post — 22 novembre 2018 at 07:02

SI TRAV. Come la militanza #NoTav mi ha dato il coraggio di diventare me stessa / 1

di Filo Sottile da Giap – blog di Wu Ming Foundation

[Filo vive in provincia di Torino, ha 40 anni e una figlia. Ha scritto romanzi, saggi, canzoni e monologhi. Collabora con noi dal 2011 e il suo aiuto è stato fondamentale nella stesura di almeno due libri: Point Lenana eUn viaggio che non promettiamo breve. È una delle voci di Alpinismo Molotov – ha scritto un articolo sull’ailanto divenuto un piccolo “classico” – ed è stata sua la prima spinta a organizzare Diverso il suo rilievo, la festa di AM divenuta appuntamento annuale. Senza Filo la Wu Ming Foundation sarebbe diversa. E viceversa. Ci ha affidato questo racconto di formazione e siamo fieri di presentarvelo. Lo pubblicheremo in due puntate. Lo riteniamo uno dei testi più importanti mai apparsi su Giap. Buona lettura.
Wu Ming, 20 novembre, TDOR – Transgender Day of Remembrance]

INDICE DELLA PRIMA PUNTATA
1. Commento a un commento
2. Alta Felicità (29 luglio 2018)
3. Oggi tocca a me (7 giugno 2016)
4. Dalla prima volta alla militanza (2003-2010)
5. Fra paura e coraggio (ancora 7 giugno 2016)
6. La psicopolizia sogna «pecorella»? (febbraio-marzo 2012)

1. Commento a un commento

Il profilo di Marta Battiato su Twitter.«[…] Sono una crossdresser. Frequento diverse comunità on line (Lifetrav, Travcompany, eccetera) dedicate a crossdresser e a “loro ammiratori”. Negli anni ho chattato con centinaia di uomini. Forse di più. Una domanda che rivolgo spesso è: “cosa ti attrae delle trav?” La risposta più gettonata è: “siete più femminili delle femmine”. Dopo aver ragionato per anni, sono giunta alla conclusione che questa frase si può parafrasare così: “le trav mi piacciono perché mettono la gonna corta e i tacchi a spillo, solleticano i miei appetiti sessuali e non rivendicano diritti di alcun tipo, anzi la maggior parte di loro sta chiusa in casa e si vergogna di indossare abiti femminili […]”. In questo senso sì, le crossdresser sono “più femmine delle femmine”: carne da letto senza diritti e senza ribellioni. E non è un caso che a volte quelle che avanzano qualche richiesta di troppo ci lascino le piume […]»

Questo è uno dei due commenti che Marta Battiato ha lasciato su Giap nel corso degli anni, uno nel 2011 e l’altro nel 2015.

Marta qui si definisce una crossdresser, una persona che indossa panni diversi da quelli che il genere assegnatole alla nascita imporrebbe, ma usa quell’espressione solo perché sta scrivendo su un importante blog letterario, di solito dice di essere una trav in privato.

Disegno di Florent Manelli.

Disegno di Florent Manelli.

I suoi commenti offrono una prospettiva inusuale – il mondo visto attraverso le comunità web dedicate a travestite e loro “ammiratori” –, ma, aggiungerebbe lei stessa, piuttosto limitata. La vita di Marta, se vita la possiamo chiamare, e lo si intuisce anche dalle parole lasciate sul suo blog striminzito, è circoscritta a quattro pareti, l’unica finestra che apre pare essere quella del browser.

Perché indossa panni femminili? È un vizietto? O qualcosa di patologico, un feticismo? O peggio, indice di una vera e propria disforia di genere?

Probabilmente Marta risponderebbe che non ha vizi, il tabacco è una passione, e che, sebbene sia una persona che sta male, malata non si è sentita mai. E nemmeno maschio.

Vi direbbe che il travestitismo in privato è una delle sue valvole di sfogo. Marta infatti vive il 99,99% della sua vita come un uomo etero, apparentemente a proprio agio con il suo corpo e il suo genere, non ha segni esteriori di effemminatezza, porta la barba e ha una fidanzata. È un’insospettabile, come scrivono in tanti sui siti di cruising. Tutto normale. Una normalità che assomiglia all’inferno.

Nel caso non bastassero le pressioni sociali e culturali, Marta si è costruita un sistema autorepressivo molto efficace che le fa sembrare impossibile sperimentarsi e vivere così come si sente davvero, ed è principalmente per questa ragione che così di sovente è depressa.

