documenti, post — 8 agosto 2013 at 17:32

Le paure forti dei poteri forti: la libertà NOTAV e la guerra

Rotonda-del-Vernetto-1600Pubblichiamo qui di seguito un’interessante analisi di Massimo Zucchetti sullo stato dell’arte dei lavori in valle divulgato oggi sul blog del Manifesto.

Quest’estate, in Val Susa, i cantieristi del TAV cercano fra mille difficoltà di far arrivare al cantiere di Chiomonte i pezzi della “Talpa” che dovrebbe finalmente scavare in maniera decente un po’ del tunnel di prova o “geognostico”.

Godono – con grande dispiego di forze dell’ordine e di mezzi – nel giocare a rimpiattino con la popolazione che cerca – con i pochi mezzi a sua disposizione, essenzialmente i loro corpi – di impedire questo arrivo. Finora, infatti, i prodi sostenitori dell’alta velocità trenistica hanno scavato la bellezza di metri 180 nella montagna, e sono indietro da far paura. Da far paura,ovviamente, a tutti i vari politicanti e boiardi che sul TAV, unico caso al mondo, giocano gli ultimi spiccioli del futuro politico del loro partito al tramonto e nello sbando più totale.

I politici e governanti francesi, ad esempio, magari anche favorevoli all’Alta Velocità, non ne fanno come i nostri  una questione di vita o di morte. Hanno altre grandi opere da portare avanti, e la Lyon-Turin è fra quelle a priorità più bassa. Se l’Unione Europea darà dei finanziamenti e se l’Italia continuerà ad accollarsi la maggiorparte della spesa per il tunnel, bene, quello forse si può scavare. Per tutte le opere ferroviarie di collegamento, se ne parlerà dopo il 2030. Alla faccia della vecchia bufala che “i francesi hanno già scavato tutto”: ve la ricordate?

Il 2030 comunque non è così lontano e potrebbe essere una scadenza comoda anche per i nostri dispensatori di denaro pubblico. Se calcoliamo – per esser generosi – l’inizio del cantiere TAV con la caduta di Luca Abbà il 27 febbraio 2012, sono passati finora circa 530 giorni, e quindi se la matematica non è anch’essa anarcoinsurrezionalista e terrorista, fanno:

180 / 530 = 34 centimetri al giorno

Dobbiamo ricrederci. Gli amici del TAV sono in realtà fautori della bassa velocità. Bassissima. Ieri al mare, con mio figlio, abbiamo scavato una buca di mezzo metro di profondità: ed abbiamo trovato l’acqua anche noi, come sembra che i nostri prodi abbiano trovato, allagandogli il loro tunnelino e tra l’altro distruggendo la prima delle tante falde acquifere che devasteranno con i loro giochi di guerra.

Sì, perché il TAV è un tunnel di guerra. Mai ho visto scrivere con tanto coraggio e determinazione questa realtà fattuale, come ha fatto il mio collega e sodale Luca Giunti, tecnico e consulente della Comunità Montana Val Susa e Val Sangone. Riprendo sunteggiando i suoi pacatissimi argomenti, che  si possono  trovare per intero nell’articolo:

http://www.notav.info/documenti/giunti-non-chiamatelo-tav-e-solo-una-macchina-da-guerra/

Da tecnici – professionali ma volontari e quindi non retribuiti – della Comunità Montana e delle associazioni ambientaliste, studiamo da anni i progetti della Torino-Lione. In quest’opera la tecnica non c’è più. Anzi, è stata pervertita. La tecnica è l’insieme delle norme applicate e seguite in una attività, sia intellettuale che manuale. Implica l’adozione di un metodo e di una strategia per identificare in maniera precisa degli obiettivi e dei mezzi più opportuni per raggiungerli.

Di tutta questa sapienza non c’è traccia nei documenti che dovrebbero sostenere e realizzare la Torino-Lione. L’ultimo progetto presentato – il Definitivo della Prima Fase del lato italiano della Sezione Transfrontaliera:

1 – ammette candidamente di non conoscere com’è fatta la montagna che vorrebbe scavare per 57 km, facendo scommesse e buone intenzioni sui contenuti di uranio ed amianto, ad esempio;

2 – ignora spensieratamente come raggiungere il tunnel da entrambi i lati, parzializzando talmente nel tempo e nei risultai l’opera, vista anche l’attitudine dei francesi, che ormai è inutile chiamarla TAV: sia il Tunnel/Totem della cricca del cemento e del tondino.

3 – disobbedisce spudoratamente alle Prescrizioni imposte dal Cipe,

4 – dichiara tranquillamente ingenti impatti sull’acqua e sulla salute ma vanifica ogni legale valutazione dei danni,

5 – annuncia felicemente vantaggi fantastici ottenuti grazie a superlativi incrementi dei traffici continuamente smentiti dal PIL e da tutte le previsioni basate sul buon senso.

Le prove sono innumerevoli e ben documentate, ma queste cinque bastano come esempi rappresentativi.

