia di persone e di dipendenti che avevano lavorato una vita nelle loro aziende, e con la loro fatica avevano reso possibile il loro arricchimento personale. La bancarotta del sistema di società riferibili ai Ligresti è stata causata, tra l’altro, da conti in rosso causati, tra il 2002 e il 2011, da spese per 10,5 milioni di euro in pelletteria e borsette di lusso e, tra il 2006 e il 2009, 6,1 milioni di euro per quattro cavalli di razza. Dal 2009 una delle società di famiglia è stata mandata in rosso per poter affittare appartamenti a Firenze con vista sulla Cattedrale di Santa Maria del Fiore che, oltre allo chef a domicilio, prevedevano anche gite in mongolfiera. Niente male per essere il tipo di persona che, come dice la moglie del capostipite Salvatore alla Cancellieri, riferendosi al marito, “ha lavorato tutta la vita come una bestia, non ha mai fatto il milionario, non ha mai fatto vacanza, non ha mai fatto niente…”. Un santo, verrebbe da dire, anzi, come dice la Cancellieri nella telefonata, un “povero figlio”. E i poveri figli si aiutano:

 

Cancellieri: comunque guarda qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda son veramente dispiaciuta. […]

Fragni: (piange)

Cancellieri: eh vabbè… io non so se quando mai rientrerò a Milano ma appena riesco ad arrivarci, ormai fino a tutto settembre, ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa, veramente, con tutto l’affetto di sempre… con tutto l’affetto di sempre, guarda, non …

Fragni: va bene va bene. Quando vieni t’aspetto.

Cancellieri: se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti guarda non, non è giusto, guarda non è giusto.

 

Stavolta l’operato della procura di Torino “non è giusto”; tant’è che in un’altra telefonata la Cancellieri dice di essersi attivata per far uscire dal carcere la figlia dell’imprenditore, Giulia Ligresti, detenuta a Torino; e infatti la donna fu scarcerata, qualche giorno dopo, per ordine della procura di Torino. I Ligresti, in effetti, non sono No Tav: con loro non è necessario usare il pugno duro. I giornalisti si rivolgono a Caselli per avere spiegazioni sull’accaduto, ma lui assolve sé stesso e la Cancellieri dicendo che la scarcerazione è avvenuta senza interferenze da parte del ministro; e i giornalisti se ne vanno soddisfatti.

Eppure c’è un problema: anche se il telefono del ministro non era sotto controllo in quei giorni, i suoi tabulati testimoniano due chiamate ad Antonino Ligresti, il 19 e il 20 agosto; la seconda, in particolare, dura sei minuti. Stranamente, il 22 agosto 2013), il direttore del carcere di Vercelli Tullia Ardito, che detiene Ligresti, spedisce un fax al ministero della giustizia presieduto da Cancellieri. Vi scrive: “In data 13 agosto è stata inviata al gip e alla Procura una relazione redatta dalla dottoressa Emanuela Ghisalberti, psicologa, che si allega in copia dalla quale si evincono le attuali condizioni psicofisiche della detenuta. Le assicuro che questa direzione continuerà a porre in essere gli interventi di sostegno ritenuti necessari”. Il 21 agosto la Cancellieri aveva poi chiamato nuovamente Ligresti. L’attenzione dei media si sposta nuovamente su Caselli: il procuratore potrebbe a questo punto decidere di indagare il ministro per abuso d’ufficio, ma il procuratore soprassiede e invia il fascicolo a Roma.

È risaputo che il vecchio adagio, secondo cui la legge è uguale per tutti, è un’assurdità, come anche le vicende appena ricordate confermano. Se mai ci fosse bisogno di ulteriori conferme, Rinaudo le ha date nel corso del maxiprocesso contro i cinquantasei No Tav accusati di aver resistito all’occupazione della Val Clarea il 27 giugno e il 3 luglio 2011. Tra gli episodi più eclatanti, oltre al rifiuto di rendere noti i teste d’accusa alle difese prima delle udienze, come è norma in ogni processo, e l’indifferenza verso le plateali “dimenticanze” o imprecisioni dei testimoni dell’accusa (decine di poliziotti i cui referti medici hanno suscitato non poche obiezioni e sospetti, senza contare la difficoltà di molti di loro a spiegare esattamente l’origine delle proprie “ferite”), l’atteggiamento verso gli avvocati difensori (oggetto di continue offese e frasi di scherno da parte dei pm) e verso i testimoni della difesa.