Il travestitismo in privato è per lei croce e delizia. La delizia di sentirsi un po’ meglio e vedersi per qualche attimo fugace così come potrebbe essere. Croce, perché quella pratica consumata a serrande abbassate, sempre più spesso, le sembra sporca e squallida. Non capisce perché dovrebbe vergognarsi di non sentirsi maschio, eppure si vergogna.

L’altra pratica segreta che le permette di mantenere una parvenza di equilibrio mentale sono le chat e le comunità per trav, dove, quando è fortunata, può raccontarsi un po’ e fantasticare. Essere iscritta a queste comunità significa perlopiù ricevere avance sessuali da «eterocuriosi», omosessuali repressi e supermachos con insospettabili passioni. Marta non ne è affatto scandalizzata, che male c’è a desiderare di incontrare una crossdresser? Ma la stessa vergogna che colpisce lei, investe le persone che desiderano le sue attenzioni, per esempio nessuno di questi corteggiatori la inviterebbe a bere una cosa in un locale: si è tutti d’accordo, va bene far le traveste in privato, disonorevole frequentarle in pubblico. Aggiungici questo: se la legge di Sturgeon dice che il 90% di tutto è spazzatura, con le conversazioni on line si raggiunge facilmente il 99%, e quindi, una pratica che dovrebbe alleviare il peso della sua vita in incognito, lascia a Marta ogni volta il sapore della più clamorosa delle perdite di tempo.

Negli ultimi due anni le cose sono cambiate, chatta molto di meno, ha quasi smesso di travestirsi in privato, perché in pubblico sempre più spesso si permette di sfoggiare accessori femminili.

Ha chiuso gran parte dei suoi profili, riscriverebbe con altre parole i suoi commenti su Giap e chiuderebbe anche il disastratissimo blog se solo ritrovasse le credenziali di accesso.

Quanto al nome che si è scelta, Marta Battiato, è molto diffuso nelle province di Messina e Catania, ma si tratta in realtà di un calembour bifronte. Battiato in siciliano significa battezzato e quindi suona «battezzato Marta». Marta invece in ebraico significa signora, e quindi suona: «la signora Battiato», in onore dell’omonimo maestro, di cui conosce interi dischi a memoria.

Come faccio a sapere tutte queste cose?

Semplice, Marta Battiato ero io.

2. Alta felicità (29 luglio 2018)

Venaus, ultimo weekend di luglio 2018: il festival Alta Felicità, le tende viste dall'alto.

Venaus, ultimo weekend di luglio 2018: il festival Alta Felicità, le tende viste dall’alto.

Guardo Sara e le chiedo: – Lo faccio?
Sara sbuffa il fumo e mi incoraggia: – Fallo.
Quanto vorrei non aver smesso di fumare.

È tardo pomeriggio. Siamo a Venaus, è l’ultimo giorno di Alta Felicità. Resterò a dormire qui stanotte, per dare una mano domani a smontare lo stand di Fornelli in lotta.

Stamattina con Davide e Mariano abbiamo condotto una delle passeggiate in programma per il festival, quella sulle tracce di Matilde Dell’Oro Hermil e del nostro Il Codice dell’oro. Da stamattina alle 9, dalla mia comparsa a Venaus, il mio aspetto ha continuato a destare curiosità. Diverse persone mi hanno chiesto se sono vestito da pirata, da circense, da fachiro, da matildehermil, e a nessuno ho avuto la forza di dire che semplicemente ho deciso di evitare di travestirmi, come di consueto, da maschio.

Ma non tutti hanno commentato. Molti sono rimasti in silenzio, con le domande confinate negli occhi. Cristina, invece, una compagna che non vedo da diversi mesi, mi ha riconosciuta da lontano ed è venuta diretta a salutarmi e, senza che io dicessi nulla, a farmi gli auguri per il mio percorso. Ci sono persone che senza dubbio leggono meglio di altre.

Cedo, chiedo a Sara di farmi fare una nota dalla sua sigaretta. Poi mi alzo e mi piazzo in mezzo allo stand di Fornelli in lotta. Inspiro e niente, l’aria è vuota di materia, i polmoni non si gonfiano. Non ci fosse un tavolo a cui appoggiarsi mi accascerei come una marionetta.

Lo stand di Fornelli in lotta ad Alta Felicità 2018.

