documenti — 5 maggio 2014 at 09:48

Le strane amicizie del pm Rinaudo (parte III bis )

straneRinaudo in campo

Procura e Digos all’occupazione della Val Susa

(2011-2012)

 

Minotauro: strani arresti nel Canavese – L’invasione della Libera Repubblica – Iaria in carcere, Lazzaro al cantiere (e Martina pure) – Rinaudo vs i No Tav: denunce e perquisizioni – 3 luglio: l’assedio – Digos: l’agente Paradiso – Digos: Petronzi e i regali di Moggi – Paradiso difeso da Galasso – Petronzi relaziona a Caselli – Caselli delega Rinaudo – Precedenti di Caselli – Rinaudo, Pedrotta e Paradiso – Il giudice Salerno contro Nina e Marianna – Procopio, il grande ritorno – Altri milioni a Martina e Lazzaro – Martina indagato per bancarotta – Il Gruppo Gavio ci riprova (e ci riesce) – Il ferimento di Yuri – Gli arresti del 26 gennaio – Caselli contestato in Italia – Rinaudo e i No Tav in carcere

 

Minotauri alla Maddalena

 

Nei primi giorni di giugno 2011, alla Maddalena di Chiomonte, continua l’alacre lavoro di erezione delle barricate per impedire all’Italcoge dei Lazzaro, e alla polizia che la scorta, di impossessarsi dell’area. Il primo tentativo era stato respinto il 23 maggio, ma il ministro Maroni aveva promesso l’assalto finale. Ltf, intanto, i cui vertici sono stati appena condannati per aver mestato gli appalti dei lavori previsti nel 2005 a Venaus, ha stipulato un contratto da diversi milioni di euro per il cantiere previsto alla Maddalena: contraenti sono le famiglie Lazzaro e Martina, in vario modo connesse alla famiglia Iaria che controlla da anni, per conto della ‘Ndrangheta, la zona di Cuorgné nel Canavese. Un uomo politico del Canavese, tra l’altro – Fabrizio Bertot (Pdl) – è stato eletto parlamentare europeo con l’appoggio degli Iaria, cui ha promesso un interessamento per i cantieri dell’alta velocità; alla riunione tra Bertot e Iaria, organizzata dal boss Catalano (che nel 2011 è già in carcere), era presente anche Salvatore De Masi, padrino di Rivoli, che ha concordato con un parlamentare Pd l’appoggio elettorale al sindaco di Torino Piero Fassino.

Il 9 giugno 2011, mentre il movimento No Tav continua a presidiare la Maddalena, Salvatore De Masi, Bruno Iaria e Giovanni Iaria vengono arrestati dopo cinque anni di intercettazioni telefoniche e ambientali indirizzate dalle deposizioni del “pentito” Rocco Varacalli. Anche Giuseppe Catalano è sotto processo per associazione mafiosa nell’operazione “Minotauro” e gli viene notificato il provvedimento in carcere, dove si trova da un paio d’anni per un’altra inchiesta riguardante la ‘Ndrangheta. Nell’ordine di arresto il gip quantifica in 20.000 euro il compenso in denaro che l’organizzazione avrebbe ricevuto, oltre alle assicurazioni circa i cantieri del Tav e del Terzo Valico, per assicurare l’elezione di Fabrizio Bertot al parlamento europeo. Bertot, tuttavia, non è neppure indagato dalla procura; e restano indenni anche Claudia Porchietto e Antonino Boeti, che pure hanno parlato o si sono incontrati con i boss, o il deputato del Pd Mimmo Lucà, sponsor di Fassino presso il “padrino” De Masi. L’operazione della procura colpisce i dirigenti locali dell’organizzazione criminale, ma la politica che con essi ha avuto rapporti rimane curiosamente indenne.

Il solo caso di arresto “politico” è quello di Nevio Coral, imprenditore e sindaco di Leinì (Pdl), un comune del Canavese; ma proprio le dinamiche degli arresti nel Canavese, quel 9 giugno 2011, intrecciano in modo inquietante i fili di ciò che sta accadendo, nelle stesse ore, alla Maddalena di Chiomonte. Il sindaco di Leinì era stato ascoltato mentre si accordava con Vincenzo Argirò, capo del “crimine” della ‘Ndrangheta (la struttura operativa dell’organizzazione) per l’appoggio elettorale al figlio, candidato a succedergli come primo cittadino. Il Gruppo Coral Spa, azienda appartenente al sindaco, aveva inoltre concesso i suoi capannoni a quella controllata da Giuseppe Gioffré, capolocale di Volpiano (ucciso nel 2008 in un regolamento di conti), e aveva stipulato delle ati (associazioni temporanee di imprese (come quella dei Lazzaro e dei Martina per il cantiere di Chiomonte) con due aziende controllate dai fratelli Macrino, affiliati anche loro alla locale di Volpiano, uno dei maggiori centri del Canavese.

Secondo ciò che Varacalli ha detto alla procura, nel Canavese ci sono quattro “locali” della ‘Ndrangheta: a ovest San Giusto Canavese, Chivasso e Volpiano; più a est, Cuorgné. I capi delle rispettive “locali” vengono arrestati, ma soltanto nel caso di Leinì viene toccato l’uomo politico che ha trafficato con i “malavitosi” (nel ramo dell’edilizia residenziale, e limitatamente a quel territorio). Là dove invece – come a Cuorgné – il padrino della locale (Bruno Iaria) ha stretto un patto politico ed economico, riguardante anzitutto i cantieri delle grandi opere e del Tav, per favorire il sindaco di un paese limitrofo (candidato e poi eletto alle europee) l’uomo politico non viene neanche indagato. C’è di più: Giovanni Iaria è stato socio occulto, soltanto un anno prima, e proprio per cantieri in Val Susa, della Italcoge, l’azienda che polizia e carabinieri hanno appena cercato di insediare alla Maddalena di Chiomonte per aprire il cantiere (24 maggio); e Bruno Iaria era comparso nei registri contabili della stessa ditta.

