post — 18 marzo 2013 at 08:28

Riappropriamoci dei nostri soldi

di Andrea Baranes – Fondazione Culturale Responsabilità Etica / Sbilanciamoci!

cartello risalente al 2005 a Venaus

cartello risalente al 2005 a Venaus

Quella finanziaria è solo la più evidente delle multiple crisi che stiamo vivendo: economica, sociale, ambientale, di democrazia. La finanza dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’economia e dell’insieme della società. Oggi questo ruolo è andato quasi del tutto smarrito. La finanza si è in massima parte trasformata in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Il PIL, la ricchezza “reale” prodotta nel mondo, è di poco superiore ai 60.000 miliardi di dollari l’anno. Una singola banca statunitense detiene strumenti derivati – alla base di buona parte delle attività speculative – per un nozionale che si aggira sui 78.000 miliardi di dollari. Complessivamente quattro banche controllano un ammontare di derivati intorno ai 200.000 miliardi di dollari. “L’eccessivo” debito pubblico italiano, una delle prime dieci economie del pianeta, è circa l’1% di questa cifra.
Gli esempi potrebbero essere diversi altri. Giganteschi capitali ruotano freneticamente alla ricerca di profitti nel brevissimo termine, mentre una parte sempre più rilevante della popolazione, nel Nord come nel Sud del mondo, è totalmente esclusa dall’accesso al credito e dai servizi finanziari. Le stesse fasce più deboli su cui in massima parte ricadono gli impatti delle crisi e degli eccessi di questo sistema finanziario. Un sistema che va in crisi nel 2007 negli USA, trascinando l’intero pianeta nella peggiore recessione degli ultimi decenni.
Dopo lo scoppio della crisi il mostruoso debito creato dalla finanza speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli viene trasferito agli Stati, poi da questi passa ai cittadini. Oggi non c’è nessun altro su cui scaricarlo. Siamo rimasti con il cerino in mano e dobbiamo pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato in termini di tagli al welfare e allo Stato sociale, disoccupazione, precarietà e rimessa in discussione di diritti dati per acquisiti. Al culmine del paradosso siamo chiamati a stringere la cinghia e accettare tali sacrifici perché occorre “restituire fiducia ai mercati”, come se all’opposto non fosse questa finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per riconquistarla, la nostra fiducia.
Non solo. La crisi viene usata come un grimaldello per imporci un’ulteriore spinta nelle privatizzazioni, nella mercificazione dei beni comuni, nel predominio del mercato e del profitto sui diritti umani e l’ambiente. La cura per uscire dalla crisi è un inasprimento delle misure che ci hanno portato nella crisi stessa. Lanciati verso un baratro, ci chiedono di accelerare.
E’ necessario e urgente cambiare le regole del gioco. Serve una radicale cura dimagrante e dei controlli vincolanti sulla finanza. Tassare le transazioni finanziarie, separare le banche commerciali da quelle di investimento, chiudere i paradisi fiscali e il sistema bancario ombra, bloccare la speculazione su cibo e materie prime, diminuire la leva finanziaria, reintrodurre dei controlli sui flussi di capitali e via discorrendo. Su queste e altre proposte, le difficoltà maggiori non sono di natura tecnica. Sappiamo cosa andrebbe fatto e come procedere. E’ una questione di volontà politica.
Questa è però solo una faccia della medaglia. Accanto a un sistema di regole “dall’alto”, è da tutti noi, dal basso, che deve partire il cambiamento, prima ancora che in ambito finanziario, sul piano culturale. Quanti di noi presterebbero i propri soldi a chi volesse giocarseli al casinò? Eppure quanti di noi domandano alla propria banca, fondo pensione o di investimento l’utilizzo che ne viene fatto? I nostri risparmi vanno a finanziare l’efficienza energetica e le rinnovabili o il nucleare e i combustibili fossili, l’economia reale o la speculazione, l’economia del territorio o qualche paradiso fiscale?