Lo stand di Fornelli in lotta ad Alta Felicità 2018.

Fornelli in lotta è una diretta emanazione del Coordinamento dei comitati No Tav della Valsangone e della collina morenica ed è composta dalle persone con le quali otto anni fa ho iniziato a fare attivismo No Tav. Sono compagni e compagne in senso stretto: con loro ho condiviso il pane e poi entusiasmi, frustrazioni, paura, incazzature. Anche se raramente sensibilità, storie politiche e visioni del mondo coincidono, queste sono persone con le quali ho costruito pensieri, riflessioni, azioni: le stimo e hanno fatto casa nel mio cuore.

Fornelli in lotta gestisce uno degli stand in cui si cucina qui ad Alta felicità. In questi giorni le compagne e i compagni hanno lavorato senza sosta, hanno sfamato miriadi di persone.

Questa notte, poche ore fa, truccata, la pelata fasciata in un turbante e piuttosto scollata, sono passata a salutare. Erano nel pieno, davanti al banco code chilometriche in attesa di essere servite, ed è quindi con sollievo, facendo appello al buonsenso – certo, non è che mi cago addosso, è solo che hanno tanta gente! – che ho rimandato.

Ora invece è un momento di calma, è quasi tutto pronto per la cena, ma è ancora presto per cominciare a servire. I compagni e le compagne di Fornelli in lotta sono quasi tutti qui, in relax, all’ombra dei noci. C’è chi beve, c’è chi fuma, c’è chi chiacchiera e chi fa tutte queste cose contemporaneamente. E io sono qui, sostenuta da un tavolo, in mezzo allo stand, smarrita, senza fiato. Torno vicino a Sara.

– Non ti obbliga nessuno, fallo solo se te la senti.
– Non me la sento, ma voglio farlo.
– Allora fallo.

Torno ad alzarmi, inspiro e questa volta l’aria nei polmoni entra davvero, il diaframma non dico che sia teso come un tamburo, ma è pronto a fare il suo lavoro. Salgo sul mio registro comico-solenne:

– Compagne, compagni, vi voglio rubare un minuto per raccontarvi una cosa importante che mi riguarda, vi chiedo un po’ di attenzione…

Ma mi riesce male, nella voce si aprono incrinature mai sentite prima.

Coming out ne ho già fatti un bel po’ a questo punto e, dopo questo di oggi, ne farò altri ancora più delicati. Ho una lunga pratica di palco, sono una teatrante e quando ho chiaro in testa un canovaccio è molto difficile che mi perda o tentenni. Ma questo che sto facendo, lo percepisco mentre parlo, è il coming out più fiacco e impacciato da che ho cominciato il mio percorso. Rendersene conto non fa che moltiplicare l’imbarazzo e l’emozione. Parto male fin dall’attacco:

– Non è facile dirlo e quindi ve lo dico nella maniera più secca possibile, da quasi tre mesi ho iniziato un percorso di transizione di genere…

Mentre parlo scruto i visi: alcuni sono tesi, altri emozionati, quelli delle donne vanno tutti a cercare lo sguardo di Sara, probabilmente, mi dico, si stanno calando nei suoi panni: cosa farei, si chiedono, se il mio compagno di vita, il padre dei miei figli, facesse quello che sta facendo ora Filo?

– Voi per me siete una specie di seconda famiglia, mi avete insegnato cose importanti sullo stare insieme, su come si discute, su cosa significhi fare politica…

Per quanto sgangherato sia il mio discorso, qua e là ci sono lacrime che si appendono agli occhi, poi quando ho quasi finito, Nino parte di slancio e dice:

– E noi ti vogliamo bene lo stesso! – e mi abbraccia.

Parte un applauso da non so chi. Gianna dice: – Ti ringrazio di aver voluto condividere questa cosa con noi – e poi parte il giro delle pacche, degli abbracci. Ci sono sorrisi e facce preoccupate e imbarazzate e accoglienti.

Sono settimane che nei posti in cui mi sento a mio agio, il centro sociale Gabrio su tutti (il luogo in cui da un anno e mezzo si riunisce Ah, Squeerto!, l’assemblea transfemminista di cui faccio parte), mi presento inequivocabilmente frocia. Ed è così – non pirata, né circense, né fachiro, né matildehermil – che mi sono presentata oggi, qui, ad Alta Felicità, ma è solo ora che ho raccontato di me e della mia transizione ai miei compagni e alle mie compagne che mi sento libera e legittimata a essere me stessa. Meno di un’ora dopo sono ancora allo stand, in prima linea, a servire le insalate di cereali e mi sento orgogliosa e felice.