Il legame tra gli Iaria e i Lazzaro non è meno evidente, per chi lo vuol vedere, di quello tra gli Iaria e Bertot: un legame nell’acquisizione di appalti il primo, nella menzione di futuri appalti il secondo. Non a caso nell’ordine di arresto per Bruno e Giovanni Iaria si menzionano “conversazioni intercorse tra Giovanni e Bruno Iaria afferenti l’esecuzione di lavori edili” (p. 380, Proc. Pen. N. 5418/07 + 4775/09 R.G. G.I.P.) e si afferma che Bruno “si è dimostrato uno dei personaggi chiave in ordine alla distribuzione dei subappalti […] nel territorio della provincia” e che “ha disponibilità di armi e persone pronte ad azioni violente”, oltre ad essere in stretto contatto con gli uomini dell’organizzazione che si dedicano al narcotraffico (p. 264 ss., Ivi). Ciononostante, in riferimento a tutti i personaggi politici intercettati in operazioni di voto di scambio o in contatto con gli arrestati (con l’eccezione di Coral in qualità di imprenditore) si sancisce a p. 1377 “l’insussistenza di indici di reità per i fatti per cui si procede” (Ivi).

In entrambi i casi, la torta è quella più grande: l’alta velocità. Bertot la nomina esplicitamente a Giovanni Iaria quando chiede i suoi voti; Lazzaro si è associato con la Martina Service Srl, pochi giorni prima dell’arresto degli Iaria, per ottenere gli appalti di Chiomonte, e ha già ottenuto un contratto da Ltf, siglato soltanto due mesi prima dell’operazione Minotauro; e proprio Claudio Pasquale Martina è stato filmato dai carabinieri di Caselli mentre entrava in casa degli Iaria. Eppure, il fatto che soltanto sedici giorni prima dell’operazione di polizia che ha portato Bruno e Giovanni Iaria in carcare, un’altra operazione di polizia abbia tentato di portare Lazzaro e Martina al cantiere di stato dell’Alta Velocità a Chiomonte (dove sono in ballo 23 mld di euro pubblici) non crea alcun imbarazzo in procura. Cosa ha impedito a Caselli, alla conferenza stampa di quel 9 giugno, di menzionare circostanze così gravi riguardanti il cantiere del Tav, di cui non può non essere a conoscenza (essendo lui titolare dell’inchiesta)? Forse ritiene che i torinesi, gli italiani e soprattutto i valsusini non debbano sapere che cosa viene fatto con i loro soldi e perché si impone con la violenza pubblica la devastazione di un antico territorio montano?

Nelle stesse ore i No Tav organizzano feste, dibattiti e momenti di condivisione alla Libera Repubblica della Maddalena che hanno costruito e fortificato. Interviene pubblicamente la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, per dichiarare che la Libera Repubblica è “inaccettabile” su un lembo di territorio dello stato. Il 17 giugno la Digos (polizia politica) giunge all’alba presso l’abitazione del portavoce No Tav Alberto Perino e la perquisisce per cercare prove della sua connivenza con l’esperienza della Libera Repubblica.

La procura di Torino, infatti, ha appena denunciato Perino per aver chiamato la valle a resistere contro il nuovo cantiere. Nelle stesse ore le case di altri quattro No Tav vengono perquisite e, con esse, il centro sociale Askatasuna di Torino, accusato di sostenere la resistenza all’installazione del cantiere. L’operazione riguarda ben cinquantacinque No Tav, con imputazioni che vanno dall’istigazione a delinquere (Perino) alla resistenza a pubblico ufficiale (altri militanti del movimento), per fatti che coprono tutto il 2010 e il 2011, fino all’opposizione attiva all’ingresso di Lazzaro alla Maddalena il 23 maggio. A ordinarla è un pubblico ministero molto particolare: Antonio Rinaudo e il procuratore Capo Giancarlo Caselli forma in persona i decreti

 

 

Agenti Digos: un marchio, una garanzia

 

 

Dopo dieci giorni dalle perquisizioni contro gli oppositori al Tav ordinate da Rinaudo, duemila tra carabinieri e poliziotti si presentano in Val Susa, all’alba del 27 giugno, per scortare la pala meccanica dei Lazzaro lungo via dell’Avanà, verso l’ingresso alla Libera Repubblica della Maddalena (altri mezzi meccanici, scortati da centinaia di uomini, distruggeranno dopo ore le barricate erette tra Chiomonte e Giaglione). Dopo un primo bombardamento di granate lacrimogene, la pala dei Lazzaro distrugge il cancello e prosegue verso il sito della Maddalena, mentre i poliziotti inseguono i No Tav e distruggono o imbrattano con escrementi le loro attrezzature. Le testate giornalistiche delle TV private e di stato, di destra e di sinistra, sono raggianti: il movimento No Tav è distrutto, la resistenza è debellata.

Il cantiere viene presentato dall’informazione come immediatamente operativo (partirà a rilento, invece, dopo oltre un anno). Il personale di polizia occupa il Museo Archeologico di Chiomonte facendone il proprio bivacco e causa le dimissioni dell’assessore alla cultura di Chiomonte Cristina Uran, che lascia il municipio in lacrime. Quando alcuni No Tav scendono alla Maddalena, il giorno successivo, per recuperare ciò che resta dei propri averi, sul piazzale due uomini si atteggiano – riferiranno i valligiani sul web – a “padroni del mondo”: Ferdinando Lazzaro e Claudio Martina. Il 3 luglio migliaia di persone giungono da tutti i paesi della valle, dalla provincia e da tutta Italia per assediare l’area attorno a cui, in pochi giorni, Martina e Italcoge hanno costruito un sistema di reto, fili spinati e barriere anti-intrusione (come da contratto milionario con Ltf). Centinaia di persone attaccano le recinzioni durante la giornata. Gli agenti ordinano alla pala meccanica di attaccare ancora i No Tav, stavolta nel bosco; e, procedendo accanto ad essa in direzione dei manifestanti, devastano con il proprio passaggio le tombe del Neolitico adiacenti al museo. Il danno archeologico causato dallo stato è incalcolabile.