Dunque, la tecnica come perizia, come saper fare, come bene operare, è del tutto assente dalla Torino-Lione. E’ stata sostituita da un’altra tecnica, perversa e non più al servizio del bene – come vorrebbe la sua etimologia – ma del male. Non discute più di merito e di ragioni, che ormai sono tutte dall’altra parte. Non accetta nessun dialogo, nessun approfondimento, nessun confronto sui fatti, sui quali è perdente. Non ammette alcuna sospensione o ripensamento, anzi procede imperterrita con proclami, decreti e lavori. E soprattutto colpisce i contestatori. Li accusa di ogni nefandezza, li segnala alla disapprovazione dei mass media, li trascina sull’unico terreno dove è in vantaggio: lo scontro fisico, la criminalizzazione, la repressione.

Cerca di isolarli, di fare terra bruciata intorno a loro, di avvelenare i pozzi. Annulla ogni opzione moderata, scientifica, dialogante, pacifica.

Accomuna al TERRORISMO qualsiasi opposizione: se non è attivamente sovversiva è almeno ingenua o addirittura connivente. E via di questo passo, esaltando gli estremismi opposti cioè l’unico gioco dove questa tecnica crede di essere vincente perché conosce e pratica da anni le sue strategie di violenza e sopraffazione (un celerino preferisce un antagonista a un cattolico: è più semplice da gestire e da picchiare).

Questa è l’unica tecnica rimasta a giustificare l’opera. E’ una tecnica di potere. Anzi, di guerra.

I promotori della Torino-Lione sono come gli ultimi giapponesi, vecchi e isolati: hanno armi che possono ancora fare molto male ma combattono una guerra che è  già perduta.

Il 6 agosto, al Vernetto vicino a Bussoleno, dopo che le forze dell’ordine avevano arrestato o fermato una  ventina di resistenti  NOTAV, fra i quali anche la storica resistente Nicoletta Dosio, di 67 anni, si è riunita un’assemblea di 500 persone, calme ma determinate. Io ero con loro, ma non ho detto parola, ho ascoltato ed imparato: “la Val Susa paura non ne ha”, non è certo solo uno slogan, accidenti.

E’ per questo che ho avuto – netta, da anni – la sensazione di chi perderà e chi vincerà in questa partita. Da ingegnere, ho stimato che il costo delle operazioni in valsusa è valutabile – tenendo conto dell’enorme spiegamento di polizia e di mezzi, dei danni inferti e subiti, delle strade e autostrade chiuse, insomma “tutto compreso” – in molte volte il costo di una operazione fatta in normali condizioni.

E non sono “condizioni eccezionali”: si ripetono da oltre due decenni e non mi pare che il movimento NOTAV abbia alcuna intenzione di mollare, così come mi pare che la paura da parte degli “altri” stia crescendo man mano che aumentano gli schieramenti di forze di sicurezza: cosa succederebbe se DAVVERO costoro dovessero aprire un cantiere reale, esteso per chilometri, con vere opere, non a Chiomonte in un’area ristretta oppure protetti dall’autoporto di Susa, ma nella vera bassa-media Valle?

Io non oso immaginare il livello di militarizzazione che sarebbe necessario, le difficoltà, gli incidenti dovuti – si badi – soltanto al dover lavorare circondati letteralmente da un fortino con militari con i fucili spianati. Mentre un intero popolo pacificamente lo tiene sotto assedio e urlaANDATEVENE. Militari, esatto, perché la polizia non basterebbe più: dovrebbero mandare l’esercito. E in forze.

Per quanto tempo, signori del TAV, riuscirete a giocare questa partita, in queste condizioni? Ci avrete pensato.

La mia idea è che le vostre stime dei costi vadano quintuplicate, e i tempi di esecuzione raddoppiati, perlomeno, anche se si ragiona del tutto in teoria, perché non ce la farete mai. Mai: perché la vostra quindicina di miliardi di euro diverrebbe facilmente una cinquantina, una settantina, o magari un centinaio. La ValSusa non è una anonima valle nella quale scavare un tunnel: la ValSusa non vi vuole, e in vent’anni ha fatto nascere e sviluppato un qualcosa che mai si era visto, come forza, determinazione, volontà di non mollare, popolarità (nel senso di movimento di popolo).

E allora, inevitabilmente, a meno di non trasformare una parte rilavante di una provincia italiana in un fortino militare, dovrete mollare.

Questo, al di là di tutte le ragioni di tipo ambientale, di traffico merci e passeggeri, di risorse, di tutte le mille incongruenze di un progetto talmente assurdo che noi – tecnici della Comunità Montana della ValSusa e Val Sangone – non sappiamo più come ripeterlo in una lingua che voi possiate capire. L’italiano, le decine di rapporti tecnici e di valutazioni, evidentemente non servono. Meglio giocare alla guerra.

(L’autore ringrazia l’amico Luca Giunti per averlo autorizzato a saccheggiare un suo recente articolo)