Finito il grosso della gente, mi prendo una pausa e raggiungo un po’ di compagni e compagne di Alpinismo Molotov. Loro sanno già e appena arrivo mi chiedono come sia andato il coming out. Mentre rispondo mi accorgo che allo stesso tavolo siede Paolo Chirio, No Tav, volontario AIB, sindaco di Caprie, una delle persone con cui Alpinismo Molotov si è confrontata a proposito degli incendi in valle del 2017. Paolo, è evidente, non capisce di cosa stiamo parlando:

– Tranquillo, tuttapposto Paolo! Ho solo detto ai compagni del comitato che sto facendo una transizione di genere!

Ora, senza il suo accento marchigiano non rende uguale, Simone salta su a dire: – Eccerto, ieri stava a farsi mille paranoie e sembrava che non doveva nemmeno venì al festival e ora te lo spiattella così: tuttapposto, sto solo facendo una transizione!

Eggià, a un certo punto si passa una linea che fa diventare più semplici le cose che sembrano difficili.

3. Oggi tocca a me (7 giugno 2016)

Fra 36 ore scriverò su un blog disastrato quasi quanto quello di Marta Battiato che il movimento No Tav è l’università popolare del coraggio e della dignità umana. Ma quello è il futuro, non è ancora avvenuto. In questo momento sento di essere la stessa cagasotto di sempre, quella che si nasconde, che vive con la paranoia costante di venire scoperta. Quindi, se qualcuno me lo chiedesse ora, direi che non ho mai frequentato università del coraggio, né popolari, né tanto meno d’élite.

Sono da poco passate le 7 del mattino del 7 giugno 2016, un sms mi ha appena avvisato che vicino alla cappella di San Vittore, a Rivalta, c’è una trivella che lavora protetta da forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Non ho lavori fissati per oggi, devo andare.

Le azioni di una persona insicura e impaurita oscillano in continuazione fra la prudenza estrema e l’irruenza panica. E quindi, da una parte ho la freddezza di caricarmi la bici sul furgone, per potermi avvicinare senza dare troppo nell’occhio, e dall’altra sono così agitata da rifarmi la fiancata sul cancello di casa, e solo per un miracolo non me lo porto proprio via.

Parcheggio all’ex monastero di Rivalta, inforco la bici e salgo fino a San Vittore. Lungo il tragitto, riesco a contare una dozzina di camionette di forze armate assortite. Anche qui, fuori dalla Valsusa, fanno le cose in grande stile. Giusto davanti alla cappella incontro Mauro Marinari – che resterà sindaco del paese fino a giugno 2017 – e Alberto Poggio, ingegnere rivaltese, membro della commissione dei tecnici No Tav, consulente del comune sulla NLTL (nuova linea Torino-Lione).

Rivalta, via San Vittore, 7 giugno 2016. La trivella.

Rivalta, via San Vittore, 7 giugno 2016. La trivella.

Mi indicano la trivella – giù di là –, sta in un campo, duecento metri da qui, lungo la carrozzabile che va a Rivoli. Mauro si congeda e riparte di corsa, Alberto si ferma ancora a dirmi che è inutile rimanere, che non c’è molto da fare, il terreno è privato e hanno le carte in regola.

– Proviamo – aggiunge – a lanciare una chiamata per stasera.

Per ora non ci sono altri No Tav. Potrei andarmene – che sollievo sarebbe! –, mi è pure stato detto da una persona che più di me ha il polso della situazione. E infatti lentamente spingo la bici nella direzione opposta alla trivella. E poi quella gente in divisa mi mette il terrore, che ci vuole a far passare un guaio a una persona da sola? Mi passano davanti agli occhi Cucchi, Aldrovandi, Bolzaneto. E soprattutto continuo a pensare a cosa sanno già sul mio conto o potrebbero sapere, se solo ne avessero voglia.

– Meglio andarsene, magari torno stasera.

Inforco la bici e scendo per gravità, senza pedalare, verso via Einaudi. Davanti alle strisce pedonali mi fermo e scuoto la testa. Non posso. Non posso andarmene. Il nemico è qui, nel paese in cui ho vissuto per 25 anni, in cui vivono i miei genitori e amiche e amici. Non posso andarmene. Già così mi viene difficile guardarmi allo specchio. Non posso.