Già il giorno successivo si mette in moto la macchina volta a sopprimere un moto di resistenza popolare che ha nuovamente colto di sorpresa gli organi dello stato e i mezzi d’informazione. La questura, nella persona del vicequestore e capo della Digos Giuseppe Petronzi, verga una relazione di servizio a beneficio del procuratore della repubblica, Gian Carlo Caselli. Il nome di Giuseppe Petronzi ci riporta indietro di qualche anno, ossia alle regalie del Natale 2004 tra Luciano Moggi e Antonio Rinaudo, preludio ai loro incontri all’Hotel Concord con l’emissario della ‘Ndrangheta Tonino Esposito. Petronzi, all’epoca, aveva appena sostituito ai vertici della Digos torinese Giovanni Sarlo, ed era accaduto che un agente della Squadra Tifoserie della polizia politica, Dino Paradiso, avesse lamentato a Moggi la presunzione del nuovo funzionario, abbastanza pieno di sé da assumere la posa (per Paradiso poco credibile) di personaggio irreprensibile. Il 2 dicembre 2004 venne intercettata una telefonata di Paradiso a Moggi in cui l’agente Digos riferiva: “Come Sarlo, anche Petronzi si è dovuto adeguare, quindi, quando sentivano ‘Moggi’, minchia tutti e due saltavano sulle sedie!” (brogliaccio 8632).

E allora ecco che anche Petronzi, come Rinaudo, si merita un regalo. Moggi e Paradiso parlano di lui al telefono (e di altri agenti Digos: Ficcardi, Barbato, Gianni Russo e Lo Russo) poco prima della vigilia di Natale. È il 22 dicembre 2004:

 

Moggi: Ascolta, ascolta, io ho preparato per te, per Perto… per Perto… Pertonzi, come si chiama?

Paradiso: … Petronzi!

Moggi: … Ficcardi, Lo Russo e c’ho messo anche Barbato le cravatte… ehm… ehm…

Paradiso: ah sì, sì, no, vabbé… io volevo salutarti e farti gli auguri per … (inc.)… Io e Gianni Russo avevamo un pensierino da darti, magari anche subito… […]

Moggi: ma per Petronzi e Ficcardi, pensi che sia il caso che glieli dia io… oppure… eh…

Paradiso: (ride)

Moggi: eh, perché io il fatto è che non so neanche come comportarmi io, eh?

Paradiso: Ma… non lo so, perché poi il fatto è che Petronzi quello è pure rattuso, perché quello alla fine queste cose le prende e poi non dice nulla… Io… quello che me dici te io faccio eh? […]

Moggi: … io ho in mente pure un’altra cosa. Il 27 e il 28…

Paradiso: … eh…

Moggi:… vi invito tutti a pranzo e vi faccio… vi faccio il pensiero a tutti quanti… così non dai niente te… non dai la sensazione… non dai sensazioni sbagliate eh?

Paradiso: Sì sì! Come vuoi, come vuoi!

Moggi: No no! Come vuoi te, come vuoi te… Se poi mi dici che non va bene…

Paradiso: Non lo so, sai, perché le battute su di te io te le ho dette, io ti ho sempre raccontato tutto, ehm (ride)… tutto! Dalle cose più esagerato che ho iniziato a (inc.), ai commenti per il mio avvicendamento, sul mio rientro nella squadra, che ormai Moggi utilizza la Digos, di qua e di là!

 

L’episodio di cui parla Paradiso è il suo precedente trasferimento dalla Digos a causa della sua strettissima relazione con Moggi, e il suo successivo, immediato reintegro disposto direttamente dal ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu (che aveva un debito con Moggi, perché quest’ultimo aveva ceduto alle sue richieste di mettere in atto manovre per favorire la Torres Sassari, la squadra della città di Pisanu, durante la campagna elettorale). Poi, il 16 febbraio successivo, Dino Paradiso telefona ancora a Moggi perché Petronzi vuole qualche regalino in più…

 

Moggi: … dimmi!

Paradiso: Ehm… il dirigente… Petronzi…

Moggi: … uh!

Paradiso: … ha chiesto se poteva essere invitato a vedere la trasferta di Madrid… (ride)

Moggi: … eh, lo facciamo venire, dai!

Paradiso: … eh?

Moggi: Lo facciamo venì!

Paradiso: … lo facciamo venire?

Moggi: Sì!

Paradiso: Uh…

Moggi: … è strano… perché di solito che cos’è che dicono loro [ironizza sull’iniziale atteggiamento di Petronzi come “irreprensibile”, nrd]? Noooo! Le partite internazionali…

Paradiso: … eh… hai visto? Poi so’ tutti uguali! So’ tutti uguali, no?

Moggi: Lo faccio per te!

Paradiso: No! Tu fai quello che pensi sia meglio fare… uh…

Moggi: No no no! Lo faccio per te! Anche perché capiscono in pratica che devono stare… che devono stare tranquilli! Lasciami fare… digli di sì!

Paradiso: Va bene! Va bene! Ok!

 

Non a caso Moggi aveva detto negli stessi giorni a Rinaudo (24 febbraio):

 

Moggi: […] mi massacrano con i biglietti del Real Madrid (ride) mannaggia.

Rinaudo: Eh, lo credo! Lo credo! Lo credo!

