
Il 28 gennaio, a Salbertrand, sotto la neve che non ha fermato ruspe e autogru, è stato inaugurato il nuovo ponte sulla Dora Riparia lungo la Strada delle Gorge. Un’opera presentata da Telt come “funzionale” e “necessaria”, ma che nei fatti rappresenta il tentativo di un nuovo passo nell’espansione del sistema dell’Alta Velocità. Il ponte collega direttamente l’autostrada A32 al cantiere operativo 10, aprendo la strada alla realizzazione del deposito dello smarino e della fabbrica dei conci.
Ancora una volta, dietro la retorica dell’efficienza logistica, si consuma l’ennesima trasformazione forzata del territorio. Salbertrand passo dopo passo viene inglobata nella mappa dei cantieri permanenti, con nuove servitù, aumento del traffico pesante e un impatto ambientale che si somma a quello già subito da molti altri luoghi in Valsusa. Un processo che ormai conosciamo bene: si parte da un “intervento tecnico”, si promette temporaneità e ci si ritrova con opere strutturali imposte dall’alto.
A fare da colonna sonora a questo avanzamento c’è la solita propaganda occupazionale. Secondo Telt, sull’asse Torino–Lione lavoreranno a breve oltre 4.500 persone. Numeri altisonanti sparati per legittimare ogni tipo di devastazione, mentre gli stessi promotori ammettono la difficoltà a reperire manodopera specializzata: fuochini, ferraioli, operatori di perforatrici. Tradotto: il lavoro non c’è, e quando c’è non è per il territorio. Si parla di formazione e certificazioni, ma si tratta di occupazione precaria, legata ai tempi del cantiere e spesso importata da fuori, utile solo a sostenere un’opera inutile.
Nel frattempo, Chiomonte continua a pagare dei prezzi tra i più alti. Durante un incontro nel cantiere, il sindaco Roberto Garbati ha ricordato una verità che la narrazione ufficiale cerca di cancellare: da oltre quindici anni un’area di altissimo valore simbolico, più grande del centro abitato, è sottratta alla collettività. Vigneti, terreni, sentieri e un sito neolitico comunale tutto sacrificato sull’altare del Tav. A questo si aggiungono le compensazioni fantasma: i 50 milioni promessi dallo Stato non compaiono nei bilanci. Insomma, oltre il danno pure la beffa.

Di fronte a tutto ciò, la risposta del governo, come spesso accade, si è appiattita su un piano di criminalizzazione del dissenso. Infatti, nei giorni scorsi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha colto l’occasione per rilanciare l’attacco al Movimento No Tav, definendo la Torino–Lione “un’opera strategica che non può restare ostaggio di chi pratica la violenza”. Un copione già trito e ritrito, che stigmatizza chi lotta per la difesa del proprio territorio e e riscrive la storia della Valsusa. Delmastro rivendica apertamente il decreto sicurezza, dichiarando che quelle norme sono “ispirate a quanto accaduto in Val Susa”: una vera e propria ammissione politica dell’uso della repressione come strumento per imporre l’opera.
Mentre si militarizzano i territori e si minaccia chi resiste, il Tav continua ad avanzare a colpi di conferenze dei servizi e decisioni prese lontano dalle comunità coinvolte. L’11 febbraio, alla Città Metropolitana di Torino, è in programma la Conferenza dei Servizi sulla tratta Avigliana–Settimo: un altro passaggio chiave per spingere avanti un progetto contestato, ignorando le opposizioni e i danni già evidenti.
Ponti, cantieri, autoporti, fabbriche dei conci, decreti sicurezza: la Torino–Lione non è solo un’infrastruttura, ma un modello di gestione autoritaria del territorio. Contro questa logica, la Val di Susa continua a resistere. E continuerà a farlo anche mentre, nelle stanze chiuse delle istituzioni, si tenta di decidere il futuro di un territorio non facendo i conti con chi lo abita.