Sto per fare dietrofront, per tornare su e invece niente, torna solo il terrore. Scene di sevizie latinoamericane sfilano davanti agli occhi. Respiro profondo e cerco di calmarmi.

– Ho tutte le ragioni del mondo per aver paura, ma nessuna per andarmene.

Lascio che le parole sortiscano un effetto qualsiasi nella mia testa. Poi parte la voce del piagnisteo:

– Sì, ma ci sono solo io e loro sono mille sbirri.

Le mani giocano con le leve dei freni, le stringo, le mollo, le stringo, le mollo.

– È vero, ci sono solo io, devo chiamare qualcuno.

Giro la bici e mentre risalgo per San Vittore sono già attaccata al telefono.

4. Dalla prima volta alla militanza (2003-2010)

31 maggio 2003, marcia No Tav da Borgone a Susa. Foto di Claudio Giorno.

Alla prima manifestazione No Tav ci sono arrivata per caso e un po’ per scherzo, invitata dal Muflu, amico e collega di lavoro. È il 31 maggio del 2003 e mi trovo a una marcia Borgone-Bussoleno. Ci sono momenti di quella giornata che mi si sono marchiati a fuoco nella memoria. Quando il corteo parte, resto almeno un quarto d’ora a vederlo sfilare. Occupano la strada quattro generazioni, gruppi sportivi sui pattini, trattori, gonfaloni, passeggini, biciclette, sandali, scarponi, anfibi, madonne del Rocciamelone e T-shirt di centri sociali. Il dialetto piemontese si intreccia coi vari patois, con la parlata spuria di Torino e le cadenze di tutte le emigrazioni d’Italia, veneta, campana, lucana, sicula, calabrese, pugliese. L’organizzazione collettiva e l’iniziativa individuale trovano una felice sintesi; l’atmosfera è goliardica e carnevalesca: c’è un uomo coi baffi alla Obelix e l’elmo munito di corna; una donna su una sedia a rotelle, più vicina agli ottanta che ai settanta, regge un cartello, la scritta dice: «Anarcoinsurrezionalista valsusina». Qui sembra, mi dico mentre mi inserisco fra gli altri, che la rabbia e l’indignazione siano attributi della gioia e del buonumore.

È l’adunata di un’umanità che sfugge a qualsiasi classificazione di comodo.

«Anarchico è il pensiero, insurrezionale il metodo.»

Qui in mezzo, tolto il Muflu, non conosco nessuno, però mi sento subito a casa e, un attimo prima che cominci a considerarmi parte della comunità, penso che anche se i No Tav avessero torto, se davvero (come ho sentito dire a un conoscente una volta) sono solo quattro bovari impauriti dal progresso, gente che anche oggi scapperebbe all’arrivo del treno dei fratelli Lumière, io sto con loro. Se non altro per l’attitudine irriverente e sincretica e la disposizione alla mescolanza.

Giammario, un compagno del comitato di Rivalta, chiama i No Tav che non fanno militanza attiva, ma che si limitano a partecipare alle manifestazioni, quelli della messa grande. Sono stata per anni una di queste fedeli. Ho partecipato alle manifestazioni, alle chiamate pubbliche, mi sono persa la battaglia del Seghino, ma mi sono data l’opportunità di trascorrere qualche notte alla Libera Repubblica di Venaus. E mi sembrava già tanto. È stato come se a un certo punto mi fosse venuta incontro un’altra me che mi prendeva per mano e mi conduceva un passo più in là, oltre le chiacchiere e le dichiarazioni di principio, a metterci il corpo, la faccia, e mi dava il benvenuto nel fango e nella neve, di notte, a presidiare un luogo a sessanta chilometri da casa. Solo che quell’altra me non era una, era semmai la proiezione di una forza collettiva.

La svolta però che mi porta a un impegno più attivo, a frequentare le assemblee del comitato di Rivalta prima e del Coordinamento comitati della Valsangone e della collina morenica poi, giunge nel gennaio del 2010.

È la stagione delle trivelle, un’intensa campagna di sondaggi geognostici. Dave, il Muflu e io veniamo a sapere che il turno più scoperto alla stazione di Collegno, dove è in corso una trivellazione, è quello fra le 6 e le 8 del mattino. Ci organizziamo e ci presentiamo. È come al solito un’esperienza composita: il fuoco nei bidoni, il freddo pungente, il calore umano, i racconti, la faccia del poeta anarchico Gianni Milano che canta al sorgere del sole, la tensione al cambio turno, le facce degli operai che manovrano la trivella, le facce dei poliziotti che si frappongono fra noi e il macchinario.