 

Un anno dopo, nel maggio 2006, quando verranno desecretati gli atti, all’agente Dino Paradiso non andrà bene come a Rinaudo, che resterà sulla sua poltrona di pubblico ministero: verrà trasferito nuovamente fuori dalla Squadra Tifoserie della Digos. Paradiso, in ogni caso, si farà difendere in tribunale da un certo Andrea Galasso: proprio l’amico di Rinaudo, all’epoca già difensore di Martinat per le turbative d’asta legate al Tav di Venaus, oltre che procacciatore di domicilio legale per il portaborse e cassiere di Martinat, Vincenzo Procopio. Torino non è piccola e non c’è un solo avvocato: ma evidentemente l’ambiente della famiglia Galasso, saldamente ancorato nella destra di tradizione fascista, resta il più indicato (oltre che per le cene di Antonio Rinaudo e per i processi per omicidio in cui era coinvolto il suo commensale e amico Tonino Esposito) per truccatori di campionati, procacciatori d’appalti Tav e agenti della Digos immanicati con la Torino che conta (il fratello, Michele Galasso, difende non a caso, proprio in queste settimane, i dirigenti e gli assessori regionali che hanno comprato effetti personali per migliaia di euro con i soldi dei piemontesi).

Il 4 luglio 2011, quando Petronzi scrive la relazione sugli scontri alla Maddalena a beneficio di Caselli, quest’ultimo investirà proprio Rinaudo delle indagini; e l’analisi dei video e dei fotogrammi delle manifestazioni per quell’indagine viene affidata, tra gli agenti della questura, proprio a un agente della scientifica il cui nome è… Dino Paradiso. Sarà un omonimo o davvero Torino è piccola piccola? Mah…

 

Rinaudo e Caselli

 

L’operazione ordinata da Rinaudo contro i cinquantacinque No Tav, il 17 giugno, arrivava otto giorni dopo i selettivi arresti nel Canavese per l’operazione Minotauro e dieci giorni prima l’ingresso militarizzato di Lazzaro e Martina alla Maddalena. Uno scenario inquietante difficile da cogliere per chi poteva basarsi soltanto sulle cronache prone dei mezzi d’informazione ufficiali, e non conosceva nel dettaglio le dinamiche e i legami interni alla ‘Ndrangheta e alla procura. La scelta di Caselli, dopo le resistenze del maggio, era già netta: il pericolo, in Val Susa, era rappresentato dal fenomeno “eversivo” rappresentato dal movimento e dalla resistenza che esso ha opposto alla polizia. Iniziò quindi a parlare ai giornali del pericolo rappresentato dai No Tav; ma ciò che lo spaventava era la profonda autonomia del movimento dalle istituzioni: un’indipendenza di vedute che ha portato i valsusini a ribellarsi secondo comportamenti radicati in un’idea di giustizia immediata e concreta, che non dipende dal dettato giuridico o dai giudizi dei tribunali. I No Tav non esitano a disobbedire agli ordini di sgombero della polizia o a dichiarare illegittime le ordinanze prefettizie sul sequestro dell’intera area della Libera Repubblica.

Il procuratore decide allora di creare una squadra di magistrati che, separata anche dalla sezione della procura che si occupa normalmente delle indagini sui movimenti politici, si impegni esclusivamente contro il movimento No Tav, considerando ormai la prima e più grave “emergenza” nella provincia di Torino. I giornalisti danno alla squadretta creata da Caselli l’altisonante nome “pool”, che rimanda all’impostazione giudiziaria d’attacco delle indagini contro la corruzione nel ramo degli appalti all’epoca di Mani Pulite. Essendo, però, questo “pool”, creato per fronteggiare chi si oppone agli accaparratori di appalti e allo strapotere della ‘Ndrangheta in Val Susa e in provincia di Torino, il termine sembra fuori luogo. O forse no, visto che la concezione giudiziaria del “pool”, fin dai tempi in cui fu concepita dai giudici istruttori Carassi e Caselli nel 1976 (proprio a Torino, e vi si aggiungerà anche Laudi), è comunque, e contro qualsiasi fenomeno sia orientata, animata dall’obiettivo non di individuare singoli reati e punirli, ma di combattere un fenomeno complessivo reperendo ad hoc ipotesi di reato (e, nel caso dei fenomeni di insubordinazione di sociale, tenere le persone in carcere per limitarne la libertà d’azione).

Caselli individua i magistrati che avranno questo compito contro il movimento No Tav: Nicoletta Quaglino, Manuela Pedrotta ma, soprattutto, con un ruolo centrale (che diventerà sempre più egemonico nel tempo) Antonio Rinaudo. È Rinaudo, come abbiamo visto, a prendere in mano, su indicazione di Caselli, il delicato fascicolo (elaborato con l’ausilio di Giuseppe Petronzi e Dino Paradiso) riguardante i fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011, e ad accentrare successivamente nelle sue mani tutta l’azione repressiva contro l’opposizione all’alta velocità (sempre con il placet del procuratore Caselli). Potrebbe forse, a qualcuno, apparire sconcertante che la scelta di Caselli sia ricaduta con precisione così millimetrica sull’uomo che, all’interno della procura, era stato al centro di vicende che lo legavano personalmente ad elementi di spicco della mafia valsusina e del malaffare legato al Tav e all’autostrada del Frejus.

Rinaudo era stato scoperto nel corso di ben due diverse indagini (coordinate dalle procure di Napoli e di Torino) in colloqui o incontri con un malavitoso del calibro di Tonino Esposito, che dipendeva all’epoca della sua frequentazione con Rinaudo dallo storico boss della Val Susa, Rocco Lo Presti (famoso per i suoi interessi nei grandi appalti pubblici che avevano devastato la valle). Le relazioni dei carabinieri riguardanti le conversazioni di Rinaudo lasciavano intendere come non si trattasse contatti estemporanei o occasionali, ma segno di una cordiale e prolungata “amicizia”; e questo senza contare le sue frequentazioni con un neofascista degli anni Settanta (Galasso) dal curriculum molto particolare, professionalmente coinvolto nelle vicende riguardanti le manovre illegali attorno al Tav Torino-Lione nel 2005 (proprio l’epoca in cui si incontrava con Rinaudo).

