News — 9 novembre 2011 at 22:31

Simona Baldanzi descrive la vita disumana degli operai nei cantieri Tav

da improntalaquila.org

“Da quando sono piccola non ho passato un giorno della mia vita senza un cantiere. Ho visto il grigio del cemento mescolarsi al verde con sempre più insistenza”. Prima la diga di Bilancino, poi l’Alta Velocità, quindi la Variante di valico e la terza corsia dell’autostrada. “A pensarci oggi, dopo tutte quelle domeniche, non potevo crescere indifferente ai cantieri”. Simona Baldanzi non si è accontentata di soffiare sul vento delle proteste e sbandierare lamentele. Per denunciare le ferite aperte del Mugello, dopo un’esistenza trascorsa tra tappeti di polvere e cascate di cemento, ha scelto di penetrare la pancia delle grandi opere che si innalzavano attorno a lei con sempre più insistenza attraverso ‘Mugello Sottosopra: tute arancioni nei cantieri delle grandi opere’ (edizioni Ediesse, pag. 280).

Visto da dentro, il cemento assume tutto un altro aspetto: il grigio è ancora più grigio, l’alienazione è ancora più soccombente. Ma soprattutto, c’è tanta solitudine. La solitudine di chi edifica il progresso dell’Italia, protagonista dello sviluppo ma condannato a se stesso. Dovrebbero essere trattati come eroi, finiscono invece stritolati dalle macchine o alcolizzati in pieno giorno. Sono gli instancabili lavoratori-formica che si aggirano tra i cantieri delle grandi opere degli Appenini dell’Italia centrale. E’ a partire dalla loro umanità svuotata che Baldanzi ripercorre la storia dell’Alta Velocità. Baldanzi attraversa quella barriera insormontabile che sembra dividere le vite degli operai dell’Alta Velocità e quelle degli abitanti del Mugello.

Scorrendo le pagine di questo libro si scopre un universo inimmaginabile, dove gli operai vivono giorno e notte, notte e giorno. Per mesi, spesso anni. Senza mai uscire, mangiando in squallide mense e in container fatiscenti. Lontano dalle proprie famiglie, visto che gran parte degli operai proviene dal Mezzogiorno. “Un campo lager. Qua è peggio… siamo considerati macchine da lavoro, non esiste la considerazione dell’uomo” dice un lavoratore del campo base di Scarperia. “Qui siamo in un ovile” dice un altro. E poi: “La baracca è un forno. Non si riesce a riposare. E gli impiegati hanno aria condizionata e frigorifero”. In molti piangono, non soltanto per le condizioni in cui vivono, ma soprattutto quando leggono o guardano la televisione a causa della non abitudine alla luce. Naturale, visto che trascorrono dieci ore al giorno dentro oscuri tunnel sotterranei che si diramano nel ventre delle montagne per chilometri e chilometri.

Il libro, che offre documenti e informazioni dettagliate anche sull’intero progetto dell’Alta velocità appenninica, si sviluppa a partire dalla tesi di laurea dell’autrice. “Mentre prendevo coscienza che il mio territorio era danneggiato irrimediabilmente – scrive Baldanzi – decisi che la tesi l’avrei fatta sui lavoratori. Nelle gallerie rimanevano invisibili proprio come le falde e, forse, proprio perché nessuno li prendeva in considerazione, erano a rischio anche loro”.