News — 11 giugno 2011 at 17:06

Tav, isolare chi minaccia di sparare (ma anche chi spara sulla croce rossa)


“Una cosa sono le scritte sui muri, un’altra cosa è il volantino recapitato ieri in varie copie con l’accompagnamento di un proiettile e rivolto a Stefano Esposito e Giorgio Merlo del Partito democratico. La concretezza della minaccia impone un salto di qualità anche nella risposta. Non bastano più la semplice presa di distanza o la rituale solidarietà ai due minacciati. Il volantino, il proiettile, le insinuazioni sulle vite private e gli affetti famigliari ricevuti ieri da Esposito e Merlo ci riportano direttamente al clima degli anni ‘70, sia detto senza retorica e senza luoghi comuni. L’espressione «…se queste condizioni non verranno accolte provvederemo noi con un’azione diretta a eseguire la sentenza» ricalca quasi alla lettera il fatidico ultimo comunicato con il quale le Br annunciavano la fine di Moro: «…eseguendo la sentenza…» Il che vuol dire che gli odierni «partigiani valsusini» del «comitato 8 dicembre» che ha firmato il volantino di ieri hanno nella testa e nei nervi la stessa cultura e lo stesso progetto dei brigatisti assassini”. Questo l’attacco del fondo pubblicato ieri su “La stampa”, e un commento non firmato di questo tenore, di regola, va attribuito al Direttore. Nonostante il paragone sia così palesemente esagerato da indurlo a mettere un po’ le mani avanti, se è Mario Calabresi ad averlo scritto (o fatto suo) non ci sarebbe da scandalizzarsi più che in altre analoghe occasioni : intendo dire che se io fossi uno cui da ragazzo i terroristi (mandati o no da Adriano Sofri) uccisero il padre poliziotto vivrei sicuramente e legittimamente nell’ossessione che certi fatti possano ripetersi e sarei molto meno equilibrato di quanto lui ha mostrato di esserlo (e incomparabilmente più di ieri) quando ne ha scritto nei suoi libri o in molti articoli. (Anche se sarebbe comunque auspicabile che provasse a documentarsi meglio prima di attribuire patenti brigatiste ai partigiani e al comitato 8 dicembre che in Valle esistono (per fortuna) ancora e davvero e che ovviamente nulla hanno a che fare con chi ne ha male adoperato il nome). Ma quello che trovo davvero inaccettabile nel commento alla notizia di una seconda e più inquietante lettera corredata di pallottola indirizzata ad Esposito  è il dare per certo – a indagine appena avviata – non solo che la cosa possa avere come origine la nostra lotta, nonostante abbia alle spalle oltre 20 anni di percorso ineccepibilmente democratico e nonviolento, ma che la stessa possa star degenerando solo ed esclusivamente per colpa dei cittadini (e degli amministratori?) della Valle di Susa in una “congerie ribellistica” di cui il passo verso la lotta armata è la diretta e inevitabile conseguenza. L’attuale direttore de “La Stampa” faceva – credo – l’inviato negli USA per Repubblica quando i “lupi grigi” firmavano lettere se possibile più deliranti e preoccupanti di quella indirizzata ad Esposito. Ma un direttore di un grande quotidiano (che ha appena messo on line l’intero archivio storico) non dovrebbe avere soverchi problemi a chiedere a qualche collaboratore di rispolverare le inchieste di magistratura dell’epoca, gli articoli del giornale che oggi dirige ma anche della redazione torinese di quello per cui lavorava allora e qualche registrazione di telegiornale “provinciale” e nazionale in occasione degli “attentati” che ebbero più risonanza: bombe carta fatte esplodere presso ripetitori TV o telefonici, bombole del gas o canalette di cemento lasciate lungo la ferrovia o sui binari, esplosivi e armi belliche fatti ritrovare sotto i piloni dell’autostrada, proiettili inviati a vari indirizzi tra cui anche a un magistrato inquirente ecc.