Quando affidò a Rinaudo le indagini sul Tav e la Val di Susa, tuttavia, Caselli era tutto meno che nuovo a collaborazioni e scelte a dir poco “ambigue”. Negli anni Ottanta (quando già era coadiuvato da Rinaudo, anche se quest’ultimo occupava una posizione marginale) aveva affidato gli interrogatori di alcuni brigatisti a Salvatore Genova detto Rino, che con Oscar Fioriolli e altri agenti Digos assistettero il gruppo dei “cinque dell’Ave Maria” del dirigente Ucigos Nicola Ciocia (per i colleghi “Dottor De Tormentis”) nel praticare torture e violenze sessuali sui sospettati. Sevizie e torture che arrivavano alla pratica sistematica dell’annegamento simulato (una tecnica che proprio nel 1985 in Italia provocò un morto) e a terribili violenze sessuali nei confronti di donne sospettate di far parte (o fiancheggiare) gruppi sovversivi di sinistra (quando Caselli affidò gli interrogatori al torturatore Genova, questi abomini erano già stati denunciati pubblicamente da decine di vittime e l’agente era anche stato – sia pur, com’è ovvio, inutilmente – sotto processo). Genova e Ciocia ammetteranno le torture nel 2012, e nel 2014 la loro esistenza storica è stata riconosciuta da una sentenza definitiva del tribunale di Perugia; ma Caselli non ha mai rotto il silenzio su quei fatti e non si è assunto alcuna responsabilità, complice il favore giornalistico e intellettuale che lo circonda.

Successivamente, negli anni Novanta, il magistrato collaborò attivamente, nell’ordine: con il gen. Francesco Delfino (depistatore della strage di piazza della Loggia); con il gen. Mario Mori (interlocutore di Bernardo Provenzano per conto del governo mentre era al fianco di Caselli come ufficiale di polizia giudiziaria); con il gen. Antonio Subranni (depistatore delle indagini sull’omicidio del militante Peppino Impastato, anch’egli coinvolto nella trattativa con Provenzano); con l’ufficiale di polizia e agente del Sisde Arnaldo La Barbera (torturatore di Vincenzo Scarantino e altri innocenti, coinvolto nel depistaggio dell’attentato dell’Addaura contro Falcone e in quello della strage di via d’Amelio dove morì il giudice Borsellino; tra i mandanti del pestaggio di massa alla scuola Diaz di Genova e delle successive torture alla caserma di Bolzaneto); con l’agente di polizia Salvatore Sanna, che divenne famoso, il 6 dicembre 2005, per aver comandato i reparti celere durante il pestaggio dei No Tav accampati a Venaus e aver gridato “schiacciateli tutti!” dall’alto di una ruspa. Negli anni Duemila Caselli ha inoltre collaborato, a Torino, con Spartaco Mortola, capo della Digos di Genova durante il G8 del 2001, mandante insieme a La Barbera del pestaggio alla Diaz, depistatore di quel pestaggio attraverso la fabbricazione di false prove, riconosciuto colpevole in via definitiva persino dallo stesso tribunale di Genova.

Riguardo alle torture sui brigatisti degli anni Ottanta, Caselli ha sempre mentito, dicendo che l’intera vicenda della lotta giudiziaria alla lotta armata era rimasta confinata nei limiti del “diritto” e nelle “aule di tribunale”. Riguardo alle torbide vicende degli anni Novanta, invece, ha ora soprasseduto (non giustificando ad es. la collaborazione con uomini come Subranni, Mori e Delfino) ora negato ogni coinvolgimento nella trattativa con Bernardo Provenzano per conto dello stato, portata avanti dai vertici della polizia giudiziaria di cui egli si serviva quotidianamente e che, almeno in un caso (Mori) sceglieva e investiva di compiti delicatissimi (cui seguivano ovviamente depistaggi, come nel caso della “mancata” perquisizione del covo di Riina). In seguito, una volta tornato a Torino, non ha mai avanzato perplessità su poliziotti come Salvatore Sanna o Spartaco Mortola, anche quando si resero responsabili di violenze sui No Tav in Val Susa (ad es. in occasione dei pestaggi di Venaus o di Coldimosso).

Nell’estate 2011, però, il procuratore non poteva non sapere delle inquietanti frequentazioni del suo sottoposto Antonio Rinaudo, proprio in relazione al Tav e alla Val Susa. Quando gli affidò le indagini sul movimento No Tav (almeno a partire dal giugno 2011), doveva esserne a conoscenza per almeno quattro ragioni: (1) Fu un pubblico ministero torinese, Antonio Malagnino, nel 2003, a ricevere il rapporto dei carabinieri dove si sottolineavano per la prima volta i contatti tra Antonio Rinaudo e Tonino Esposito; (2) Gli atti giudiziari contenenti le conversazioni che testimoniano dei suoi rapporti con Tonino Esposito e Andrea Galasso nel 2005, in occasione degli incontri con Moggi, sono pubblici e si originano da vicende ampiamente note; (3) Gli stessi organi di stampa ne fecero menzione nel maggio 2006, quando Caselli era procuratore generale a Torino. Caselli quindi sapeva perfettamente a chi stava affidando la gestione giudiziaria di una crisi grave e delicata come quella che si era appena aperta in Val Susa.

 

Vincenzo Procopio: un grande ritorno

 

Le famiglie Lazzaro e Martina, il 29 settembre 2011, ottengono un nuovo contratto per il cantiere della Maddalena: il C 11119, per un importo totale che arriva alla cifra record di 2.498.049,66 euro per recinzioni già realizzate nell’estate, di cui si richiedeva sostanzialmente il rafforzamento e la manutenzione. L’affare è senza dubbio ottimo, ma c’è un problema: il 3 agosto, un mese dopo lo sgombero della Libera Repubblica, Italcoge era stata dichiarata fallita dal tribunale di Torino, a sette mesi da quando aveva assicurato al tribunale che la ristrutturazione del debito sarebbe stata garantita da sicuri appalti al Tav (sicuri… perché?), e a soli tre mesi da quando quegli appalti li aveva guarda caso ricevuti, per un valore complessivo di 1.798.234,20 euro di denari provenienti dai salvadanai quasi vuoti dei contribuenti pubblici, da spartirsi con i Martina. Quasi due milioni di euro per un’ati incaricata di alzare delle reti e piantarle per terra: senza dubbio anche quello un buon affare, ma non era bastato.

