News — 18 gennaio 2015 at 11:51

Zerocalcare da Kobane in Val di Susa

Storie. Il fumettista romano per tre giorni è insieme agli attivisti No Tav. «Non c’ero mai stato, ma ogni angolo della Val Clarea mi sembrava di conoscerlo, di averlo già visto». Sui fatti di Parigi: «È stata una barbarie, ma un giornale, percepito come mainstream e realizzato da francesi bianchi, che ironizza sulla religione dei giovani delle periferie, non aiuta alla ricomposizione della frattura sociale»

È stato come riper­cor­rere alcune impronte sedi­men­tate nella mente. Il sen­tiero, i casta­gni, il tor­rente, la baita, il tra­lic­cio dove cadde Luca, le reti, l’area archeo­lo­gica della Mad­da­lena. Da Gia­glione a Chio­monte. «Non c’ero mai stato, ma ogni angolo della Val Cla­rea mi sem­brava di cono­scerlo, di averlo già visto. D’altronde, vivo som­merso dai rac­conti di com­pa­gni che in Val di Susa c’erano stati. Per me, che arrivo da una realtà urbana come Rebib­bia, è un posto con una natura stu­penda. L’altra fac­cia della meda­glia è, però, lo sfre­gio a cui ti trovi di fronte: il can­tiere dell’alta-velocità sotto l’autostrada. Una ferita». 

Ieri mat­tina, Zero­cal­care (pseu­do­nimo di Michele Rech), fumet­ti­sta romano, ha per­corso insieme ai gio­vani No Tav le strade della lotta con­tro la Torino-Lione. Per qual­che giorno è loro ospite a Bus­so­leno, per pre­sen­tare l’ultimo libro Dimen­tica il mio nome (Bao Publi­sing) e il repor­tage dise­gnato «Kobane Cal­ling» per Inter­na­zio­nale. Si ferma per tre giorni, al limite di quelle 72 ore da cui può sepa­rarsi dalla peri­fe­rica Rebib­bia, che per Zero­cal­care è più di un luogo dell’anima. «Al quarto giorno mi riem­pio di mac­chie rosse; in realtà in Kur­di­stan, tra i curdi che com­bat­tono con­tro l’avanzata dell’Isis, sono stato otto giorni e non mi sono sen­tito fuori dal mondo. Ho resi­stito senza l’ampolla con l’aria di Rebib­bia da pippare».

«Da ragaz­zino – rac­conta al tavolo della Cre­denza di Bus­so­leno, l’osteria ombe­lico della lotta No Tav – prima ancora che al mega-carcere, quando pen­savo al mio quar­tiere, pen­savo al capo­li­nea della metro­po­li­tana. A Rebib­bia non ci passi, non c’è niente, se non per incon­trare qual­cuno. Nasce, allora, in te un orgo­glio di appar­te­nenza. E, poi, chec­ché ne dicano gli altri, è un quar­tiere bel­lis­simo, tran­quillo con addi­rit­tura le palme.

Anche per que­sto motivo, è facile per me com­pren­dere la forte iden­tità dei ragazzi val­su­sini. Que­sta valle è un punto di rife­ri­mento per la dignità che ha espresso».
La scin­tilla per l’impegno poli­tico scattò in Michele, quando, a nem­meno 15 anni, nel 1998 sco­prì la lotta dei No Tav, ancora ai pri­mordi, a un con­certo, al Foro ita­lico, dei Chum­ba­wamba, band bri­tan­nica d’estrazione anarco-punk che sul finire dei Novanta rag­giunse l’apice del suc­cesso com­mer­ciale. «Erano in for­ma­zione ridotta per­ché la can­tante aveva la man­di­bola con­tusa per le botte prese dalla poli­zia a Torino, durante il cor­teo suc­ces­sivo al sui­ci­dio di Baleno in car­cere. Rimasi col­pito dalla vicenda. Da quella sto­ria in cui era imme­diato rico­no­scere la parte giu­sta, i Robin Hood». Venerdì pome­rig­gio, il Poli­va­lente di Bus­so­leno era stra­pieno. 400 per­sone sti­pate nel Pala No Tav, soprat­tutto ragazzi gio­va­nis­simi. «Oltre alla lotta, costruiamo momenti di socia­lità – spiega Erica del Kgn (Komi­tato gio­vani No Tav), una delle orga­niz­za­trici dell’incontro –, Michele ha accet­tato subito l’invito». Ha finito di auto­gra­fare e dise­gnare sui libri alle nove di sera. «In realtà – dice Zero­cal­care – mi aspet­tavo venti, trenta per­sone», sgra­nando gli occhi e non per finta mode­stia. Ancora non si capa­cità del suc­cesso che l’ha tra­volto: i suoi libri hanno ven­duto oltre 200mila. «È un sacco dif­fi­cile gestire que­sta situa­zione. Vivo con un com­plesso di infe­rio­rità verso il mondo».

