Nei campi agricoli tra San Valeriano e Borgone di Susa, sorge Cascina Ivol, che da quattro generazioni e oltre 60 anni produce latte, formaggi, yogurt, gelati artigianali e carne bovina piemontese. Accogliendo un laboratorio di trasformazione e un punto vendita, l’azienda realizza prodotti caseari Bio a km 0.
Ad oggi tuttavia l’unica prospettiva concreta dell’attività è una soltanto: l’esproprio.
Il progetto tracciato del TAV, infatti, prevede che proprio in quei terreni sia realizzata la sottostazione elettrica funzionale alla realizzazione dell’opera. Non si tratta di un’ipotesi lontana ma di un progetto già tracciato che comprometterà i terreni, la struttura e di fatto la continuità produttiva dell’azienda agricola.
Un’altra volta, la controparte arriva, spazzando via e distruggendo la storia della nostra valle e della nostra comunità. Quando si parla di espropri, la burocrazia imperante spesso si dimentica dell’identità delle persone. Si possono davvero liquidare sessant’anni di attività tenendo conto solo della metratura catastale dei terreni?
Dove viene messo il costo umano?
Viene almeno tenuto in considerazione?
La risposta ovviamente è no.
Del fatto che vengano rotti degli equilibri che sono stati costruiti investendo tempo, cura, energie, spazi e rapporti sociali non interessa proprio un bel niente a nessuno. L’importante è avanzare. L’importante è che tutto vada secondo i piani che ci vengono imposti. Nessun riguardo per tutto ciò che viene compromesso. Una manciata di carte e poco altro restano in mano a chi ha costruito la sua vita qui.
La richiesta che viene avanzata è di avere almeno delle “compensazioni adeguate”. A noi questo suona come un ultimo tentativo di salvare quello che è salvabile, ma che non cancella in ogni caso l’ingiustizia a cui ormai siamo quotidianamente sottoposti.
Parliamo di sopravvivenza.
Dov’è la tutela delle comunità che abitano queste terre?
Come Movimento No Tav, portiamo avanti ormai da anni, una critica profonda non solo alla Torino-Lione ma alla gestione di tutte le grandi opere nel nostro paese e non solo. Opere costose, impattanti per l’ambiente e per le comunità che abitano i territori interessati. Queste comunità che sono invisibili per coloro che portano avanti i lavori. Che non possono esprimere la loro contrarietà, che vengono zittite – o almeno ci provano – con contentini pecuniari che non possono minimamente sopperire allo sradicamento delle proprie radici.
Gli espropri rappresentano una rottura profonda di tradizioni e legami. Non sono mere questioni economiche, come si cerca di farle passare. Le normative vigenti in materia prevedono infatti indennizzi solo per il valore dei terreni espropriati, ma non possono compensare la perdita del lavoro di una vita, o come nel caso della Cascina Ivol del lavoro di quattro generazioni.
La linea ferroviaria Torino-Lione viene sempre presentata come “opera strategica”. Questa narrativa però si scontra con una realtà diversa: costi in continuo aumento, impatti ambientali non più trascurabili, impatti sulla popolazione non più trascurabili e per non parlare del continuo slittamento dei lavori e quindi della data di entrata in funzione. Ogni anno che passa, ogni ritardo accumulato, oltre a sostenere la nostra tesi e a dare manforte alla nostra lotta, rende ancora più obsoleta, ancora meno rispondente ai reali bisogni del territorio e del nostro e ai cambiamenti in corso.
Spesso veniamo accusati di ‘isolazionismo’, di concentrarci solo sul nostro giardino e di ignorare gli interessi dell’intero paese. Ma noi sappiamo che non è così. La nostra non è indifferenza, è cura, è amore per il territorio che viviamo e per le radici che, con impegno, sono state piantate in queste terre. Ribadiamo che nessuno ha mai chiesto alla Val di Susa se quest’opera fosse desiderata. È stata imposta, con la scelta di distruggere anziché prendersi cura di ciò che c’era. Eppure, in ogni angolo di questa valle, il nostro è un grido di resistenza: vogliamo proteggere, non abbattere.