Se il fallimento della Italcoge non è molto chiaro, ancor meno chiaro è il modo in cui i Lazzaro possono aver ottenuto il secondo contratto a settembre, se sono falliti. Che cosa sta succedendo? Il mistero è presto risolto: le famiglie hanno creato dal nulla due nuove ditte per sostituire le precedenti; quella dei Lazzaro si chiama ora non più Italcoge, ma Italcostruzione (la controllano attraverso Invest Srl: forse credono, così, di nascondersi), e quella dei Martina, anziché Martina Srl, si chiama Martina Service srl. Le due ditte riformano un’associazione temporanea e si beccano due milioni e mezzo di euro dal governo. Il gioco è talmente facile che anche la Geomont Srl di Giuseppe Benente dichiara fallimento e cambia nome, diventando Geomont Fondazioni Speciali: e anche lei avrà un nuovo contratto per lavori nel cantiere. Come mai tutti questi giochi contabili e nominali, questo cambiare pelle e dichiarare fallimenti per le ditte cui il governo ha assegnato la distruzione della Val Clarea?

Un indizio viene da un provvedimento con cui, il 30 novembre 2011 (due mesi dopo la stipulazione del contratto), i fratelli Martina sono indagati: l’accusa è, guarda caso, bancarotta fraudolenta. Sono accusati di aver distratto sette milioni di euro dalle casse della Martina Srl e di esserseli intascati, prima di dichiarare fallimento e ottenere nuovi soldi dai contribuenti italiani grazie a Ltf, al Tav e allo stato che, per darglieli, ha militarizzato la valle intera, arrestando e imprigionando chi ha osato ribellarsi a questo stato di cose. Pochi giorni dopo, in dicembre, i carabinieri consegnano alla procura un documento di 604 pagine in cui ricostruiscono le operazioni contabili, i fallimenti e i cambi di nome delle ditte e dei titolari delle ditte messi in atto dai Lazzaro nel sud Italia, con la partecipazione degli Iaria, per intascare milioni di euro pubblici destinati alla manutenzione della Salerno-Reggio e al sistema degli acquedotti calabresi, fino al dettaglio delle relazioni tra Iaria, Lazzaro e Martina.

Poi, dopo aver consegnato il plico alla procura, indossano casco e maschera antigas e vanno a difendere il cantiere creato per dare quattro milioni di euro a Lazzaro e Martina in sei mesi, e a difendere le recinzioni da loro costruite: la disoccupazione gli ha dato un bel mestiere. Il movimento No Tav ricorda in Val Clarea la giornata dell’8 dicembre 2005, quando Lunardi, Martinat, Procopio e la Cmc vennero bloccati a Venaus. Mentre alcune centinaia di persone bloccano l’A32, altre si avvicinano alle reti con le cesoie in mano; ma la reazione della polizia, comandata da Petronzi, è violenta: gli agenti sparano centinaia di lacrimogeni al CS, una sostanza velenosa proibita dalle convenzioni internazionali (già usata nell’estate) e mirano con le granate alla testa dei manifestanti. Un ragazzo perde un occhio, un ragazzino di quindici anni, Yuri, finisce in coma, colpito alla nuca da un lacrimogeno; sarà dichiarato fuori pericolo ventiquattr’ore dopo, ma avrà danni permanenti all’udito. Dopo una settimana, il ragazzo compare in un video su notav.info: con il volto ancora deformato dalle ferite dice, davanti al caminetto della sua casa di Salbertrand: “Per la mia terra, lo rifarei”.

Per i fatti dell’8 dicembre Rinaudo indaga dodici persone, ovviamente tutti manifestanti, che saranno sottoposte a svariate limitazioni della libertà per un lungo periodo di tempo, prima che venga celebrato qualsiasi processo. Il 18 gennaio 2012, intanto, nel Consorzio Valsusa creato da Lazzaro nel maggio precedente (e rinominato da poco “Consorzio Valsusa Imprese per lo Sviluppo”) entra, guarda un po’, una vecchia conoscenza: il buon Vincenzo Procopio. Ora, è il caso di dirlo, la squadra è al completo: oltre alla discendenza criminal-imprenditoriale delle famiglie che hanno cementificato la valle tra gli anni Sessanta e Novanta, c’è il manovratore di tangenti e appalti che, da Torino 2006 al Tav, ha fatto da tramite tra politica e grande impresa privata, sempre in modo rigorosamente occulto (ma già acclarato ufficialmente almeno in una sentenza di primo grado).

. La foto di famiglia del magna-magna all’italiana rappresentata dal nuovo Consorzio Valsusa è sancita esattamente una settimana prima che Rinaudo ordini la maxiretata contro i No Tav del 26 gennaio 2012. Nel cantiere di Chiomonte, la famiglia che fu accusata di fare da prestanome per Lo Presti, il capo di Tonino Esposito, da un lato; l’uomo che fu condannato per aver fatto da cassiere a Martinat, assistito da Galasso, dall’altro. I tempi cambiano, ma Torino è davvero piccola, a quanto pare. La selva incantata in cui Rinaudo si era perso ai tempi di Venaus, all’epoca di Moggi e delle cene all’hotel Concord, ha solo cambiato i rami e le foglie; ma sotto le radici, c’è sempre la stessa…

 

 

Rinaudo all’attacco

 

 

Antonio Rinaudo, assieme a Manuela Pedrotta (figura cupa e stizzosa che ben presto assumerà un ruolo di secondo piano), imbastisce l’inchiesta sugli scontri del 27 giugno e del 3 luglio. Ci sono già quattro imputati, tre ragazzi e una ragazza presi prigionieri presso l’area archeologica; Dino Paradiso, forte del suo ruolo di responsabilità, si getta anima e corpo nel suo compito, sperando che esso faciliti il perseguimento giudiziario di chi si oppone alla devastazione della Val di Susa. Attraverso i riconoscimenti (tutt’altro che impeccabili) operati dagli agenti Digos, viene compilata una lista con decine di nomi selezionati con grande cura sia dalla sezione politica della questura sia, successivamente, da Caselli, Rinaudo e Pedrotta; e proprio la fase dei riconoscimenti portata avanti durante il lavoro estivo rivelerà la strategia politica che anima l’azione della procura.