Si pensi al caso del portavoce storico del movimento Alberto Perino, un pensionato di Condove rispettato in tutta la valle, cui i pm si sono rifiutati di rivolgere domande considerandolo non attendibile (“ha accumulato decine di procedimenti”, hanno detto: tutti intentati da loro!); oppure al senatore del movimento5stelle Marco Scibona, che i pm hanno minacciato di denunciare per falsa testimonianza (perché la sua versione non collima con i loro teoremi sulla giornata) e al consigliere regionale dello stesso movimento Davide Bono, a sua volta oggetto di risatine e frasi di scherno. Più in generale, la scelta di confinare le udienze nell’aula bunker del carcere delle Vallette (destinata finora ai procedimenti per mafia) ha reso evidente la volontà di dare all’opinione pubblica l’immagine del movimento della Val Susa come nemico pubblico, elemento di tale pericolo sociale da non poter essere trattato al pari degli altri fenomeni della città, neanche dal punto di vista processuale.

Le frequenti contestazioni del pubblico, in occasioni di processi dal chiaro tenore politico, celebrati attorno a una contesa politica e sociale che dura da vent’anni, cono state accolte sovente dai giudici come episodi gravissimi, facendo sgomberare l’aula, e gli stessi organi di stampa si rifiutano di contestualizzarli e darne una lettura realistica, descrivendoli come mere intemperanze da parte di soggetti socialmente pericolosi perché contrari alla nuova linea ferroviaria in Val Susa. Lo stesso Antonio Rinaudo, nell’aprile 2014, si è reso protagonista di scene imbarazzanti quando si è letteralmente gettato verso il pubblico di un processo contro tre No Tav, a stento trattenuto dagli uomini della sua scorta; ed ecco che, a distanza di poche ore, il tribunale dà notizia della militarizzazione del processo in programma dal 22 maggio contro quattro No Tav accusati di terrorismo: scorte non soltanto ai pm, ma anche ai giudici del collegio e ai dodici giurati popolari, che si recheranno al palagiustizia tutti assieme in pulmino, come in gita scolastica, scortati dalla polizia, ovviamente a spese dei contribuenti, al solo fine di intensificare l’aura di terrore e paura attorno al movimento No Tav, che non ha mai attaccato le persone.

Pochi giorni dopo, guarda caso, i giornali locali hanno riportato un altro misterioso episodio, quello della presunta aggressione notturna all“autista” di Rinaudo (un ex carabiniere) il 12 aprile 2014, che non trova conferma in nessuna testimonianza diretta e in nessuna ripresa audiovisiva. Come nel caso dell’operaio della Martina Service vittima di “Stalking”, siamo di fronte alla parola di un individuo che racconta (come analizzato dal sito notav.info, che ha dichiarato di non credere a una parola di ciò che ha riferito l’autista di Rinaudo) un episodio poco credibile subito ingigantito dalla stampa. Lo stesso era accaduto con lo strano ritrovamento, da parte di un parlamentare in prima fila nella difesa degli interessi del Tav (e alla continua ricerca degli onori delle cronache: si distinse per aver affermato – non si sa a che titolo – che Marta, la No Tav molestata dalla polizia, si era inventata tutto), di “quattro bottiglie molotov” sullo zerbino di casa.

L’improbabile reperto fu immediatamente offerto ai flash dei fotografi e alla solidarietà dell’europarlamentare Fabrizio Bertot (quello protagonista dell’incontro con i boss nel bar di via Veglia, e ciononostante mai indagato da Caselli e soci). Bertot colse la palla al balzo dell’ennesima bufala orchestrata per gettare discredito sul movimento No Tav e dichiarò all’agenzia Asca: “Sostegno e solidarietà all’amico Stefano per l’ennesimo e grave atto intimidatorio di cui è stato oggetto. La Tav è un’opera importante, strategica e prioritaria per il Piemonte, per l’Italia e l’Europa, per questo saremo sempre in prima fila con lui per difendere e sostenere questa grande opera pubblica”. Più modesto il pm Rinaudo che, dopo la presunta aggressione al suo autista ha dichiarato: “C’è sempre un’ora zero. Un momento in cui accade qualcosa di diverso che cambia il corso della storia”.