A Kobane è andato, a set­tem­bre, con la «Staf­fetta romana», com­po­sta soprat­tutto da mili­tanti dei cen­tri sociali. In realtà, era a Meh­ser, lato turco. «Tipo Rebibbia-Santa Maria del Soc­corso, tre fer­mate di metro di distanza». Ne è nato uno straor­di­na­rio viag­gio a fumetti, che intrec­cia diversi regi­stri con la natu­ra­lezza che solo l’autore cono­sce: malin­co­nico, iro­nico, poe­tico e impe­gnato. «Mi ha stu­pito l’assenza di una rap­pre­sen­ta­zione o un richiamo alla vio­lenza, i bam­bini non gio­cano con le armi, i mani­fe­sti non si rifanno al culto mili­tare e i guer­ri­glieri sono quanto di più lon­tano ti aspetti. I gior­nali occi­den­tali ne rac­con­tano solo il lato fol­klo­ri­stico le donne guer­ri­gliere, ma non appro­fon­di­scono il modello Rojava, che le ha por­tate a difen­dere la loro terra, la stri­scia auto­noma divisa in tre can­toni, retta da un con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico basato sulla con­vi­venza etnica e reli­giosa, l’emancipazione fem­mi­nile e la redi­stri­bu­zione delle ricchezze».

Con Zero­cal­care, che è fran­cese da parte di madre, non si può non par­lare dei tra­gici fatti di Parigi, l’attentato ter­ro­ri­stico alla rivi­sta sati­rica Char­lie Hebdo. Nei giorni a ridosso degli eventi ha evi­tato qual­siasi dichia­ra­zione, ha stac­cato il tele­fono. «È una vicenda com­plessa, dif­fi­cile fare ragio­na­menti con 12 morti fre­schi. È una bar­ba­rie. Ma quel che è suc­cesso non è un pro­blema di libertà di stampa o di satira, bensì di un fasci­smo che sta pren­dendo piede nelle nostre peri­fe­rie e a cui biso­gne­rebbe met­tere un argine, come suc­cede a Kobane. In Fran­cia c’è un dibat­tito in corso sulla satira, che ritengo debba essere libera e senza cen­sura. Ma un gior­nale, per­ce­pito come main­stream e rea­liz­zato da fran­cesi bian­chi, che iro­nizza sulla reli­gione dei gio­vani delle peri­fe­rie, non aiuta alla ricom­po­si­zione della frat­tura sociale. Non basta dire che veniva rivolta anche ai cri­stiani. La satira è tale se va con­tro il potere».

Meh­ser vicino a Kobane, Bus­so­leno in Val di Susa e, ancora, Rebib­bia, dove è nato Dimen­tica il mio nome, romanzo gra­fico che rap­pre­senta forse il suo lavoro più maturo. Per la prima volta, Zero­cal­care tocca temi intimi e fami­liari con il solito mix di rea­li­smo, iro­nia e poe­sia. Affronta il suo com­plesso psi­co­lo­gico sul dolore degli altri e lo fa dopo il pianto della madre per la morte della nonna. «Ne ho ancora paura, il sen­ti­mento di repul­sione verso il dolore della madre è orri­bile. E mi è andato di rac­con­tarlo, per pro­vare a supe­rarlo, anche se non ci sono riu­scito. Pro­ba­bil­mente se ne hai così timore, hai paura di affron­tare il tuo dolore». Zero­cal­care, in bilico tra il ricordo dell’innocenza gio­va­nile e le dif­fi­coltà dell’essere adulto, va alla ricerca delle radici. E con la scan­sione in capi­toli, che iso­lano pic­cole sto­rie, dise­gnate in bianco e nero e mac­chiate tal­volta dal colore aran­cione, trova la giu­sta for­mula per un romanzo che ti tiene incol­lato pagina dopo pagina.

Zero­cal­care scrive, dise­gna ma ripete, ogni volta, di non essere mosso dal «sacro fuoco» dell’arte, pro­vato solo per il primo libro La Pro­fe­zia dell’Armadillo, quando volle fis­sare il ricordo di un’amica morta. In genere, in lui ci sono prin­ci­pal­mente l’esigenza di rac­con­tare e «quella di pagare le bol­lette». «Volevo fare il paleon­to­logo, mi pia­ce­vano i dino­sauri». Il G8 di Genova fu un’esperienza forte e intensa e da quel momento non ha più smesso di far fumetti. Dise­gna anche in Val di Susa. Lo farà, pure, di ritorno a Rebib­bia, que­sta sera.

Le foto della serata e della visita in Clarea

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