Gli indagati non vengono selezionati, infatti, in base all’effettiva condotta, ma conformemente al background politico, al ruolo che gli si attribuisce all’interno del movimento e alla provenienza geografica. In primo luogo, vengono scelte molte persone che non abitano in Val Susa, in modo da avvalorare la tesi degli “elementi esterni”; poi, ci si concentra sulle diverse “aree” di quello che la procura considera l’“estremismo politico”: comunisti e anarchici, centri sociali e autonomi, ecc. Infine, non ci si fa mancare la chicca di riportare in carcere due militanti degli anni Settanta, in modo da ricondurre i fatti di oggi a quelli di ieri, secondo una logica tipica di ogni forma di surrettizia, e malintesa, banalizzazione storica dei fenomeni sociali: il nuovo conflitto, quello attuale, va rapidamente collocato nel “già visto” (e, soprattutto, nel “già condannato”, politicamente e sul piano giudiziario).

Le manifestazioni, in Val Susa, continuano intanto per tutta l’estate, con diversi attacchi al cantiere, marce per i boschi e una manifestazione a Torino per la liberazione dei quattro incarcerati. Il 9 settembre due donne vengono arrestate dalla polizia durante scontri attorno alle reti del fortino militarizzato. Una di loro è accusata di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni da un poliziotto che dichiara di essersi storto la gamba inseguendola, a causa di un “repentino cambio di direzione” della ragazza. Rinaudo trova l’accusa del poliziotto sostenibile e il giudice Roberto Salerno gli dà ragione: resterà in carcere. L’altra donna, invece, è accusata di resistenza a pubblico ufficiale perché aveva nello zaino garze e bende e – sostiene Rinaudo nel chiedere la conferma dell’arresto in carcere – questo dimostra la sua previsione che ci sarebbero stati feriti e, quindi, l’intenzione di commettere violenze; anche in questo caso, Roberto Salerno accoglie le sue tesi. Questi capi d’accusa, che cadranno soltanto in parte durante il processo (Marianna sarà condannata a otto mesi; Nina, quella accusata delle garze, assolta da ogni addebito) entreranno in un saggio di giurisprudenza del magistrato Livio Pepino quali esempi didascalici di forzature abnormi tanto della logica quanto del diritto.

Nel frattempo la squadretta di Rinaudo e Caselli ha pronta la più spettacolare delle operazioni contro il movimento No Tav: il 26 gennaio 2012 scattano in valle e in tutta Italia, su ordine di Rinaudo e Pedrotta, a firma del GIP BOMPIERI, ventisei arresti cinquantadue indagati, che vanno ad aggiungersi ai quattro arrestati durante gli scontri del luglio. Rinaudo porta in carcere, tra gli altri, il barbiere di Bussoleno e Guido Fissore, un consigliere comunale di Villarfocchiardo. Per quest’ultimo l’accusa è di aver causato lesioni a un carabiniere con una delle sue stampelle (è claudicante) durante l’invasione della Libera Repubblica. In verità Fissore era da tempo nel mirino degli agenti Digos e in particolare del loro capo “Perto… Perto… Pertonzi” per la sua dedizione alla causa No Tav e la sua assoluta mancanza di deferenza verso uomini che considerava responsabili dello scempio della sua valle. Tra gli arrestati anche l’autore di un libro (Le scarpe dei suicidi) che aveva a suo tempo denunciato le trame dei pm Laudi e Tatangelo contro i due No Tav Sole e Baleno, suicidi in carcere nel 1998. Da segnalare che gli agenti Digos, il giorno degli arresti, conducono in cella anche una donna incinta.

In conferenza stampa Caselli giustifica gli arresti (ordinati per accuse tutto sommato contenute, come la resistenza a pubblico ufficiale) teorizzando l’esistenza di un’anima “cattiva” di violenti dentro un movimento buono, e tentando così, in modo tutto politico ma piuttosto goffo, di provocare la spaccatura del fronte contrario all’alta velocità per ricondurre il movimento sul terreno della sottomissione alla legge, decretandone la morte. Quasi in contemporanea con la sua conferenza stampa, tuttavia, si tiene quella del movimento al presidio di Chiomonte. Alberto Perino dichiara: “Non hanno capito niente: se c’è una cosa che avevamo sempre messo in conto, era di finire in galera”. L’operazione di Caselli, quindi, fallisce appena è iniziata: il movimento non si divide e tutti si stringono, con più manifestazioni, attorno agli arrestati. Il movimento esce politicamente rafforzato dalla sua prima esperienza repressiva su vasta scala.

Caselli e Rinaudo decidono, allora, di prolungare al massimo la carcerazione in attesa di processo, pur trattandosi di persone che, secondo le stesse leggi, sono innocenti perché non ancora processate; è ancora un disperato tentativo di spaventare il movimento e fiaccare gli animi degli arrestati. Quattro No Tav detenuti nel carcere di Torino attuano una protesta contro la restrizione ai detenuti delle ore di socialità (previste dall’ordinamento penitenziario), e vengono subito smembrati e trasferiti. Uno di loro, Giorgio Rossetto, viene messo in isolamento al carcere di Saluzzo e “processato” da un piccolo tribunale creato dal direttore della prigione. Iniziano contestazioni pubbliche del procuratore Caselli in tutta Italia, da Torino, a Milano, a Genova, a Palermo. Più in ombra resta la figura di Rinaudo, di cui i media fanno spesso il nome, ma che è uscurato dal più famoso magistrato “antimafia”; e i giornalisti (molti dei quali pure conoscono alcuni dei fatti che lo riguardano, su cui qui si fa luce) tacciono sul suo nome e sulle relazioni che esso porta con sé.

