News — 5 febbraio 2010 at 14:06

Torino Lione: il miraggio del lavoro (da Lunanuova)

Tratto da Lunanuova del 5 febbraio 2010

Antonio Lazzaro:”La questione non è Si o No al Tav, ma dobbiamo lavorare”

[di MASSIMILIANO BORGIA] E’ rimasta l’unica grande ditta di costruzioni della valle di Susa. Anche perché dalla Italcoge di Susa, dei fratelli Antonio e Ferdinando Lazzaro, si diramano altre partecipate che operano in settori diversi e in mezza Europa ad iniziare da Franceter, azienda messa in piedi a Parigi perseguite il mercato delle grandi opere oltre- confine. Fanno parte del gruppo anche Italservizi, azienda che si occupa di servizi in generale, spe­cializzata nelle guardianie e posa in opera di segnaletica di cantiere e autostradale; la Italcar, officina autorizzata da Iveco per i veicoli commerciali e da Fiat e Lancia per le vetture, e infine anche la Imininvest, società immobiliare del gruppo.

Un giro potenziale di qualche centinaio di dipendenti; ma la crisi, anche qui, ha ovviamente costretto a tagliare nei rapporti di lavoro.

In valle di Susa ha costruito parti importanti dell’autostrada, la diga di valle Stretta, la pista di Guida sicura a Susa, l’acquedotto della Ramats, i piazzali per le Olimpiadi, solo per citare alcune opere. In cintura ha realizzato tra l’altro un centro commerciale a Collegno e ha svolto una parte dei lavori per la risalita meccanizzata del Castello di Rivoli.

Ma a oggi, il lavoro principale è fuori dalla valle di Susa. La Italco­ge è una delle ditte a lavorare per il Ponte sullo Stretto. Antonio Laz­zaro in questo anno di crisi passa quasi più tempo a Reggio Calabria che in valle di Susa. Lì si stanno preparando tutti i lavori accessori per il grande ponte. Ci sono da spostare svincoli autostradali e terminal ferrovia­ri. Ci sono da realiz­zare tutte le opere accessorie. Entrare in questo appalto “epocale” è stato più facile per via della presenza dei Lazzaro in Calabria già per altre opere importanti come un lotto del raddop­pio della Salerno- Reggio Calabria e diversi lavori per le amministrazioni locali.

«In valle abbiamo lavorato bene fino al 2006. l’anno delle Olimpiadi – ricorda Antonio Lazzaro, che per il suo impegno pubblico a Susa è anche uno dei personaggi più conosciuti della valle – Poi tutto finito. Rimangono piccole cose come i sovrappassi ferroviari o qualche lavoro per i comuni. Così abbiamo diversificato e soprattut­to siamo andati dove il lavoro c’è. Perché qui da noi stanno ormai chiudendo lutti e lavoro non ce n’è davvero più». Beh, dopo un’autostrada, l’allargamento  delle statali, le circonvallazioni, l’adeguamento della ferrovia, le opere olimpiche, cosa vi aspet­tavate ancora? «Infatti, questa è appunto una “valle”, uno spazio ristretto. Non ci sono le disponi­bilità di aree della pianura e non c ‘è la possibilità di sperare più di tanto in nuove grandi opere. Per ora in ballo c’è solo il raddoppio del tunnel del Frejus e la Torino- Lione». E l’acquedotto di valle… «Certo, anche l’acquedotto di valle».

La Italcoge è forse la ditta lo­cale più titolata ad aspettarsi di lavorare negli appalti che arrive­ranno dal Tav. Del resto, non solo lavora già per Rfi (sovrappasso di Sant’Antonino-Vaie) ma è entrata nel primo lavoro per la futura Tori­no-Lione: i sondaggi geognostici effettuati da Geo.mont. La notte del primo carotaggio a Susa i suoi mezzi senza il nome della ditta erano già sul posto prima dell’ar­rivo della trivella. E poi, di Tav la Italcoge ne ha già fatto un po’: un tratto nella zona di Chivasso per la nuova Torino-Milano insieme a una serie di lavori collegati alla linea che attraversa il Mugello.

Non è un mistero che lei, come altri imprenditori edili della valle, è un Sì Tav… «Oui la questione non è il Sì o il No al Tav. Qui il problema vero è il lavoro. Non mi importa se il lavoro si chiamerà linea ad alta capacità oppure qualcos’ altro. L’importante è che in questa valle in crisi arrivi nuovo lavoro. Per me non è una questio­ne ideologica. E’ per questo che non dico Sì Tav ma “Sì lavoro”, se in valle si vuole fare un’altra opera e non più la Torino-Lione per me va benissimo lo stesso, ci basta lavorare».