Puoi elencare tutte le 150mila ragioni tecniche e politiche per cui è necessario fermare il Tav, ma non riuscirai mai a raccontare tutto a chi non ha mai fatto un presidio, un picchetto, a chi non si è mai chiesto in un’alba livida di gennaio: che cazzo ci faccio qui? perché non sono sotto le coperte?– oppure – cosa dico a questi operai che collaborano con il nemico?, perché in quei momenti emozione e pensiero si imprimono nei corpi, e nessuna traduzione a parole sa renderlo con precisione.

Verso le 8,30 comincia ad arrivare gente con i viveri, benché davvero non ce ne sia bisogno. Il Muflu va a lavoro, io e Dave decidiamo di salire in valle a sentire che aria tira, ma prima ci fermiamo sul confine fra Rivoli e Villarbasse. Anche qui è previsto un sondaggio e un po’ di compagni stanno costruendo un presidio. Un mio inciso in Un viaggio che non promettiamo breve racconta così quel momento:

«All’epoca ero ancora un novellino, sono passato con un amico mentre lo tiravano su. Era una mattina infrasettimanale e c’erano solo pensionati, tutti entusiasti. A un certo punto due si mettono a discutere su non so quale aspetto tecnico costruttivo e uno fa: no, dobbiamo farlo bene, qua dobbiamo resistere a lungo, almeno tutto l’inverno! Nella primavera 2016 era ancora lí, nonostante un’ordinanza di demolizione, coi pilastri rinforzati e un tetto nuovo.»

Gennaio 2015, festa per i primi cinque anni del presidio No Tav Valsangone-Collina morenica. Il prossimo gennaio ne compie nove.

Un presidio è una casa in cui si cucina, si mangia, si fa festa, si discute, si tiene d’occhio il territorio. Quella casa sghemba, fatta tutta di materiali di recupero, fin dal primo incontro ha tirato fuori un canto di sirena: vieni, torna.

Sono una persona dalle risoluzioni avventate a volte, ma rapide molto di rado. Lascio passare ancora tre o quattro mesi prima di decidermi a presentarmi al presidio e, insieme a Sara, cominciare la nostra militanza No Tav.

5. Fra paura e coraggio (ancora 7 giugno 2016)

Per quale motivo sto raccontando queste cose?

Esibizionismo? Mi manca la fantasia necessaria a scrivere fiction? Mi difetta la disciplina sufficiente a scrivere un saggio? Sì, forse sì, ma non solo. Voglio raccontare un percorso e di come pratiche e pensieri incontrate con la militanza No Tav mi abbiano aiutato e ancora mi aiutino a manomettere alcune delle manette che mi incidono la carne, di come questa esperienza mi abbia spinto a essere più libera e più coraggiosa.

Non sono quella che sta in prima linea, e tuttavia ci sono, trovo la forza per esserci e dare il mio piccolo contributo. A dispetto di tutte le mie paure, le mie difficoltà di partenza, le mie debolezze, le mie insicurezze. C’è quell’altra me, quella collettiva, che è qui, in questo 7 giugno a darmi il coraggio di fare inversione con la bici e dirigermi verso la trivella. Da sola, ma ancora per poco: mentre avanzo mando sms e faccio telefonate: so che presto ci saranno altre persone.

Ora sono proprio sotto la trivella, due carabinieri mi bloccano il passo, me ne devo andare, dicono. Io provo a ribattere, come ho visto fare tante volte ad altr* compagn*, che io ho diritto di rimanere, che non sto infrangendo nessuna legge, che non mi possono cacciare, ma non sono né convinta, né convincente. Mi allontano. Faccio dieci metri e squilla il telefono. È Maria di Radio Black Out:

– Mando una canzone e poi passiamo in diretta, va bene?

– Va bene.

Via San Vittore, Rivalta, 7 giugno 2016, ore 12.

Via San Vittore, Rivalta, 7 giugno 2016, ore 12.