Abbiamo il diritto, e per molti versi il dovere, di esigere una piena trasparenza. Banca Etica è l’unica in Italia a pubblicare sul proprio sito tutti i finanziamenti concessi a imprese, associazioni e cooperative. Il famigerato “segreto bancario” non è legato a un qualche obbligo legislativo o a una generica riservatezza: se non c’è nulla da nascondere, non è necessario nascondere nulla. Perché le altre banche non fanno altrettanto? Perché come clienti non le obblighiamo a farlo?
Una gran parte del sistema bancario è oggi di fatto una gigantesca macchina di “redistribuzione al contrario” della ricchezza. A fronte di milioni di clienti che depositano i loro risparmi, perché è praticamente impossibile ottenere un mutuo, o un piccolo prestito per la propria attività? E quanti di tali risparmi, al contrario, alimentano il famoso “salotto buono” del capitalismo italiano sostenendo la cementificazione del territorio, l’industria delle armi, le grandi imprese che hanno impatti enormi sull’ambiente? Anche in questo caso la finanza etica rappresenta una rottura netta. I finanziamenti vanno unicamente alla cooperazione sociale, all’agricoltura biologica, alle rinnovabili, al commercio equo e alle altre forme di “altra economia” che non solo hanno ricadute positive sul territorio e l’ambiente, ma creano posti di lavoro e si stanno dimostrando molto più resilienti nell’attuale crisi.
Il ragionamento sulla trasparenza e l’uso dei nostri soldi vale in maniera analoga per la finanza pubblica. Occorre cambiare una politica che ha come unico obiettivo quello di compiacere, e non di controllare, i mercati. Occorre rimettere in discussione il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact, e più in generale le politiche europee fondate sull’austerità. Il discorso non riguarda unicamente il quanto si spende, ma ancora prima il come, o in altre parole, a cosa è destinata la spesa pubblica in Italia. Da anni la coalizione Sbilanciamoci! mostra, dati alla mano, come sarebbe possibile realizzare delle politiche economiche fondate sull’ambiente, la pace, i diritti, la giustizia sociale. Non è vero che non ci sono le risorse, ne tantomeno che “è l’Europa che ce lo chiede”. La questione è come vengono utilizzati i nostri soldi, delle nostre tasse.
Quasi metà delle scuole pubbliche in Italia non rispetta la normativa sulla sicurezza per l’edilizia scolastica mentre si porta avanti un vergognoso programma da decine di miliardi di euro per l’acquisto dei cacciabombardieri F35. Non ci sono le risorse per un piano di investimenti per la gestione pubblica del servizio idrico, come richiesto da 27 milioni di cittadini con il referendum di due anni fa, ma non si rimette in discussione la spesa per l’Alta Velocità in Val di Susa. Gli esempi potrebbero essere molti altri, tanto dal lato della spesa quanto dal lato delle entrate, dove occorre promuovere un sistema fiscale incentrato su una reale progressività, così come previsto dalla nostra Costituzione. La finanza pubblica può giocare un ruolo fondamentale nella lotta alla disoccupazione e alla precarietà, nella riconversione ecologica dell’economia, nell’affermazione dei diritti e nella redistribuzione della ricchezza. In quest’ambito una misura da valutare con la massima urgenza e attenzione riguarda l’introduzione di un reddito minimo garantito.
Tanto per la finanza privata quanto per quella pubblica, occorre quindi un doppio approccio: da un lato contrastare gli impatti negativi, dall’altro promuovere modelli virtuosi. E in ogni ambito occorre unire un’azione locale a una visione globale. Dobbiamo costruire un modello fondato su una sostenibilità sociale, sulla partecipazione e sulla consapevolezza delle persone di poter incidere sulle decisioni ed essere, quindi, esse stesse portatrici e protagoniste di cambiamento. Nella stessa direzione va la riflessione e le pratiche di nuovi modelli di gestione fondati sul superamento della dicotomia pubblico-privato e sull’affermazione dei beni comuni. Nella realizzazione di questo percorso la finanza deve rappresentare una parte della soluzione, e non uno, se non il principale, problema. I nostri risparmi e le nostre tasse possono essere estremamente limitati, ma unendo quelli di milioni di cittadini, il potere che ne deriva è enorme. E’ ora di reclamarlo.