Ma lei ce l’avrà a morte con i No Tav… «Guardi per me i No Tav sono gente da rispettare.. Però hanno un grosso difetto: dicono sempre e solo No, e basta. Devono proporre delle alternative. Anche loro hanno buoni tecnici per individuare progetti diversi dal Tav che portino lavoro in valle, e allora propongano qualcosa di diverso».

Però, dica la verità, ha battuto il cinque quando ha sentito dei presìdi di Borgone e Bruzolo andati a fuoco… «Ma nemmeno per sogno. Non scherziamo, io questi gesti li condanno. Però non possono non sottolineare un fatto». Quale? «Che se sono riusciti a dargli fuoco è perché lì non c’era nessuno a presidiare. I No Tav disposti a opporsi davvero sono in pochi, e arrivano in gran parte da fuori valle».

Se si deve parlare di lavoro allora bisogna dire che anche voi, come tutti, la crisi la sentite adesso, nel 2010. I cantieri per la Torino-Lione partono, se tutto va bene, solo nel 2013… «Sì e nel frattempo si dovrebbero fare le piccole opere che non si fanno più. A Susa abbiamo lavorato per arginare la Dora. Andrebbe ripresa la costruzione degli argi­ni così come bisogna mettere in sicurezza tutti i torrenti laterali. Così, tra I ‘altro, si libera territorio per nuove costruzioni, spazi che oggi sono vincolati per il rischio ideologico».

Ma per voi che conoscete bene il meccanismo dei grandi appalti, sarà davvero così facile entrare nei cantieri della Torino-Lione? «Entrare in queste grandi opere non e’ facile per niente. Infatti non è affatto detto che il lavoro riman­ga tutto in valle, anzi, è più facile che accada il contrario. Io li vedo i colossi delle costruzioni in Italia: arrivano con i loro operai, con le loro baracche. Con i loro mezzi, si piazzano sul posto e non hanno nessun contatto locale». Perché? Non arrivano i subappalti? «Per­ché a loro conviene così. Hanno i loro addetti da fare lavorare e gli costa di meno. Poi è vero che possono arrivare dei subappalti. Io ho lavorato molto spesso in subappalto, come quando abbia­mo lavorato per la diga di Pont Ventoux, appalto dell ‘Astaldi. Ma nel subappalto sempre di più ti chiedono di fare il lavoro quasi gratis per il meccanismo dell’ ag­giudicazione al massimo ribasso. Chi vince una gara in questi tempi magri è perche’ ha offerto un ribas­so d’asta spaventoso. Allora, se non ho lavoro accetto un subap­palto che per forza sarà a prezzo ulteriormente molto più basso: ma se lavoro in altre zone d’Italia mi conviene stare ad aspettare questi subappalti delle briciole?».

Allora è vero che è meglio per tutti il meccanismo dell’offerta economicamente più vantaggiosa, dove si va a guardare anche la serietà della ditta, la sua solidità, la sua professionalità, oltre al ribasso… «No. io preferisco il ribasso d’asta perché almeno quello è un criterio certo. Chi fa il prezzo più basso si prende il lavoro. Tutti gli altri criteri sono troppo soggetti alle valutazioni di chi apre le buste».

Eppure a furia di chiedere di «fare lavorare le ditte della val­le», la politica sembra disposta a blindare gli appalti Tav a favore delle aziende valsusine come la vostra… «Spero che sia così, ma lo devono fare per legge altrimenti è tutto falso. Se non ci sarà una norma a dirlo, le imprese della valle non riusciranno a lavorare con il Tav. Non è che chiediamo di fare tutto, ma almeno una parte del lavoro deve restare qui. Ma questo deve essere imposto nel capitolato». Si dice che vi dovre­ste consorziare per vincere i futuri appalti. Si parla di aggregazioni tipo le Associazioni temporanee d’impresa… «Certo che si può fare un’ Ati. Ma in questo caso, visto che in valle potremmo essere noi l’azienda capofila, con chi la farei questa Ati? Qui stanno chiudendo tutti».