Metto il cavalletto alla bici e racconto a Maria di cosa sta avvenendo, delle avvisaglie delle settimane precedenti e della assurda militarizzazione a cui è sottoposto il paese stamattina. Più tardi riusciremo a contare oltre cento uomini in assetto antisommossa. Parlo e cammino avanti e indietro, come faccio sempre quando sono al telefono, e nel frattempo quattro o cinque uomini della DIGOS mi marcano con lo sguardo. La diretta volge al termine, Maria mi chiede se c’è un appuntamento fissato. E l’appuntamento non c’è. Meglio, non c’è ancora e quindi invento:

– Staremo qui tutto il giorno, tutti i giorni, finché ci stanno loro, ma abbiamo due appuntamenti, uno per le 12,30, per permettere a chi fa la pausa pranzo di raggiungerci, e l’altro alle 18.

Non si tratta di un arbitrio, è una pratica che ho visto fare negli anni al movimento, chiamare negli orari in cui è presumibile che la gente possa arrivare. Stacco il telefono e un DIGOS attacca a sfottermi:

– Ma quanti minuti gratis c’hai? Sei sempre attaccato al telefono!

Io metto su la più collaudata delle mie facce da scema e chiedo:

– In che senso? Non ho capito.

Un agente in borghese dice a un altro: – Stava parlando alla radio, faceva l’intervista.

Poi esce dalla classica punto grigia quello che ha l’aria di essere il più alto in grado, l’ho già visto in mille manifestazioni, ma non so come si chiami, io. Lui mi guarda e poi, calmo calmo, calcando su tutte le parole giuste, mi dice:

– Sottile, il questore ha detto che lei non può stare qui, se ne deve andare.

Sottile non è un vezzo, è il mio cognome vero. Sentirlo pronunciare da un poliziotto a cui non hai mostrato i documenti fa un po’ effetto di suo – oltre al nome, quali altre cose sa di me? – e se poi senti di avere cose da nascondere, tipo la tua identità di genere, la cosa si complica.

6. La psicopolizia sogna «pecorella»? (febbraio-marzo 2012)

Dice Foucault che non c’è alcun bisogno che il ruolo della sorveglianza sia effettivamente ricoperto da qualcuno: il non sapere se si è davvero controllati produce come effetto l’introiezione dell’apparato di controllo, così che si finisce per comportarsi come se si fosse sempre sotto osservazione. E in effetti, il primo poliziotto di me stessa sono sempre stata io.

Sono una militante della terza o quarta fila, ho parlato una volta sola a un’assemblea pubblica del movimento e anche in coordinamento comitati intervengo di rado, conosco tantissim* no tav, ma non sono affatto una persona in vista o con grandi responsabilità: è assolutamente inutile – tralasciamo il fatto se sia giusto – che l’apparato repressivo-giudiziario-poliziesco si metta a controllare me, è tempo perso. Eppure a un certo punto ho avuto la convinzione che mi controllassero, proprio me, una mezza tacca.

Se penso a quell’episodio mi sale ancora l’angoscia. Un’angoscia tale che la prima versione di questo racconto ho dovuto scriverla in terza persona, corredata di filtri e ninnoli romanzeschi, per poterne prendere le distanze. Ho piantato lì, ho lasciato che passassero due settimane, ho provato a ridimensionare l’episodio, a vederlo per quel che è davvero stato – un’inezia – e ora mi sento pronta a raccontarlo secco, dritto, senza trucchi, senza inganni. Invoco però la protezione di Philip K. Dick, nume tutelare delle persone paranoiche, dei cantastorie allucinati, delle oppressioni totali, delle distopie realizzabili e realizzate.

È fine febbraio 2012. Luca Abbà da ieri è in ospedale. I No Tav occupano l’autostrada. Esco dal lavoro piena di rabbia. Ho appuntamento con un compagno, vogliamo raggiungere gli altri, ma a quell’appuntamento non ci arriverò mai. Mentre pompo sui pedali della bici, becco una buca, cado, mi fratturo lo scafoide e ci guadagno due mesi di gesso.

Il giorno dopo i media montano il «caso pecorella»Marco Bruno, un militante No Tav, viene filmato sull’autostrada mentre chiede a un poliziotto se sia inoffensivo come un cucciolo di ovino. Il video, opportunamente tagliato, impazza sul web e ai telegiornali. È quella che si dice un’arma di distrazione di massa: Marco e il movimento vengono messi alla gogna e si evita di parlare di ciò che davvero sta accadendo in Valsusa. Nei mesi successivi il comitato No Tav Spinta dal Bass, con l’aiuto di scrittori, militanti e artisti, ricostruisce e contestualizza la montatura in un libro che si chiama Nemico pubblico. Lupi, pecorelle e sciacalli.

