post — 6 luglio 2011 at 12:29

Una domenica di RESISTENZA

tratto da Carta – di Marco ArturiAlla fine, la polizia ha cercato in segreto un confronto con gli amministratori locali per tentare una mediazione: a sera gli uomini delle forze dell’ordine erano sfiniti da una battaglia logorante e si rendevano conto dell’impossibilità di reggere una pressione tanto ostinata ancora a lungo. Ma questo la grande informazione non lo racconterà, perché è bene che a nessuno venga in mente di chiamare quello che è successo a Chiomonte con il suo vero nome: resistenza.
L’assedio è riuscito, questo dicono i fatti. Decine di migliaia di persone, nella composizione eterogenea che da sempre contraddistingue la protesta valsusina, hanno accerchiato per l’intera giornata di domenica quella che era la «Libera Repubblica della Maddalena», ora territorio occupato militarmente. Una protesta che ha spaventato il potere per i suoi contenuti e non per le sue modalità, come vorrebbe far credere l’informazione omologata. Dal “ritorno dei black bloc” alle parole di Beppe Grillo, tutto va bene alla politica e alla grande stampa pur di ridurre la vicenda della Valsusa a una questione di estremismi e ordine pubblico. I tg della sera e i quotidiani del giorno dopo non accennano nemmeno alle ragioni che hanno portato all’assedio, se non per enfatizzare una divisione netta tra manifestanti pacifici e violenti. Tutto torna buono pur di non fare i conti con ciò di cui il movimento No Tav è espressione, vale a dire una rivolta democratica e consapevole fatta di dignità e partecipazione.
Con le debite proporzioni, il sasso lanciato dal manifestante valsusino – sì, perché è bene che quest’altra balla venga smontata: i valligiani non stanno tutti a guardare passivamente gli scontri – è parente di quello scagliato dal ragazzo palestinese e la sua opposizione incrollabile è discendente della Resistenza che tra queste montagne trovò alcune delle sue espressioni più alte, come quella 41° Brigata Garibaldi «Carlo Carli» della quale era comandante – repetita juvant – Eugenio Fassino, padre del sindaco di Torino. Perché dall’altra parte della barricata, di una delle tante che domenica sono state tirate su e distrutte, ci sono l’occupazione di un territorio, le vigne inaccessibili ai vignaioli, il filo spinato, i lacrimogeni al CS lanciati spesso in risposta al nulla e ad altezza d’uomo, gli idranti, adesso anche i proiettili di gomma. C’è un palazzo che non ascolta e che si è rifiutato di cercare una soluzione vera, impegnato nel banalizzare e condannare all’unisono un movimento che continua a crescere.
Così accade che decine di migliaia di persone, molte delle quali provenienti da regioni anche lontane, decidano di trascorrere una domenica di battaglia per affermare il diritto alla partecipazione. Anche se i grandi quotidiani non ve lo racconteranno, quella di domenica fuori dal perimetro controllato dalle forze dell’ordine è stata anche una domenica allegra, con le botteghe del paese aperte, la musica, i balli, il piacere di stare insieme. Non lo faranno perché saranno troppo impegnati a formulare equazioni del tipo No Tav uguale BR e a parlarvi dei «nuovi black bloc», vale a dire di chiunque indossi un casco, una mascherina o un paio di occhiali da sub per proteggersi. Non vi diranno di operai e pensionati giunti da tutto il centro nord per affermare che la valle ribelle non è sola; preferiranno non raccontarvi di una battaglia che si contamina con altre cento battaglie dell’ambientalismo e a favore dei beni comuni, delle assemblee democratiche, dei ragazzi che hanno scelto di venire a cercare su queste montagne l’impegno e l’etica che non trovano altrove. Non parleranno di una legalità fraintesa, messa in discussione dai metodi dell’occupazione e dal passato giudiziario di alcune delle aziende alle quali sono stati affidati gli appalti.
La giornata termina ma l’assedio continuerà, i No Tav sono stati chiari a riguardo. Si cercheranno i metodi e i tempi adatti, ma si proseguirà. La valle ribelle non dimentica sé stessa, come l’anziana signora del borgo di San’Antonio che si è spinta in pantofole su uno dei prati della Ramats, da dove era possibile osservare il campo di battaglia coperto in più punti dal fumo dei lacrimogeni, e ci ha detto «una cosa così l’ho vista solo quando ero bambina e c’erano la guerra i tedeschi e tutto il resto. Magari questi oggi non ammazzano nessuno, ma ad ammazzarne tanti ci penserà quello che passerò sotto la galleria che vogliono costruire».