Durando : i cantieri non porteranno benefici

«Sono contrario all‘opera, la mia ditta non parteciperà agli appalti»

[di Claudio Rovere] Non tutti gli imprenditori nel campo dell’edilizia, del movimento terra e delle escavazioni stanno aspettando come la manna dal cielo i cantieri dell’alta velocità. Anzi, ce ne sono alcuni che fanno parte attiva del movimento No Tav e che sono spesso in prima linea nei presidi e nelle manifestazioni. E’ il caso di Fulvio Durando, 52 anni, sangioriese, della “Mistral”, una ditta che si occupa di escavazioni e movimento terra e che è erede di una delle storiche imprese valsusine del settore, quella creata dal padre Costantino, il popolare “Tantin”, mancato alcuni anni orsono.

«La prima macchina escavatrice mio padre l’ha acquistata nel 1960. quando io ero bambino», ri­corda Fulvio, che è anche consigliere comunale di minoranza a San Giorio, dove abita con la moglie Betty Gonella ed il figli Stefano e Fabio in una villetta ai piedi della chiesa parrocchiale, eletto in una lista civica con forte caratterizzazione No Tav. «Sono sempre stato contrario alla linea ad alta velocità e 1 ‘attivismo mio e della mia famiglia si è rinforzato nell’autunno caldo del 2005, con la militarizzazione della valle, e posso dire con certezza che se, fosse ancora vivo mio padre Tantin la penserebbe esattamente come me, quelle che ci raccontano sul lavoro che arriverà e sulle ricadute economiche del Tav sulla valle sono delle belle frottole a cui io non credo più e che sono anche stufo di sentire in bocca al politico di turno».

Però il settore, soprattutto in valle, è in crisi, come testimoniano le chiusure di due attività di medio-grandi dimensioni come “Foglia” e “les”. «Che ci sia crisi, e crisi nera è sotto gli occhi di tutti, non si può negare, ma da questo a dire che i cantieri dello Torino-Lione possano rappresentare il toccasana per tirare fuori dalle sabbie mobili il nostro settore ce ne passa. anche perché la crisi è adesso non nel 2013; piuttosto andrebbero cercate le vere radici di questa situazione, molte aziende non reggono perchè quando si lavora con enti come Provincia e Regione, gli stessi che cavalcano con tanta energia alla guida della lobby del Tav, i pagamenti spesso vengono saldati dopo due anni, anche due anni e mezzo, ed in piena congiuntura sfavorevole globale, questo è il colpo di grazia per molti».

La verità, precisa Durando, è che la valle è ormai satura a livello edilizio e di infrastrutture. «Il territorio è stato in gran parte consu­mato e il problema è che molte delle imprese arrivate da fuori per i lavori dell’autostrada alla fine sono diventate stanziali in valle, quindi i lavori sono sempre meno e i potenziali esecutori sempre di più, è una situazione che non può durare e che neppure i cantieri Tav potranno contribuire a risolvere, non si può andare avanti a fare inutili buchi soltanto per lavorare». Ma il settore delle costruzioni un po’ di giovamento potrebbe comunque trarne… «Beh sì, però saranno i soliti pochi fortunati e con gli agganci giusti a poterne approfittare, io non parteciperò a prescindere. Ma i “piccoli come me e come molte altre imprese valligiane ne resteranno comunque fuori.In una logica di costi/benefici è una grande opera del tutto inutile anche per il settore in valle di Susa, non parliamo poi del salumiere di Susa o del cassintegrato della Vertek, che questi fantomatici benefici non li sfioreranno neppure».

Ma un piccolo imprenditore del ramo come fa a sopravvivere oggi, senza grandi cantieri? «Lavoro con i privati,  con i Comuni. Lo faccio in modo serio e per il momento resto a galla». D’altronde l’ esperienza con altre “grandi opere” valsusine è stata negativa per la Mistral. «Una per tutte, il liceo scientifico di Bussoleno – ricorda – ci ho lavorato parecchio e poi la ditta principale improvvisamente è sparita, svanita nel nulla, come i compensi dovuti a noi e agli altri che avevano lavorato nel cantiere in subappalto, quei soldi non li ho ancora visti e non li vedrò mai». E se le sirene degli appalti Tav dovessero farsi più insistenti ed ammalianti fra qualche anno? «Ripeto non parteciperò, lo posso garantire e poi – scherza, ma non troppo – non si arriverà mai ad aprire i cantieri e all’ epoca spero di essere già in pensione». Poi. facendosi più serio: «Non posso pensare soltanto a me, al presente, al futuro più immediato. devo farlo con un occhio ai miei figli, che per, fortuna loro hanno scelto altre strade, ai miei nipoti. Non posso permettermi di lasciare loro in eredità una valle con anni di cantieri, depressa e stravolta».

Lazzaro+Durando