La vignetta di ZeroCalcare sul caso Pecorella, 2012


La mano mi fa un male del diavolo e non me la sento proprio di andare anch’io sull’autostrada. Oltre al male c’è il prurito: il gesso mi parte dal gomito e mi lascia scoperte solo le prime due falangi delle dita. Impossibile grattarsi.

Ho l’inclinazione a dare letture psicosomatiche a ogni piccolo sintomo o malessere corporeo: il prurito alla mano è certo il segno, mi dico, di una frustrazione dell’azione e quello al polso di un’incapacità a decidersi, a risolversi, a fare qualcosa.

Nel quadro di ciò che sta avvenendo in Valsusa, con le forze dell’ordine che hanno appena provocato la caduta di Luca e si scatenano in cacce al No Tav (quiqui e qui un po’ di immagini di quelle ore), l’aggressione a Marco Bruno mi sembra mostruosa e infame. E se potessi fare qualcosa? Anche una cosa piccola.

Allora, apro un account Twitter, @Pecorell4, e lo uso per dare visibilità, e quindi mettere alla berlina, i messaggi di odio che si abbattono su Marco e sul movimento. Nelle mie intenzioni @Pecorell4 svolge un servizio analogo a quello che ricopre da anni @Vendommerda, voglio mostrare tutta l’abiezione, l’ignoranza, l’arroganza, la violenza di cui i detrattori dei No Tav sono capaci.

Screenshot di un tipico tweet di insulti contro Marco Bruno.

Ho altri due profili su Twitter, quello “ufficiale” @fil0s0ttile e quello “segreto” @martabattiato. Mi divido fra l’uno e l’altro per fiancheggiare e pubblicizzare le attività di @Pecorell4. In pochi minuti l’account si guadagna decine di follower. Il prurito si allevia. L’umore migliora. Forse ho persino meno male alla mano. Poi, ma sarà passata al massimo un’ora, mi si scarica addosso una secchiata di panico: davanti ai miei occhi sta accadendo qualcosa di tecnicamente impossibile, mi pizzico le guance e il monitor continua a mostrare sempre la stessa schermata.

Mentre sono connessa a @fil0s0ttile, il profilo @Pecorell4 comincia a diffondere “autonomamente” messaggi ripresi dalla timeline di @martabattiato. Chiudo @fil0s0ttile e mi sposto su @Pecorell4 per capire che succede e a quel punto i tweet di @martabattiato cominciano a comparire sul profilo di @fil0s0ttile. È ufficiale: i miei account Twitter, di cui io sola dovrei conoscere le credenziali, sono in mano a qualcun’altro: qualcuno si sta prendendo gioco di me. Qualcuno che sa trafficare coi computer. Qualcuno infastidito dall’attività di @Pecorell4. Qualcuno che ha scoperto che dietro a questi tre account ci sono sempre io.

A dispetto delle rivendicazioni piene di orgoglio queer che lascio su Twitter dal profilo di Marta, mi cago addosso. Il panico prende il sopravvento, cambio le password, cancello i tweet e chiudo il profilo @Pecorell4.

Screenshot. Le poche menzioni residue di @pecorell4 in data 20 novembre 2018.

Ciò che resta di @pecorell4 su Twitter nel 2018.

Si tratta di un intervento da psicopolizia. Chi ha hackerato i miei profili, ha scommesso sul fatto che mi sarei sentita in difetto, che avrei avuto paura, che la coscienza che qualcuno sapesse della mia controversa identità di genere mi avrebbe indotta al silenzio. E ci ha preso. Questo è il mondo, la vita così com’è – avrà considerato lo psicopoliziotto – in questo mondo una travesta è una persona debole, che si può attaccare in tutta tranquillità, lei stessa sa che deve vergognarsi di esistere.

Tutto vero, il mio comportamento conferma in pieno le sue supposizioni. Ci sono cose che un maschio non fa e se le fa, deve farle di nascosto: è la lezione di questa società, di questa psicobuoncostume e io l’ho imparata a dovere.

Eppure no. Passato il panico mi piglia la carogna, perché io un altro mondo l’ho già visto. Un mondo in cui potrei esistere nella mia interezza e nella mia alterità. È durato poco, ma c’è stato, è la Libera Repubblica della Maddalena.

1 di 2 – continua.