editoriale, post — 17 agosto 2012 at 23:41

Val Clarea, 17 agosto, ore 4.00: il filo spinato viene giù

Nella notte tra il 16 e il 17 agosto un centinaio di No Tav ha colto di sorpresa, per la seconda volta, le truppe d’occupazione che presidiano il cantiere-fortino in Val Clarea. Verso le 4.00 di notte, sbucando dai boschi di Giaglione, giunti da sentieri resi più scuri dall’assenza di luce lunare, hanno lanciato all’improvviso il coro “Giù le mani dalla Val Susa” e iniziato una battitura sui New Jersey, accompagnata da un copioso taglio del filo spinato soprastante, utilizzando tronchesi e cesoie. Il filo spinato, che Ltf acquista direttamente dallo stato simbolo dell’occupazione militare nel mondo, Israele, è espressione pratica e visiva della violenza e della brutalità di governo e polizia nella valle, oltre che della debolezza di un sistema politico-istituzionale sempre più delegittimato e in crisi, costretto a ricorrere alla fortificazione delle proprie “opere” per tentare di convincere la gente della sua capacità di realizzarle nonostante il dissenso. Già durante la notte dei fuochi del 14 agosto il muro che difende parte del cantiere era stato danneggiato con l’apertura di un varco; la scorsa notte un’azione più rapida ha portato ancora un po’ più avanti il lavoro.

Quando i compagni sono arrivati nei pressi della baita hanno trovato pochi celerini stupiti e quattro o cinque militari accovacciati ai loro Lince, che, evidentemente colti alla sprovvista, hanno iniziato (soprattutto i primi) ad agitarsi senza costrutto nell’area retrostante la baita, e a proteggersi con gli scudi da pietre che non sono mai state loro lanciate. Il movimento decide quando e come usare i suoi strumenti e le sue energie, collettivamente, e porta a termine i suoi attacchi al cantiere nonostante la militarizzazione asfissiante dell’alta valle e i tentativi del nemico di capire e prevedere le sue mosse. Questa capacità di organizzazione e questa virtù dell’imprevedibilità spaventano il fronte Sì Tav almeno quanto il grado di consenso che le azioni dirette riscuotono sul territorio.

Dopo i danni al cantiere e alle truppe occupanti inflitti a luglio, ad agosto la questura di Torino ha giocato la carta del terrorismo psicologico e dell’abuso giuridico costante, attuando una sorta di cordone repressivo attorno al campeggio del presidio Gravella, a Chiomonte. Le azioni delle ultime settimane, compresa quella della scorsa notte, sembrano suggerire che tale strategia non ha sortito alcun effetto. Forse è anche per questo che i media prostrati alle lobbies del Tav, di fronte alle azioni contro il cantiere e contro la militarizzazione (diverse azioni notturne, ma anche la vivace protesta sotto la caserma dei carabinieri di Susa, alcuni giorni fa) hanno preferito, alla nostra denigrazione, il semplice silenzio. Troppo triste ammettere che neanche la carta delle identificazioni di massa e dei posti di blocco stradali a ripetizione ha pagato? Forse per questo, La Stampa e La Repubblica dedicano in queste ore i loro articoli ai 30 fogli di via che sono in corso di notifica ad altrettanti No Tav, magari sperando che questa sia la soluzione, che l’espulsione degli oppositori al supertreno dalla valle, per mezzo di tali provvedimenti amministrativi, possa disincentivarli dal tornare sul luogo del dissenso.

Ma non è stato, non è e non sarà così. Tanti sono i fogli di via notificati nell’ultimo anno, già stracciati platealmente in faccia alle forze dell’ordine in più occasioni. La stessa fine faranno queste nuove scartoffie, la cui “giustificazione” poliziesca parla già abbastanza chiaro: la protesta contro il treno che portava scorie nucleari attraverso la valle il 23 luglio, nei pressi di Borgone. Forse, mentre è sempre più difficile, per gli uomini della questura, passare notti tranquille a Chiomonte, è ora per tutti i destinatari dei fogli di via riunirsi pubblicamente in un’iniziativa in valle, appoggiata dall’intero movimento, per ribadire assieme e a viso aperto: i fogli di via non ci fermeranno mai!