post — 14 ottobre 2015 at 17:47

Val di Susa, tre processi che parlano dell’Italia

Di Livio Pepino – Il Manifesto – CI sono, in que­sto scor­cio di autunno, fatti con­ver­genti che riman­dano a diversi modi di governo della società, pur occul­tati sotto scelte defi­nite tec­ni­che. Il luogo in cui acca­dono è, ancora una volta, la Val Susa, pic­colavalle alpina che appare sem­pre più, nel bene e nel male, labo­ra­to­rio della vicenda poli­tica dell’intero Paese. Domani ini­zierà – evi­dente acca­ni­mento accu­sa­to­rio – il pro­cesso d’appello a 4 mili­tanti No Tav, assolti in primo grado (dopo 1 anno di car­cere in iso­la­mento), dall’accusa di atten­tato per fina­lità ter­ro­ri­sti­che in rife­ri­mento a un «assalto» al can­tiere di Mad­da­lena di Chio­monte con incen­dio di un com­pres­sore (senza alcun danno alle persone).

Quat­tro giorni dopo sarà il Tri­bu­nale di Torino a pro­nun­ciarsi nei con­fronti dello scrit­tore Erri De Luca, tratto a giu­di­zio – moderna ver­sione di cac­cia alle stre­ghe – con l’accusa di isti­ga­zione a delin­quere (sic!) per avere dichia­rato in una inter­vi­sta: «La Tav va sabo­tata. Ecco per­ché le cesoie ser­vi­vano: sono utili a tagliare le reti». Dal 5 all’8 novem­bre poi – ine­dito cam­bio di regi­stro – sarà il Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli (orga­ni­smo di opi­nione erede del Tri­bu­nale Rus­sel) ad occu­parsi, a seguito di un ricorso del Con­tros­ser­va­to­rio Val­susa e di alcuni ammi­ni­stra­tori della Val Susa, in sin­to­nia con il Movi­mento No Tav, della vicenda del treno ad alta velo­cità Torino-Lione e a dire se in essa ci siano state e ci siano vio­la­zioni di diritti fon­da­men­tali di sin­goli e della comu­nità della Val Susa da parte degli enti pro­mo­tori dell’opera e delle appo­site società di attua­zione, del Governo ita­liano (in par­ti­co­lare nelle per­sone di alcuni fun­zio­nari pre­po­sti alla rea­liz­za­zione), della Com­mis­sione peti­zioni del Par­la­mento euro­peo e del coor­di­na­tore dell’Unione euro­pea per il Cor­ri­doio mediterraneo.

Vicende pro­fon­da­mente diverse tra loro da cui tra­spa­iono, come si è detto, due diverse con­ce­zioni del governo della società e dei feno­meni sociali. C’è, da un lato, l’idea – pro­pria dei poteri forti e assai dif­fusa, oltre che nella poli­tica, anche nella magi­stra­tura – che le società si gover­nino in modo cen­tra­liz­zato e auto­ri­ta­rio, con la stessa logica con cui si gover­na­vano un tempo le colo­nie, e che il con­fitto sociale sia un ele­mento di disturbo inac­cet­ta­bile pra­ti­cato da «nemici» meri­te­voli solo di repres­sione. Ne è corol­la­rio una sin­go­lare con­ce­zione della vio­lenza, rite­nuta per defi­ni­zione estra­nea ai com­por­ta­menti delle isti­tu­zioni (anche i più arbi­trari e lesivi di diritti fon­da­men­tali: alla salute, al lavoro, alla stessa vita) ed enfa­tiz­zata in modo abnorme nelle con­dotte di chi si oppone alle pre­va­ri­ca­zioni e in difesa dei pro­pri diritti.

Solo così si spiega l’insistenza nel soste­nere l’accusa di ter­ro­ri­smo, all’evidenza abnorme, a fronte di un fatto cer­ta­mente ille­cito ma di dimen­sioni mode­ste, come rico­struito dalla Corte di assise di Torino, nella sen­tenza di primo grado, con parole di ele­men­tare buon senso («pur senza voler mini­miz­zare i pro­blemi per l’ordine pub­blico cau­sati da que­ste inac­cet­ta­bili mani­fe­sta­zioni, non si può non rico­no­scere che in Val di Susa — e a for­tiori nel resto del Paese — non si viva affatto una situa­zione di allarme da parte della popo­la­zione e se il con­te­sto in cui maturò l’azione (degli impu­tati) non era ogget­ti­va­mente un con­te­sto di par­ti­co­lare allarme, nep­pure l’azione posta in essere rive­stiva una «natura» tale da essere ido­nea a rag­giun­gere la con­te­stata fina­lità»). E solo così si spiega l’accusa di isti­ga­zione al sabo­tag­gio, pres­so­ché ignota nella sto­ria della Repub­blica, pre­lu­dio – se si seguisse tale impo­sta­zione – al rogo di intere biblio­te­che, col­pe­voli di acco­gliere cele­brati volumi di teo­ria poli­tica ben più «incen­diari» delle parole di De Luca.

C’è invece, dall’altro lato, l’idea – su cui si fonda il ricorso al Tri­bu­nale dei popoli – che le grandi opere e le pra­ti­che che le accom­pa­gnano, in Val Susa e nel mondo, non esau­ri­scano i loro effetti nella costru­zione di un mega­ponte o nel tra­foro di una mon­ta­gna o nell’abbattimento di una fore­sta ma inci­dano sui mec­ca­ni­smi com­ples­sivi di fun­zio­na­mento delle isti­tu­zioni e della stessa demo­cra­zia; che i diritti fon­da­men­tali delle per­sone e dei popoli siano più impor­tanti della pre­tesa di auto­no­mia da ogni vin­colo dell’economia (e, per essa, dei deci­sori poli­tici, delle imprese, dei grandi gruppi finan­ziari); che – come ha scritto G. Zagre­bel­sky – «nes­suna vota­zione, in demo­cra­zia (salvo quelle riguar­danti le regole costi­tu­tive o costi­tu­zio­nali della demo­cra­zia stessa) chiuda defi­ni­ti­va­mente una par­tita» e che quella evo­cata da una tale con­ce­zione «sarebbe sem­mai demo­cra­zia asso­lu­ti­stica o ter­ro­ri­stica, non demo­cra­zia basata sulla libertà di tutti»; che per le deci­sioni delle isti­tu­zioni e di chi le ammi­ni­stra non possa esserci una garan­zia di impunità.

Nel giro di poco più di un mese que­sti pro­cessi si con­clu­de­ranno e le loro con­clu­sioni – pur di diverso peso isti­tu­zio­nale (ché la sen­tenza del Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli, qua­lun­que essa sia, avrà effetti cul­tu­rali e poli­tici ma non giu­ri­dici) – pese­ranno sul futuro del Paese e delle sue poli­ti­che. Intanto in Val Susa i lavori del Tav assu­me­ranno sem­pre più i tempi e le moda­lità della auto­strada Salerno-Reggio Cala­bria men­tre con­ti­nuerà – con la con­sueta deter­mi­na­zione – l’opposizione di una comu­nità che non ha alcuna inten­zione di ras­se­gnarsi (nell’interesse pro­prio e dell’intero Paese.