Io che non ho a disposizione tutto quel che può avere lui faccio ricorso alla mia memoria, per cui potrei anche sbagliare, ma la sicurezza con cui veniva attribuito alle “frange estreme” del movimento No Tav d’essersi inventati la sigla “lupi grigi” e le lunghe e vaste indagini avviate all’epoca non ressero la maggior parte degli atti processuali istruttori. E per quanto riguarda i casi in cui fu ricondotta agli anarchici suicidi  “Sole e Baleno” la responsabilità di due o tre di quei fatti, la pubblica accusa non superò l’appello. Non solo, ma il proiettile inviato a un magistrato in quegli stessi anni è da ascrivere senza ombra di dubbio a un sotto-ufficiale della polizia giudiziaria che patteggiò al processo e che – se non sbaglio – era lo stesso che fece ritrovare gli esplosivi sotto un viadotto autostradale (o compariva magicamente dopo quasi tutti gli “attentati” dei lupi grigi).
Io credo che pochi movimenti come il “nostro” abbiano dimostrato in questi lunghi e difficili anni di avere anticorpi verso qualunque forma di avventura. Difese immunitarie che sarebbe bello fossero presenti in maniera almeno proporzionale tra i politici, i magistrati, le forze dell’ordine e i giornalisti di questo tormentato paese.
E – nonostante quanto appena detto – ho fiducia che giudici , poliziotti e carabinieri (se non distolti dai compiti più importanti e delicati per cui sono pagati dalla collettività) possano (sta volta con più celerità e successo) individuare esecutori e MANDANTI delle deliranti missive di accompagnamento dei bossoli indirizzati agli esponenti PD /Si Tav.
Ma mi permetto anche di dirmi convinto che fondi come quello comparso su La stampa non solo non vadano nella direzione auspicata da chi l’ha scritto, ma paradossalmente, nella direzione opposta. Perché se si può sottoscrivere con l’autore che “l’intera vicenda della linea Torino-Lione è già di per sé una sconfitta del sistema Italia e i primi responsabili sono stati i governi che non hanno mai saputo trasmettere né il senso di un’opera fondamentale per il futuro del Paese e di questa regione né preparare in modo trasparente l’avvio dei lavori”(salvo chiedersi se ciò fosse oggettivamente possibile) è inaccettabile per chi come noi da 20 anni ha esaminato con rigore e meticolosità ogni singolo elaborato progettuale partecipando a tutte le riunioni istituzionali ovunque a da chiunque convocate affermare con faciloneria che “ora che con l’Osservatorio guidato da Mario Virano un percorso trasparente di dialogo sul territorio è stato compiuto e le garanzie ambientali sono assicurate, tocca allo Stato fare in modo che i lavori vengano realizzati nell’interesse collettivo”.  Ma di quale percorso trasparente e di quali garanzie ambientali (e procedurali, ed economiche) si sta parlando: di quelle propagandate sui giornali o di quelle reali (o davvero credono alle veline che pubblicano?). Ma di quale coinvolgimento si parla se gli enti locali ammessi alla fase decisiva del “percorso di Virano” sono stati solo ed esclusivamente quelli che si sono dichiarati a priori favorevoli all’opera e non ne sono – nella stragrande maggioranza) toccati? E ci si può davvero chiamare fuori dalla drammatizzazione dello scontro in atto (sia che le missive provengano da “noi antagonisti” che – diciamo per eccesso di zelo – da qualche servizio deviato) quando si da licenza di scrivere un giorno si e un giorno anche che tutti i problemi sono o saranno risolti mentre basterebbe leggere le prescrizioni del CIPE (e proprio a riguardo del tunnel geognostico della Maddalena di Chiomonte!) per farsi perlomeno una idea problematica della liceità dell’avvio dei lavori entro gli ultimatum a geometria variabile della UE?
Non si può versare un giorno si e un giorno anche benzina sul fuoco e poi lamentarsi se l’incendio diventa indomabile: si rischia di passare alla storia (perché prima o poi qualcuno questa storia la scriverà quando finalmente gli interessi saranno in un modo o nell’altro stati tacitati) come quei forestali della Sila che erano i primi a gridare “al fuoco “ dopo averlo appiccato e col solo scopo di garantirsi lo stipendio.
Claudio Giorno