 

Nota

 

 

Sulla vicenda seguita alla caduta di Luca Abbà dal traliccio vd. i film Fermarci è impossibile, a c. del csoa Askatasuna e La valle è mia, Servizio Pubblico del 5 marzo 2012; cfr. anche il libro A sara dura. Storie di vita e militanza No Tav, a c. del csoa Askatasuna, DeriveApprodi, 2013.Sulle minacce ricevute da Perino cfr. No Tav, il leader Alberto Perino denuncia: “Minacciato dalla ‘ndrangheta”, Linkiesta, 1 marzo 2012; sull’intervento dell’assessore Porchietto in favore di Petronzi cfr. Tav: Porchietto, situazione intollerabile, cosi’ si uccide la Val Susa, La Repubblica, 22 luglio 2012; sull’occupazione della Geovalsusa I No Tav occupano la Geovalsusa Srl, notav.info, 24 agosto 2012; sugli arresti Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate davvero le cose, Agoravox, 29 novembre 2012; sulle contestazioni del 1 maggio 2012 Torino: arresti e misure cautelari per il 1 maggio, infoaut.org, 17 dicembre 2012.

Sull’interventismo di Rinaudo circa le narrazioni giornalistiche della vicenda Tav cfr. No Tav e bugie: Calabresi e Numa de ‘La Stampa’ a giudizio due anni dopo la diffamazione, squer.it, 23 gennaio 2013; su Massimo Numa cfr. Il “giornalista” de “La Stampa” e il movimento No Tav, Carmilla On Line, 21 dicembre 2011 e Pubblicazione neofascista di Massimo Numa, cronista de La Stampa di Torino, infoaut.org, 19 settembre 2013; sulla polemica tra notav.info e La Stampa Ancora un rinvio a giudizio per Massimo Numa e Mario Calabresi, notav.info, 13 marzo 2013; Quella libertà di stampa diversa a ogni latitudine, la Stampa, 3 maggio 2013 e Quella libertà di stampa, talvolta un po’ fraintesa, notav.info, 3 maggio 2013. Sul coinvolgimento di Padalino nel caso Caneschi cfr. L’ imputato mori’ , giudici indagati, Il Corriere della Sera, 6 febbraio 1996.

Il sito notav.info ha documentato le vicende giudiziarie del consulente del maxiprocesso cui sono stati sottratti i materiali della difesa in Perquisiti 4 notav…per stalking!, notav.info, 26 giugno 2013; Il min. Cancellieri: legittime le perquisizioni ai consulenti notav, notav.info, 12 settembre 2013. Sulla vicenda Cancellieri: Il caso Fonsai: cavalli, borse e suite, gli hobby dei figli «costati» 13 milioni a papà, Il Sole24Ore, 17 luglio 2013; Caso Ligresti: la telefonata Cancellieri-Fragni. Il testo dell’intercettazione tra il Guardasigilli e la compagna di Salvatore Ligresti, La Repubblica, 1 novembre 2013; Cancellieri-Ligresti, un’altra telefonata. E ora spuntano i colloqui del marito, La Repubblica, 14 novembre 2013; Cancellieri, il carcere risponde alle raccomandazioni sulla Ligresti. Ecco il fax, Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2013; Caso Ligresti. Gian Carlo Caselli difende Anna Maria Cancellieri, Huffington Post, 1 novembre 2013; Cancellieri in bilico. La procura di Torino: non è indagata, atti a Roma, Il Sole24Ore, 18 novembre 2013.

Gli abusi giudiziari e le tensioni ricorrenti al maxiprocesso contro i cinquantasei No Tav imputati della resitenza del giugno-luglio 2011, si vedano i report e le trascrizioni al sito tgmaddalena.it. Sull’episodio del presunto ritrovamento di molotov sullo zerbino del senatore Esposito cfr. Torino: Bertot (Ppe), sostegno e solidarieta’ ad Esposito, Asca, 13 gennaio 2014; Esposito: “Mandanti morali delle molotov anche il giudice Pepino e la Mannoia”, La Repubblica, 14 gennaio 2014; La fiction torinese contro i No Tav, contropiano.org, 14 gennaio 2014; Esposito in delirio: i mandanti sono la Mannoia, Caparezza, Pepino e Civati, notav.info, 14 gennaio 2014. Sull’episodio della presunta aggressione all’autista di Rinaudo cfr. “Il mio autista aggredito per intimidire i giudici”, La Stampa, 12 aprile 2014 e Lo strano caso dell’autista di Rinaudo… sembra quello di Belpietro!, infoaut.org, 12 aprile 2014.

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