News — 8 marzo 2012 at 11:59

NON NELLE MANI DI NAPOLITANO

Con non più di tre laconiche parole: “Non mi compete”, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rifiutato ieri di incontrare i sindaci della Val di Susa contrari all’Alta Velocità.

Gesto per alcuni scandaloso, per altri prevedibile, per altri ancora corretto: ma senza dubbio, dopo mesi di tensione crescente tra la comunità valsusina e lo Stato sull’inizio dei lavori dell’opera, in cui l’incapacità di dialogo politico è stata compensata con prestazioni muscolari di ordine pubblico, e dopo l’inasprimento dello scontro in seguito alla caduta di Luca Abbà, l’opinione pubblica democratica che segue con apprensione la vicenda e riponeva delle speranze nell’intervento del Presidente Napolitano è stata delusa.

 

Attorno alla prima carica dello Stato si sono condensate negli ultimi tempi le aspettative di una buona parte di questo paese provato dall’avanzare della crisi, insieme economica e delle istituzioni rappresentative: ovvero, dall’incapacità della politica – dei governi eletti – di difendere i cittadini dall’incertezza nel futuro e dalla povertà. In questo clima di sfiducia e confusione generalizzati a molti è sembrato che il Presidente fosse l’unica figura adeguata ad incarnare, attraverso atti di decisione drastici rispetto alle vicende politiche, la sovranità e il potere dello Stato; e che potesse in questo modo anche catalizzare e rappresentare una volontà popolare tradita dai suoi rappresentanti regolari. C’è chi ha creduto – e chi ha voluto farci credere – che costringendo l’impresentabile Berlusconi alle dimissioni Napolitano abbia “liberato” l’Italia, e che trattando direttamente con Merkel e Sarkozy l’instaurazione del governo Monti (composto da persone serie, non erotomani, che sanno parlare in italiano e a volte piangono anche) ci abbia ricondotto nell’alveo rassicurante della “normalità” politica, tutelando il nostro sistema dai rischi spaventosi del default.

Il Presidente è assurto così alla gloria politica come pater familias della nostra Repubblica, severo ma giusto, circondato da un’aura quasi salvifica, e in questa veste depositario e custode dell’ ”interesse generale” in nome del quale l’attuale esecutivo dei professori ha mandato per governare.

Una montatura retorica che va in frantumi alla prova dei fatti: vediamo come.

 

Napolitano ha ritenuto fosse di sua competenza qualche mese fa mandare a casa un governo di arraffoni incompetenti (che, sia ben chiaro, qui nessuno rimpiange) e, scavalcando qualsiasi tipo di procedura democratica e legittimazione popolare, nominarne un altro, di tecnici ovvero banchieri e professionisti della speculazione, più efficace e risoluto nel sottomettere l’Italia ai diktat della BCE e delle agenzie di rating (che per chi non l’avesse ancora capito, vuol dire spingerci direttamente nel baratro Grecia). Operazione tutt’altro che neutrale, “dovuta” (all’Europa) o “tecnica”: si è trattato della decisione consapevole e assolutamente politica di impacchettare una volta per tutte il nostro paese all’interno delle stesse logiche di potere incontrollato della finanza e mancanza di tutele per i cittadini che hanno provocato la crisi attuale, di sacrificare i diritti delle persone al profitto di banche e grandi gruppi d’affari. Molti lo hanno allora salutato come “salvatore della patria”; altri, meno ingenui, hanno letto in questo processo di sospensione delle procedure democratiche a vantaggio delle banche i segni di una “rivoluzione dall’alto”1, ovvero di una tendenza politica europea a gestire la crisi con metodi autoritari e in senso conservatore.

Non a caso, non è ora invece competenza di Napolitano incontrare i sindaci No Tav, aprire finalmente un canale vero di confronto istituzionale rispetto ad una situazione esasperata, esaminare le ragioni per cui la popolazione della Val di Susa e non solo (i sondaggi dicono che circa il 44% degli italiani è contrario alla realizzazione del TAV) si oppone ad un enorme spreco di denaro pubblico che grava sul debito, ad infiltrazioni mafiose, alla devastazione ambientale. “Le decisioni sono già state prese”, e l’eroe nazionale si guarda bene dal disturbare gli affari che, dall’Intesa San Paolo di Passera alle cooperative rosse di Bersani, tengono unita la “grande coalizione” di supporto al governo Monti.

 

Morale della favola: per il Presidente alla politica – al dialogo, alla mediazione, alla decisione – hanno diritto solo alcuni: le banche, i finanzieri, i grandi imprenditori (sebbene in odore di mafia). Per tutti gli altri, ad esempio per degli amministratori onesti che cercando di difendere il territorio e il futuro dei propri cittadini, e insieme a loro provano a costruire una via di uscita dalla crisi che non sia solo lacrime, sangue e devastazione, c’è la polizia.

Per dei tecnici (e non pochi: 360!) che danno ragione alle persone e all’ambiente, e non alle lobby speculative, non c’è posto attorno a nessun tavolo. Il sapere, per il Quirinale, o è delle banche o non è.

Sovente in questi anni la popolazione della Val di Susa che si oppone alla costruzione del TAV è stata accusata di violenza, oltranzismo e irrazionalità, di incubare e diffondere un caos che minerebbe alla radice le limpide procedure democratiche. Queste accuse, o meglio, queste diffamazioni, omettono volutamente dei dati di realtà: l’impressionante attacco militare preventivo (cioè precedente ogni effettivo scontro) che lo Stato ha mosso al movimento No Tav, già dal 2005; la chiarezza e la profondità delle ragioni contro l’Alta velocità, continuamente diffuse dal movimento ma sistematicamente ignorate dalle Istituzioni e dai media mainstream, in spregio ad ogni nozione liberale di dibattito pubblico e libertà di stampa; e il fatto che nella battaglia su questa opera è in gioco l’esistenza stessa della Val di Susa, ovvero la possibilità, per i suoi abitanti, di una vita dignitosa, degna, felice – esattamente ciò che le Costituzioni moderne sono nate per garantire.

Ora, quando a una comunità che deve lottare per la sua sopravvivenza e chiede ascolto, lo Stato nega ogni spiraglio e oppone un muro, chi è che spinge verso il nichilismo? A chi la responsabilità di innescare la violenza?

Il rifiuto ai sindaci della Val di Susa fa cadere la maschera rassicurante dell’Istituzione super partes garante della democrazia e della sovranità popolare; il Presidente è in mutande, il pater familias si svela per quello che è: un padre padrone, disposto a schiacciare senza indugi un pezzo di Italia in nome di interessi chiaramente di parte, chiaramente di parte speculativa e mafiosa.

Per chi invece è rimasto deluso da Napolitano: forse è ora di farsi qualche domanda, e una passeggiata in Val di Susa.

1Etienne Balibar, “Una sovranità chiamata debito”, il manifesto 25.11.11