Il 25 febbraio 2012, a un mese dagli arresti, la Comunità Montana Val Susa e Val Sangone e il movimento No Tav organizzano una manifestazione per la libertà di dissenso in valle e per la liberazione di tutti gli arrestati, che raduna migliaia di persone e sfila da Bussoleno a Susa. Il tribunale di Torino mantiene però i No Tav in carcere, ed essi saranno liberati a lenti scaglioni (in certi casi in seguito a ricorsi alla cassazione di Roma), fino a un anno di permanenza in carcere (sempre in assenza di qualsiasi sentenza di condanna). La chiusura indagini ha avuto tempi stretti (sei mesi) e il rinvio a giudizio ha tempi record: cinque mesi. La procura fa pressioni fortissime sul tribunale affinché il processo inizi entro sei mesi dagli arresti, per permettere di usare un cavillo che consente di allungare la carcerazione preventiva. Rinaudo e i suoi ordinano, il tribunale esegue con puntualità: tutto l’apparato giudiziario torinese considera, ormai, l’opposizione all’alta velocità una questione “d’emergenza”.

 

 

 

 

 

 

Nota

 

 

Sull’inchiesta Minotauro nel Canavese cfr. Minotauro, la sentenza. Bertot, Coral Trunfio e Iaria, La Voce, 24 febbraio 2014. Sugli appalti ottenuti dalle ditte dei Lazzaro e dei Martina al cantiere Tav di Chiomonte cfr. Mozione. Chiarimenti sui costi per lavori per recinzione ed allestimento area Cantiere tunnel geognostico della Maddalena. Contratti CC11070 e C11119, Gruppo consiliare Buongiorno Condove, seduta comunale del 4 febbraio 2013; I costi delle recinzioni del cantiere di Virano – Il comune delibera: facciamo chiarezza, notav.info, 5 febbraio 2013 e il già citato Minotauri per i recinti di Chiomonte?, La Stampa, 25 febbraio 2012. Un’introduzione alla questione dalla presenza dei Lazzaro e dei Martina nel cantiere Tav, e alle molte cose che questa presenza spiega, è ancora il dossier C’è lavoro e lavoro disponibile dal 2012 su notav.info, suddiviso tra documenti riguardanti le visure camerali delle aziende del Tav e una rassegna stampa 1973-2012. Cfr. anche il dossier Nel cantiere di Virano, sempre su notav.info, e la puntata di Presa Diretta del 15 gennaio 2013 intitolata La mafia al nord, dove vengono ricostruite le relazioni della ‘Ndrangheta tra Torino e il Canavese, anche attraverso personaggi quali Bertot e gli Iaria.

Sui fatti riguardanti gli scontri del 27 giugno e del 3 luglio 2011 a Chiomonte e a Giaglione cfr. A sara dura. Storie di vita e militanza No Tav, a c. del csoa Askatasuna, DeriveApprodi 2013 e, a cura dello stesso centro sociale, il film Fermarci è impossibile, 2013. Sulla vicenda processuale per quei fatti cfr. i resoconti indipendenti del Tg Maddalena (tgmaddalena.it); sulle violenze della polizia contro i No tav arrestati e contro le rovine archeologiche e il museo di Chiomonte, Operazione Hunter, notav.info; Si dimette l’assessore alla cultura di Chiomonte, notav.info, 29 giugno 2011; Assessore in lacrime si dimette. Il sindaco: lo Stato mi ha lasciato solo, La Repubblica, 27 giugno 2011; Tav: assessore cultura Chiomonte si dimette tra le lacrime; Ansa, 1 luglio 2011. Esiste anche una sezione del sito notav.info Maxiprocesso per i fatti di quei giorni. Un’analisi di giurisprudenza delle forzature giudiziarie della squadretta Rinaudo è contenuta in M. Revelli, L. Pepino, Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2012.

Sul coinvolgimento della Digos torinese nella vicenda Moggi cfr. la Relazione alla procura di Napoli sul sodalizio criminale facente capo a Moggi Luciano, redatto dai carabinieri di Roma, in cui sono contenute le intercettazioni riportate tra Dino Paradiso e Luciano Moggi riguardanti, tra gli altri, l’attuale capo della Digos torinese Giuseppe Petronzi. Una sintesi, spesso edulcorata, della vicenda concernente la Digos, Moggi, Petronzi e il ministro Pisanu è stata riportata in Pisanu chiamò Moggi: aiuta la Torres, 16 maggio 2006, Moggi, lei scelga i giocatori ai miei poliziotti ci penso io, La Repubblica, 20 maggio 2006, La Digos? La comanda Moggi, La Stampa, 19 maggio 2006, Quando i ministri chiedevano i biglietti omaggio a Moggi, Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2011.

Le ombre e gli interrogativi riguardanti la carriera di Gian Carlo Caselli tra Torino e Palermo sono stati raccontati in La notte del procuratore. Controbiografia di Gian Carlo Caselli, pubblicata a puntate su infoaut.org nel gennaio 2014. Sugli agenti di polizia, coinvolti nella repressione dei No Tav, con cui ha collaborato Caselli cfr. G8 2001: domiciliari per Mortola, Luperi e Gratteri. Intanto in Francia sì al numero identificativo, radiondadurto.org, 2 gennaio 2014 (per un’introduzione ai fatti della Diaz e di Bolzaneto consigliamo il film Black Block di Carlo Bachschmidt, disponibile su Youtube o su fandango.it e Bolzaneto. La mattanza della democrazia, di M. Calandri, Derivepprodi 2008); Sanna, un questore sulla ruspa, notav.info, 23 maggio 2012; Sanna denuncia Maverick…, notav.eu, 27 novembre 2012.

 

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